In questo numero
PROVACI ANCORA ANTIGONE di Mirella Caveggia

Dalla tragedia greca una lettura moderna
in versione Cacciari.
Lo scontro fra individuo e potere
è sempre aperto e no si può sfuggire,
perché su ognuno incombe il destino.


Storia atroce quella di Antigone. La figura della giovane figlia di Edipo, esempio estremo dei rapporti fra individuo e potere, che difende con un coraggio irremovibile le leggi “non scritte dagli dei” contro la falsa giustizia delle decisioni umane, ha sollecitato grandi autori di teatro come Vittorio Alfieri e Jean Anhouil; ma è nella tragedia di Sofocle che l’eroina raggiunge tutta la sua luminosità. Quando la sua vicenda prende vita sulla scena, i suoi fratelli Eteocle e Polinice sono caduti l’uno per la mano dell’altro. Per il primo, morto in difesa della patria, la città di Tebe, il sovrano Creonte ha concesso le esequie; ma le ha negate per il secondo, ucciso mentre voleva conquistarla e distruggerla. Antigone, per cui le leggi divine valgono molto di più di quelle umane, contro il divieto del tiranno dà sepoltura a Polinice. Sorpresa in quel gesto di pietà e arrestata, si difende a testa alta contro il suo persecutore, ma la condanna, orribile è pronunciata: sarà sepolta viva. Ormai una spirale tragica avvolge tutti i protagonisti. Il figlio di Creonte, Emone, dopo aver tentato inutilmente presso il padre la difesa di Antigone di cui è innamorato, segue di nascosto la fidanzata. Ma nell’antro di pietra destinato ad essere la sua tomba non la trova viva: per sottrarsi ad una fine spaventosa e troppo lenta, la fanciulla che ha osato ribellarsi al potere si è impiccata. Disperato, egli pure si uccide. Anche la moglie del tiranno, alla notizia della fine del figlio, si dà la morte. Così Creonte, che ha voluto violare le leggi della pietà familiare, è punito con la rovina della propria famiglia.
È stata una bella idea di Walter Le Moli quella di affidarsi nella resa scenica di questa tragedia classica ad una compagnia di giovani attori appena formata e in via di assetto definitivo e di rigenerarla con la traduzione di Massimo Cacciari, il filosofo che i veneziani hanno eletto sindaco della loro città. La trasposizione (ora pubblicata da Einaudi), è stata netta, essenziale e tagliente. Come i caratteri dei personaggi che confliggono: Antigone con le sue maledizioni, Creonte chiuso nella sua ostinazione e Tiresia incapace di farsi capire». Alla luce di queste tensioni a confronto si stacca il linguaggio. Per questo il filosofo veneziano ha messo in luce la parola, dura di offesa e di difesa, per a dare rilievo alle due voci principali: quella della protagonista con le sue maledizioni che parla di stirpe e di radice, di casa, che trattiene e contiene i cambiamenti. E quello del tiranno che riflette il diritto positivo, la necessità di non frenare lo sviluppo, del superamento della stasi che contrasta il movimento. Erompe così il dilemma: il rapporto fra diritto e giustizia, fra gli dei di Creonte e la divinità di Antigone, fra la città viva, la polis e il mondo sotterraneo del culto dei morti, il non codificato che esclude la città. L’antica tragedia testimonia che non c’è soluzione. E la traduzione di Cacciari che evita implicazioni psicologiche ed è assolutamente antiromantica sembra suggerire che anche alla luce odierna in cui la polis è sterminata, il conflitto si profila mortale e lo scontro fra individuo e potere è un tema sempre aperto. Questa Antigone che ha intrecciato un lavoro di ricerca molto razionale con il grande teatro classico, getta un fascio di luce su alcune problematiche della società attuale e dei suoi diritti.
«Volentieri ho accolto la sfida, ha detto Cacciari, per la traduzione di un testo che lo ha accompagnato fin dai banchi di scuola. Mi sono mosso nella ricerca tenendo presente che la tragedia è un genere con cui abbiamo forse rotto i ponti e ho tenuto presente che in quel tempo (4° secolo a.C.) dominava in primo piano l’arte politica per eccellenza che atteneva al culto della città, della polis. Invece, quasi tutte le interpretazioni finora espresse indulgono alla psicologia, alla dimensione legata ai principi divini, ai suoi linguaggi, al destino, con una conclusiva domanda che affida in parte al coro la risposta. Ho evitato l’insidia del tono aulico, la solennità non è propizia all’immediatezza della comunicazione e deve avere un certo ritmo che scandisca un discorso religioso, politico. I personaggi assumono consapevolmente le responsabilità assegnate dai rispettivi dei. Ognuno ubbidisce solo al proprio, consapevolmente procede fino al naufragio e sostiene il suo destino. Il vero conflitto si scatena fra i diversi dei che si scontrano attraverso i personaggi, senza confrontarsi». Ecco, la tragedia scaturisce dal fatto che i personaggi, chiusi nella loro ostinazione e nel drastico ascolto dei propri dei non sanno ascoltarsi, non si incontrano e non si combinano. Ascoltatevi, suggerisce il coro agli umani, raccomandando la riflessione.
Non abbiamo ancora visto lo spettacolo che sarà a Roma in aprile a fine tournée. L’impressione è che la visione di Massimo Cacciari sia pienamente laica. Se Creonte si condanna dopo che sono morti tutti, il coro interviene per farlo sopravvivere affinché affronti ciò che incombe: la polis, la ragione politica. Ma suggerisce anche di ascoltarsi e raccomanda la riflessione, perché i conflitti irrisolti che non possono che condurre alla catastrofe.

Mirella Caveggia

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