Filippo Magnini, 25 anni, marchigiano di
Pesaro: due volte oro mondiale nei 100
stile libero, detentore con 48 secondi
e 12 centesimi del secondo tempo di sempre
in questa specialità, paragonabile
ai 100 metri dell’atletica leggera.
Federica Pellegrini, 19 anni, veneziana di Mirano: argento olimpico ad Atene
nei 200 stile libero, record-woman del mondo (per un giorno) nella stessa specialità,
autrice di un libro intitolato “Mamma, posso farmi il piercing?”,
testimonial per Fiat, Armani e Adidas.
Alessia Filippi, 20 anni, “romana de Roma”: prima italiana della
storia a vincere un oro europeo (nei 400 misti, a Budapest 2006), modella per
Valentino, e immagine donata a una onlus costituita per combattere le leucemie
infantili.
Magnini, Pellegrini, Filippi. Giovani e belli, divi in vasca e fuori, attesi
e temuti in vista dei Giochi di Pechino 2008. Bastano i loro tre nomi per ricordare
che da una decina d’anni a questa parte è nelle piscine che ha preso
corpo una delle più importanti rivoluzioni culturali avvenute nel nostro
Paese. Del quale si è sempre detto che è fatto per “galleggiare”,
arrangiarsi a sguazzare sul pelo dell’acqua, accreditando un’immagine
confermata dallo sport agonistico: a lungo quotati nei tuffi e nella pallanuoto,
nelle gare di nuoto gli azzurri dovevano cedere sistematicamente il passo ad
americani, australiani, russi, tedeschi, francesi, e via via gli altri. Tanto
che delle medaglie olimpiche e mondiali conquistate negli anni ’70 dalla
padovana Novella Calligaris, a cui bastavano 50 chili di furore agonistico per
battere le superwomen di ogni continente, si continuava a parlare come di un’unica
e sfolgorante meteora.
Poi il terremoto di Sydney 2000. Dove Domenico Fioravanti, classe 1977, novarese
di Trecate, diventa il primo italiano a conquistare un oro olimpico, nei 100
rana, poi bissati dai 200. Sulla sua scia arrivano le medaglie di Massimiliano
Rosolino, le imprese di Emiliano Brembilla e Davide Rummolo, le clamorose prestazioni
delle staffette, il boom del nuoto femminile. Per arrivare a un presente in cui
i nomi da cui siamo partiti – Magnini, Pellegrini, Filippi – trovano
posto nell’Olimpo delle celebrità nazionali accanto ai Cannavaro,
ai Totti, ai Toni, ai Rossi, ai Capirossi e ai Bettini incoronati in discipline
storicamente più popolari. Tre nomi che fra l’altro non brillano
affatto soli, in un firmamento azzurro dove si avvicinano a Pechino con concrete
ambizioni un Luca Marin, un Federico Colbertaldo, un Loris Facci, una Chiara
Boggiatto, una Caterina Giacchetti, un Massimiliano Rosolino ancora competitivo
(Fioravanti si è dovuto ritirare a causa della disfunzione cardiaca diagnosticatagli
dopo Sydney).
Fortuna che la realtà dà spesso punti alla fantasia. Solo dieci
anni fa questo presente non era immaginabile. Perfino la meravigliosa parabola
disegnata da Giorgio Lamberti nel 1991, con oro e record mondiale dei 200 stile
libero, si lasciava leggere come uno di quegli exploit legati ai singoli che
prima o poi possono toccare in sorte a qualsiasi nazione. L’Italia del
2008 esprime invece una straordinaria forza di squadra. Così eclatante
da giustificare sogni di gloria perfino in quelle staffette che per tradizione
sembrano affare privato fra Stati Uniti, Australia e occasionali avversarie.
Gossip acquatici
Nulla di magico in questo
boom. Meglio risalire alla diffusione e alla
crescita continua delle scuole aperte dalla
Federnuoto su tutto il territorio nazionale.
Quando si riesce a contare su un “movimento” che
ha raggiunto la quota di dieci milioni
di praticanti di ogni età, i risultati
agonistici non tardano ad arrivare. Primi
posti e inni nazionali suonati in Mondovisione
diventano logica conseguenza di una politica
di promozione sportiva attuata con ostinazione
e buon senso dalla federazione, il cui
presidente è attualmente Paolo Barelli.
Si dirà che una tale fioritura di
divi e medaglie non trova grande copertura
televisiva, garantita in modo soddisfacente
dalla Rai solo quando scocca l’ora
di Olimpiadi e Mondiali. Verissimo, anche
se i campioni italiani, simili in questo
a tanti loro avversari stranieri, sanno
come sfruttare quei pochi passaggi con
una fantasia e una spregiudicatezza ignote
alle superstar di sport molto più gettonati.
Fanno cioè parte a pieno titolo
di un movimento mondiale caratterizzato
da fenomeni sempre più accentuati
di culto dell’immagine. Non è un
mistero che i nuotatori del terzo millennio
fanno notizia, o gossip, a livello di calciatori,
ciclisti e piloti di Formula Uno. È un divismo dai toni più contenuti in ambito maschile, dove
negli ultimi anni a tenere banco sono state soprattutto le prestazioni ultraterrene
dell’americano Michael Phelps (sei ori e due argenti ad Atene 2004) e
dell’australiano Ian Thorpe, noto per gareggiare con pinne e tuta aderente
che ne hanno fatto, anche visivamente, una sorta di supereroe delle piscine.
Quasi “umani” si sono invece rivelati i profili dell’olandese
Pietre Van Den Hoogenband, dell’altro australiano Grant Hackett, e dello
stesso Filippo Magnini.
A fare di gran lunga più rumore è il
nuoto femminile, dominato dalla scultoree
figure della tedesca Franziska van Almsick,
della nuova stellina svedese Therese Alshammar,
della francese Laure Manaudou, famosa in
Italia più per la love story con
il nostro Luca Marin che per l’oro
mondiale nei 200 metri, e dell’americana
Amanda Beard, giunta a posare nuda su Playboy
pur di restare al centro dei riflettori
nonostante i tempi ormai lontani da quelli
degli esordi. “Rivale” in tutti
i sensi di queste superstar si profila
la bionda e possente Federica Pellegrini,
vistosa in vasca, dove è da alcuni
anni ai vertici delle prove veloci, ma
anche fuori, dove non manca di esibire
i tatuaggi sparsi per il corpo, di scrivere
un libro a quattro mani con Federico Taddia,
di annunciare di essersi fatta il tanto
agognato piercing, di sfruttare ogni occasione
buona per marcare le spigolosità di
un carattere non a tutti simpatico.
Ovvio che dove prospera il divismo, trovi
campo anche l’antidivismo di chi
preferisce farsi apprezzare per una semplicità da
pane e salame. È il caso di Alessia
Filippi, pronta a dire di no alle lusinghiere
offerte economiche di un’università americana,
pur di continuare ad allenarsi in un ambiente
a lei più congeniale come quello
di casa. Alta e avvenente la sua parte,
questa sfegatata tifosa romanista entra
nel cuore dei tifosi ricorrendo alla schiettezza
piuttosto che al gossip. Se un giornale
come la Repubblica le chiede di
esprimere un pensiero su un tema scottante
come “Cina e diritti civili”,
si indigna, ma precisando che, al momento
di gareggiare, penserà solo a vincere.
Una sincerità da medaglia d’oro.
Come quella che, ancora prima di Pechino
2008, merita tutto il nuoto italiano.
Stefano Ferrio
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