In questo numero
LA GRAINE ET LE MULET di di Maria, Elisa ed Enrico Marotta


Il grano e il cefalo, il film più amato dai critici e dal pubblico alla 64a Mostra del cinema di Venezia, è un racconto realista che sfiora diversi temi socialmente impegnati - il razzismo, il lavoro precario, la convivenza tra diverse culture e tradizioni - attraverso la quotidianità di una famiglia francese di origini arabe. Abdellatif Kechiche, il giovane regista dal sorriso dolce e gentile, non ne spettacolarizza usi e costumi, ma svolge la narrazione attraverso primi piani che mettono in evidenza la sincerità dei protagonisti. Il titolo francese ("Il grano e il cefalo") deriva dal piatto tipico che l'ex moglie di Slimane prepara ogni domenica per i figli e le loro rispettive famiglie. Un cous cous al pesce che li riunisce a tavola e offre lo scenario perfetto per farli conversare - animatamente, briosamente -, per tracciare i loro profili e allargare l'obiettivo sulle loro condizioni. Non  ne smorza i toni né cerca l'effetto estetico con finzioni scenografiche, ma si basa essenzialmente sulle conversazioni dei suoi protagonisti mettendo in tavola la vita in diretta. Un lavoro scrupoloso provato a lungo con gli attori per ricreare l'ambiente familiare a lui  più caro. In questo quadro emergono le donne. Il ritratto femminile è quanto di più realistico ci si possa aspettare. Le donne parlano, gridano, piangono, si lamentano, si disperano, si alimentano di gelosie e invidie ma alla fine rimediano agli errori degli uomini. Così, mentre il patriarca si distrugge rincorrendo il tempo, la giovane Rym - figlia di Latifa - improvvisa una danza del ventre seducente, ipnotica, piena d'amore nei confronti del genitore illegittimo. Sembrerebbe una commedia, invece è un doloroso dramma modernissimo, arricchito da quella nostalgica musica etnica, che dà colore e sapore alla storia.

Un finale aperto

La Graine et le Mulet si svolge a Sète, una cittadina portuale vicino Marsiglia. Qui tutti lavorano al porto. Il guaio è che c'è sempre meno lavoro soprattutto per un sessantenne malandato come il Signor Slimani Beiji, padre di famiglia, divorziato, che nonostante tutto tenta di fare il possibile per restare vicino alla sua ex moglie e ai suoi figli, così come alla nuova compagna Latifa e alla figlia di lei Rym, che considera come sua. Il suo volto è segnato dal faticoso lavoro a contatto con il mare e il sole, ma nonostante tutto, non si lamenta mai: è un tipo taciturno, di poche parole. Il licenziamento non fa che acuire il senso di inutilità e fallimento che lo deprimono. Un giorno mentre sta smantellando una nave vecchia, gli viene l’idea, proprio quella che potrebbe cambiare il corso della vita di tutti i suoi cari. Perché non trasformare la nave in un ristorante? Aiutato da Rym comincia le pratiche amministrative e, come sempre avviene, passa da un ufficio ad un altro che certamente non lo incoraggiano più di tanto. Sembra che tutti per dargli il permesso debbano essere certi che la banca gli conceda i fondi e la banca da parte sua gli chiede delle garanzie più sostanziose della semplice nave. L'unico modo per aggirare l'ostacolo, secondo Slimane, è riparare la nave da solo, con l'aiuto dei suoi figli e organizzare una bella festa invitando tutti i dirigenti, dimostrando così la bontà della sua idea. La famiglia si unisce attorno a lui e così gli amici, nel tentativo di aiutarlo, ma, proprio durante la festosa cena sopraggiungono degli imprevisti e i rapporti familiari da una parte si sgretolano, dall'altra si fortificano. Il finale è aperto a più soluzioni che ciascun spettatore dedurrà secondo la sua coscienza.
Assolutamente da vedere.

Maria, Elisa ed Enrico Marotta

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