Il grano e il cefalo, il film più amato
dai critici e dal pubblico alla 64a Mostra
del cinema di Venezia, è un racconto
realista che sfiora diversi temi socialmente
impegnati - il razzismo, il lavoro precario,
la convivenza tra diverse culture e tradizioni
- attraverso la quotidianità di una
famiglia francese di origini arabe. Abdellatif
Kechiche, il giovane regista dal sorriso
dolce e gentile, non ne spettacolarizza usi
e costumi, ma svolge la narrazione attraverso
primi piani che mettono in evidenza la sincerità dei
protagonisti. Il titolo francese ("Il
grano e il cefalo") deriva dal piatto
tipico che l'ex moglie di Slimane prepara
ogni domenica per i figli e le loro rispettive
famiglie. Un cous cous al pesce
che li riunisce a tavola e offre lo scenario
perfetto per farli conversare - animatamente,
briosamente -, per tracciare i loro profili
e allargare l'obiettivo sulle loro condizioni.
Non ne smorza i toni né cerca
l'effetto estetico con finzioni scenografiche,
ma si basa essenzialmente sulle conversazioni
dei suoi protagonisti mettendo in tavola
la vita in diretta. Un lavoro scrupoloso
provato a lungo con gli attori per ricreare
l'ambiente familiare a lui più caro.
In questo quadro emergono le donne. Il ritratto
femminile è quanto di più realistico
ci si possa aspettare. Le donne parlano,
gridano, piangono, si lamentano, si disperano,
si alimentano di gelosie e invidie ma alla
fine rimediano agli errori degli uomini.
Così, mentre il patriarca si distrugge
rincorrendo il tempo, la giovane Rym - figlia
di Latifa - improvvisa una danza del ventre
seducente, ipnotica, piena d'amore nei confronti
del genitore illegittimo. Sembrerebbe una
commedia, invece è un doloroso dramma
modernissimo, arricchito da quella nostalgica
musica etnica, che dà colore e sapore
alla storia.
Un finale aperto
La Graine et le Mulet si
svolge a Sète,
una cittadina portuale vicino Marsiglia.
Qui tutti lavorano al porto. Il guaio è che
c'è sempre meno lavoro soprattutto
per un sessantenne malandato come il Signor
Slimani Beiji, padre di famiglia, divorziato,
che nonostante tutto tenta di fare il possibile
per restare vicino alla sua ex moglie e
ai suoi figli, così come alla nuova
compagna Latifa e alla figlia di lei Rym,
che considera come sua. Il suo volto è segnato
dal faticoso lavoro a contatto con il mare
e il sole, ma nonostante tutto, non si
lamenta mai: è un tipo taciturno,
di poche parole. Il licenziamento non fa
che acuire il senso di inutilità e
fallimento che lo deprimono. Un giorno
mentre sta smantellando una nave vecchia,
gli viene l’idea, proprio quella
che potrebbe cambiare il corso della vita
di tutti i suoi cari. Perché non
trasformare la nave in un ristorante? Aiutato
da Rym comincia le pratiche amministrative
e, come sempre avviene, passa da un ufficio
ad un altro che certamente non lo incoraggiano
più di tanto. Sembra che tutti per
dargli il permesso debbano essere certi
che la banca gli conceda i fondi e la banca
da parte sua gli chiede delle garanzie
più sostanziose della semplice nave.
L'unico modo per aggirare l'ostacolo, secondo
Slimane, è riparare la nave da solo,
con l'aiuto dei suoi figli e organizzare
una bella festa invitando tutti i dirigenti,
dimostrando così la bontà della
sua idea. La famiglia si unisce attorno
a lui e così gli amici, nel tentativo
di aiutarlo, ma, proprio durante la festosa
cena sopraggiungono degli imprevisti e
i rapporti familiari da una parte si sgretolano,
dall'altra si fortificano. Il finale è aperto
a più soluzioni che ciascun spettatore
dedurrà secondo la sua coscienza.
Assolutamente
da vedere.
Maria, Elisa ed Enrico Marotta
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