I grandi e piccoli eventi dello sport si
succedono a ritmo vertiginoso. Nello stesso
tempo non passa giorno senza che affiori
un nuovo caso di doping, riguardante singoli
atleti, o gruppi invischiati in reti di malaffare
così intricati da chiamare in causa
le trame della criminalità organizzata.
I blitz di magistratura e polizia, oltre
a coinvolgere discipline storicamente compromesse
dagli abusi di sostanze proibite – ciclismo
e atletica leggera, innanzitutto – avvelenano
anche campi di gara che si immaginavano immuni
da pericoli del genere, come le regate veliche
e le corse di go kart. Solo soffermandoci
al 2006 possiamo annoverare, tra i casi più eclatanti:
il vincitore del Tour de France, l’americano
Floyd Landis, squalificato per abuso di ormoni;
il vincitore del Giro d’Italia, Ivan
Basso, coinvolto in una scottante inchiesta
su traffici internazionali di emotrasfusioni;
la campionessa olimpica della velocità Marion
Jones risultata positiva ai campionati americani
di atletica (assolta in seguito alle controanalisi);
gli otto anni di squalifica comminati al
tennista argentino Mariano Puerta, trovato
positivo all’etilefrina dopo la finale
degli Internazionali di Francia.
Sono dunque le cronache a parlarci sempre più spesso di sport e doping
come di due mondi tra loro non troppo distinti, lasciandoci il fondato sospetto
che, anzi, rappresentino le due facce di un medesimo sistema, fondato sulla competitività estrema,
il culto del successo, l’invadenza dei media, la sudditanza totale nei
confronti di sponsor e Tv. È lo stesso sistema che da una parte pretende
ammirazione verso superman in grado di dominare corse a tappe di venti giorni,
pedalando a 40 di media, e dall’altra grida allo scandalo ogni qual volta
si scopre un flacone di steroidi o una flebo con famigerate tracce di epo nelle
stanze d’albergo occupate dalle squadre ciclistiche.
Il crescendo di orrori, contraffazioni, prese in giro e ipocrisie, è diventato
tale da dare voce a chi, come lo scrittore Mauro Covacich, propone l’abolizione
dell’antidoping. Impossibile – sostiene questo movimento di cinici – sottrarre
lo sport all’ingerenza di quegli interessi economici e pubblicitari che
ne fanno a tutti i costi uno spettacolo televisivo, a cui milioni di persone
si incollano giorno e notte per ricevere la loro dose di record, sfide stellari,
mitiche imprese e, all’occorrenza, velenose polemiche. A questa audience,
scrive Covacich sull’Espresso dello scorso 5 ottobre, vanno garantite prestazioni
così alte da essere per forza dopate; diversamente cambierebbe canale,
con grave danno per sponsor e reti televisive che, con i loro investimenti, tengono
in piedi tutta la baracca.
Di fronte a provocazioni del genere possiamo anche sdegnarci, invocando i grandi
ed eterni valori dello sport olimpico, della cavalleria e della lealtà.
Ma è un atteggiamento che serve solo a farci dormire sonni tranquilli.
Proprio ciò a cui punta un sistema alimentato dall’imbroglio e dalla
finzione perpetua. Molto più utile, se non necessario, si può rivelare
stare svegli, ai limiti dell’insonnia, e di conseguenza vigilare sulle
quotidiane rappresentazioni offerte da questo Sport-Spettacolo di cui sembra
impossibile fare a meno. Perché, hanno ragione i cinici, senza una nostra
presa di coscienza di tifosi-telespettatori, tanto vale abolire l’antidoping.
A questo punto la tentazione è quella di chiamare in causa i numeri terribilmente
grandi, e i fatti tristemente frequenti a cui ancorare lo smascheramento del
sistema. Ma, prima ancora di farlo, abbiamo solo da guardarci attorno. E scoprire
quanto doping ci circonda fisicamente, nella vita di tutti i giorni: non solo
sulle pagine dei giornali, o lungo le caselle delle statistiche. Facciamo ad
esempio un salto dal nostro medico di base, e chiediamogli che informazioni può darci
in proposito. Potrebbe parlarci dei ragazzi che si gonfiano i muscoli per risultare
più attraenti, delle donne pronte a ingurgitare qualsiasi prodotto dietetico
pur di dimagrire fino ai limiti dell’anoressia, dei pazienti finiti in
balia di direttori sportivi e allenatori privi di scrupoli, delle tante gare “amatoriali” dominate
da chi, pur di arrivare primo, si inietta stimolanti in vena.
L’ambulatorio del nostro dottore si rivela così osservatorio da
cui, avendone voglia e tempo, partire verso mondi altrettanto vicini: le palestre
dove, a esercizi finiti, arrivano in premio determinate sostanze anabolizzanti;
i siti internet consultati dagli atleti della domenica a caccia di prodotti di
facile reperimento; le società sportive nelle quali i giovani vengono “formati” a
base di allenamenti e doping. Quest’ultimo capitolo tira in ballo il ruolo
dei genitori, a volte all’oscuro di cosa viene imposto ai figli, ma altre
volte lucidamente complici di allenatori e dirigenti pur di inseguire il miraggio
di costruire un campione che, con i propri successi, possa garantire prosperità a
una famiglia intera.
Questi semplici sopralluoghi, compiuti nel territorio, aiutano a leggere meglio
certe cifre. Quando dai Nas, i carabinieri che si occupano della salute dei cittadini,
apprendiamo che il “mercato” italiano del doping ammonta negli ultimi
venti mesi ad almeno 22 milioni di euro di merci sequestrate, diventa facile
arguire di essere di fronte alla classica punta dell’iceberg. Tutto il
resto, il “sommerso”, ciò che non si vede e sfugge ai blitz,
ammonta a un’enormità tale da comprendere necessariamente anche
i pasticci combinati dalla società di calcio del quartiere, i commerci
clandestini in voga dietro le quinte del reclamizzato centro fitness, le truffe
venute a galla nella più strapaesana serata di culturisti e pseudoguerrieri
del wrestling.
Ma, giunti a questo punto, il cinico domanda: in quale misura la coscienza di
vivere in una società dopata aiuta a sconfiggere il doping? Di primo acchito
insorge lo sconforto, perché sembra di trovarsi davanti a un mostruoso
e invincibile sistema. Dopodichè sarà meglio ricordare che, in
attesa di salvare il mondo, salvare se stessi è pur sempre un primo passo.
Ce lo rammentano le prossime Olimpiadi. Che nel 2008 si terranno in Cina, sicuramente
una delle “patrie” mondiali del doping. E’ la Cina dei “mostruosi” record
mondiali di atletica e nuoto stabiliti qualche anno fa da atleti (soprattutto
donne) di cui si sono presto perse le tracce, ma anche la Cina della Scuola dello
Sport di Anshan, dove, sin da bambini, i talenti destinati alle prime squadre
del futuro vengono allevati a dosi quotidiane di sostanze proibite. Un luogo
così protetto, Anshan, che la scorsa estate non vi hanno fatto entrare
nemmeno il giornalista Francesco Liello, inviato della Gazzetta dello Sport per
fare luce su questa fabbrica di campioni.
C’è del marcio nello sport, ma anche la voglia di vederci chiaro.
A ognuno di noi la scelta di aprire gli occhi oppure no.
Stefano Ferrio |