In questo numero
DOVE ABITA SUPERMAN di Stefano Ferrio 

Interessi televisivi, attese oltre ogni misura,
vortice di denaro da capogiro.
C’è del marcio nello sport.
Una cancrena che non risparmia nessuno,
neppure i campetti sotto casa,
tanto è il desiderio di emulare i campioni
che sfidano se stessi e la natura.
È la voglia di doping
che mina la basi dello sport più autentico.


I grandi e piccoli eventi dello sport si succedono a ritmo vertiginoso. Nello stesso tempo non passa giorno senza che affiori un nuovo caso di doping, riguardante singoli atleti, o gruppi invischiati in reti di malaffare così intricati da chiamare in causa le trame della criminalità organizzata. I blitz di magistratura e polizia, oltre a coinvolgere discipline storicamente compromesse dagli abusi di sostanze proibite – ciclismo e atletica leggera, innanzitutto – avvelenano anche campi di gara che si immaginavano immuni da pericoli del genere, come le regate veliche e le corse di go kart. Solo soffermandoci al 2006 possiamo annoverare, tra i casi più eclatanti: il vincitore del Tour de France, l’americano Floyd Landis, squalificato per abuso di ormoni; il vincitore del Giro d’Italia, Ivan Basso, coinvolto in una scottante inchiesta su traffici internazionali di emotrasfusioni; la campionessa olimpica della velocità Marion Jones risultata positiva ai campionati americani di atletica (assolta in seguito alle controanalisi); gli otto anni di squalifica comminati al tennista argentino Mariano Puerta, trovato positivo all’etilefrina dopo la finale degli Internazionali di Francia.
Sono dunque le cronache a parlarci sempre più spesso di sport e doping come di due mondi tra loro non troppo distinti, lasciandoci il fondato sospetto che, anzi, rappresentino le due facce di un medesimo sistema, fondato sulla competitività estrema, il culto del successo, l’invadenza dei media, la sudditanza totale nei confronti di sponsor e Tv. È lo stesso sistema che da una parte pretende ammirazione verso superman in grado di dominare corse a tappe di venti giorni, pedalando a 40 di media, e dall’altra grida allo scandalo ogni qual volta si scopre un flacone di steroidi o una flebo con famigerate tracce di epo nelle stanze d’albergo occupate dalle squadre ciclistiche.
Il crescendo di orrori, contraffazioni, prese in giro e ipocrisie, è diventato tale da dare voce a chi, come lo scrittore Mauro Covacich, propone l’abolizione dell’antidoping. Impossibile – sostiene questo movimento di cinici – sottrarre lo sport all’ingerenza di quegli interessi economici e pubblicitari che ne fanno a tutti i costi uno spettacolo televisivo, a cui milioni di persone si incollano giorno e notte per ricevere la loro dose di record, sfide stellari, mitiche imprese e, all’occorrenza, velenose polemiche. A questa audience, scrive Covacich sull’Espresso dello scorso 5 ottobre, vanno garantite prestazioni così alte da essere per forza dopate; diversamente cambierebbe canale, con grave danno per sponsor e reti televisive che, con i loro investimenti, tengono in piedi tutta la baracca.
Di fronte a provocazioni del genere possiamo anche sdegnarci, invocando i grandi ed eterni valori dello sport olimpico, della cavalleria e della lealtà. Ma è un atteggiamento che serve solo a farci dormire sonni tranquilli. Proprio ciò a cui punta un sistema alimentato dall’imbroglio e dalla finzione perpetua. Molto più utile, se non necessario, si può rivelare stare svegli, ai limiti dell’insonnia, e di conseguenza vigilare sulle quotidiane rappresentazioni offerte da questo Sport-Spettacolo di cui sembra impossibile fare a meno. Perché, hanno ragione i cinici, senza una nostra presa di coscienza di tifosi-telespettatori, tanto vale abolire l’antidoping.
A questo punto la tentazione è quella di chiamare in causa i numeri terribilmente grandi, e i fatti tristemente frequenti a cui ancorare lo smascheramento del sistema. Ma, prima ancora di farlo, abbiamo solo da guardarci attorno. E scoprire quanto doping ci circonda fisicamente, nella vita di tutti i giorni: non solo sulle pagine dei giornali, o lungo le caselle delle statistiche. Facciamo ad esempio un salto dal nostro medico di base, e chiediamogli che informazioni può darci in proposito. Potrebbe parlarci dei ragazzi che si gonfiano i muscoli per risultare più attraenti, delle donne pronte a ingurgitare qualsiasi prodotto dietetico pur di dimagrire fino ai limiti dell’anoressia, dei pazienti finiti in balia di direttori sportivi e allenatori privi di scrupoli, delle tante gare “amatoriali” dominate da chi, pur di arrivare primo, si inietta stimolanti in vena.
L’ambulatorio del nostro dottore si rivela così osservatorio da cui, avendone voglia e tempo, partire verso mondi altrettanto vicini: le palestre dove, a esercizi finiti, arrivano in premio determinate sostanze anabolizzanti; i siti internet consultati dagli atleti della domenica a caccia di prodotti di facile reperimento; le società sportive nelle quali i giovani vengono “formati” a base di allenamenti e doping. Quest’ultimo capitolo tira in ballo il ruolo dei genitori, a volte all’oscuro di cosa viene imposto ai figli, ma altre volte lucidamente complici di allenatori e dirigenti pur di inseguire il miraggio di costruire un campione che, con i propri successi, possa garantire prosperità a una famiglia intera.
Questi semplici sopralluoghi, compiuti nel territorio, aiutano a leggere meglio certe cifre. Quando dai Nas, i carabinieri che si occupano della salute dei cittadini, apprendiamo che il “mercato” italiano del doping ammonta negli ultimi venti mesi ad almeno 22 milioni di euro di merci sequestrate, diventa facile arguire di essere di fronte alla classica punta dell’iceberg. Tutto il resto, il “sommerso”, ciò che non si vede e sfugge ai blitz, ammonta a un’enormità tale da comprendere necessariamente anche i pasticci combinati dalla società di calcio del quartiere, i commerci clandestini in voga dietro le quinte del reclamizzato centro fitness, le truffe venute a galla nella più strapaesana serata di culturisti e pseudoguerrieri del wrestling.
Ma, giunti a questo punto, il cinico domanda: in quale misura la coscienza di vivere in una società dopata aiuta a sconfiggere il doping? Di primo acchito insorge lo sconforto, perché sembra di trovarsi davanti a un mostruoso e invincibile sistema. Dopodichè sarà meglio ricordare che, in attesa di salvare il mondo, salvare se stessi è pur sempre un primo passo. Ce lo rammentano le prossime Olimpiadi. Che nel 2008 si terranno in Cina, sicuramente una delle “patrie” mondiali del doping. E’ la Cina dei “mostruosi” record mondiali di atletica e nuoto stabiliti qualche anno fa da atleti (soprattutto donne) di cui si sono presto perse le tracce, ma anche la Cina della Scuola dello Sport di Anshan, dove, sin da bambini, i talenti destinati alle prime squadre del futuro vengono allevati a dosi quotidiane di sostanze proibite. Un luogo così protetto, Anshan, che la scorsa estate non vi hanno fatto entrare nemmeno il giornalista Francesco Liello, inviato della Gazzetta dello Sport per fare luce su questa fabbrica di campioni.
C’è del marcio nello sport, ma anche la voglia di vederci chiaro. A ognuno di noi la scelta di aprire gli occhi oppure no.

Stefano Ferrio

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