In questo numero
MAI PER SEMPRE di Patrizia Spagnolo  

Generazione mongolfiera che vede
il futuro come una minaccia
e non una possibilità.
I giovani del Terzo Millennio sono spaventati
dall’incertezza, per questo non credono
possa esistere qualcosa di stabile e sicuro.
Neanche l’amore.


Ogni tanto anche noi diamo i numeri. Nel senso che ci agganciamo ai dati dell’ennesima ricerca sui giovani per atterrare ed esplorare un pianeta che è fonte sempre più di preoccupazione e sempre meno di energia luminosa. “Sfiduciati, in cerca di protezione ma con una visione del futuro che è come un campo aperto, pronti quindi a ogni possibilità, convinti che nessuna scelta sia per sempre”: è così che l’Istituto Iard sintetizza i risultati emersi da un sondaggio – il sesto dal 1983 – realizzato su un campione di 2999 individui di età compresa tra i 15 e i 34 anni.
Tralasciando i dati sul grado di fiducia dei giovani nei confronti di scienziati, Onu, polizia, magistrati, scuola, banche, televisione, giornali e politica, i “valori” posti in testa alla classifica sono: salute (92% di consensi), famiglia (87%), pace e libertà (entrambi 80%), amore (76%) e amicizia (74% contro il 58% del 1983). Si riduce, invece, nella scala delle priorità, l'importanza attribuita alla dimensione lavorativa, alla carriera e al valore della solidarietà. Cresce quella attribuita allo svago ed al tempo libero.
E ancora: i giovani non si impegnano in scelte troppo vincolanti, e quelle più importanti non le considerano “per sempre”; la transizione verso l’età adulta – che, secondo i ricercatori, in Italia avviene con alcuni anni di ritardo rispetto al resto d’Europa – guadagna sempre più tempo, dal momento che solo dopo i 25 anni si registrano le prime “consistenti” uscite di casa, mentre quasi il 70% dei 25-29enni e oltre un terzo tra i 30-34enni vive ancora con i genitori. Si entra nel mondo del lavoro e ci si sposa sempre più tardi e si fanno meno bambini.
Questi i dati del rapporto Iard, commentato più o meno da tutti quelli che potevano commentarlo, compresa Giovanna Melandri, Ministro per le Politiche giovanili, la quale di fronte a un quadro grigio e senza novità ha detto cose altrettanto ovvie, del tipo: “Siamo impegnati nella messa a punto di strategie finalizzate a fare della giovinezza un'esperienza piena e felice e a sbloccare l'accesso dei giovani alla vita adulta”; oppure l’invito a non cadere nella tentazione “di guardare ai giovani soprattutto come a un problema. Un problema di ordine pubblico, o, al più, un problema di politiche sociali... La nostra visione, invece, coglie nei giovani un risorsa essenziale per il futuro di questo Paese".
Vogliamo provare a intrecciare i dati Iard con altri (l’universo giovanile è ormai oggetto di attenzioni morbose) e, soprattutto, con testimonianze dirette tratte anche dai blog che imperversano su Internet.

Guardare per non comprare
Sociologi e psicologi di Marketing&Trade, per esempio, hanno recentemente realizzato 2 mila interviste in grandi città italiane tra i 18-25enni; sono andati a cercarli nei locali che frequentano, hanno ascoltato le loro conversazioni, le loro lamentele, si sono fatti raccontare particolari del loro ménage. Per scoprire che mangiano dove e come capita e amano l’happy hour “dove – come dice Ligabue nella sua canzone – la vita costa la metà”.
Giovani che ormai preferiscono frequentare i centri commerciali e gli outlet piuttosto che andare in discoteca: guardano ma non comprano, stanno al caldo gratis e cercano di combattere la solitudine. E toglietegli tutto ma non il telefonino, quello no, perché l'ossessione per messaggini, suonerie e altri servizi mobili nasconde in realtà profonda tristezza e solitudine. In Corea del Sud, dove il mercato della telefonia mobile è ormai saturo, una ricerca su un campione di 575 studenti di scuola superiore racconta che gli adolescenti che utilizzano il cellulare per più di 90 volte al giorno (circa un terzo del totale intervistato) si dedicano a tale attività per combattere la noia e l'infelicità, soffrono di ansia e di depressione.

Amico, dove sei?
Mentre aumentano a dismisura le occasioni per comunicare, si fa sempre più fatica a trovare amicizie “vere” che sappiano infonderti coraggio e conforto nei momenti difficili, che facciano parte della tua vita e non di brevi momenti di svago. C’è tanta solitudine tra i giovani di ogni età: ecco – forse – perché il valore dell’amicizia è balzato dal 58 al 74% dei consensi in 20 anni. “Mi chiamo Luca, ho 27 anni e scrivo dalla provincia di Milano – abbiamo trovato su un altro blog - Sono un ragazzo solo e non ho amici reali....faccio tanta fatica a fare questa vita di isolamento. Ho solo voglia di piangere xkè nessuno mi sa capire o ascoltare, cm posso fare?
le ho tentate tutte ma ho solo trovato porte chiuse in faccia e risate anche da parte dei preti....sn molto disperato e aspetto solo che il buon dio mi chiami a lui”.
Apparentemente liberi e cresciuti nel segno del benessere economico, eppure insoddisfatti, smarriti e pessimisti per il futuro. Secondo “Voce Amica”, un’associazione romana che da cinquant'anni presta aiuto telefonico volontario a chiunque la chiami da qualunque parte d’Italia, nel 2006 sono stati soprattutto i trentenni a digitare il numero, denunciando difficoltà di affrontare la vita quotidiana, solitudine e incapacità di stabilire legami duraturi e sinceri.
"Il lavoro a tempo determinato – dice l’associazione - scatena ansie e paure inimmaginabili solo qualche anno fa, e non soltanto per il timore della disoccupazione. Preoccupa l'idea di dover, ogni volta, inserirsi in un nuovo gruppo di lavoro e di doversi mettere costantemente alla prova, in ambienti spesso ostili e ad alta competizione".
Già, il lavoro, una dimensione che sicuramente contribuisce a spiegare perché certe scelte importanti non si fanno più “per sempre”. Se in Italia il primo impiego, quando arriva, è ricompensato da un salario che è quasi la metà rispetto a quello dei coetanei inglesi, francesi e tedeschi; se chi studia non riesce a trovare sbocchi credibili e spesso si ritrova a lavorare in un call center, è chiaro che tra i giovani sia in aumento la percentuale di coloro che si trasferirebbero all’estero: addirittura il 50%, secondo un sondaggio Eurispes di un anno fa. E chi resta in Italia, ha bisogno della famiglia (in testa alla classifica Iard). La famiglia d’origine, cioè papà e mamma, che di fatto costituiscono un ammortizzatore sociale irrinunciabile, dal momento che l’autonomia e le scelte importanti della vita (ad esempio matrimonio e figli) sono scomparsi dall’orizzonte di molti giovani.
Génération montgolfière, la definisce una psicoterapeuta francese, Françoise Sand: cioè una mongolfiera che si agita molto e non trova mai un punto fermo, che di fronte a tante porte aperte è insicura e arretra. “I nati tra il 1968 e il 1978 stanno sperimentando una lunga post-adolescenza che termina, nei migliori dei casi, soltanto intorno ai 35 anni - dice - sono i primi ad aver vissuto cambiamenti epocali: sono i figli delle coppie divorziate, dell'amore libero degli anni Settanta, delle mamme che lavorano, dei genitori-amici, dei nonni che non invecchiano. Sono quelli che hanno fatto i conti con l'Aids, con il cancro quotidiano, con le angosce tipo mucca pazza. E, oggi, con una crisi politico-economica globale".
Insomma, sono quelli che vedono il futuro come una minaccia e che non riescono quindi a investire in un progetto a lunga scadenza.

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Patrizia Spagnolo

www.timeandmind.com