Il visitatore che a Gerusalemme attraversa
gli ambienti dello Yad Vashem, il
Museo dell’Olocausto, si imbatte in
un’iscrizione estremamente polemica
nei riguardi di Eugenio Pacelli, Papa Pio
XII (1939-1958): “Persino quando notizie
circa il massacro degli Ebrei raggiunsero
il Vaticano, il Papa non protestò né verbalmente
né per iscritto. Quando gli Ebrei
furono deportati da Roma ad Auschwitz, egli
non intervenne in alcun modo”. Si tratta
di un’accusa molto pesante che, per
la prima volta, nel 1963, fu avanzata da
un drammaturgo tedesco, Rolf Hochhuth, autore
di una pièce intitolata Il
Vicario. D’allora, storici ed
opinionisti non hanno cessato di dibattere
su questo argomento. Per alcuni, egli sarebbe
stato uno spettatore indifferente dell’Olocausto
che, con il suo silenzio, si rese connivente
dell’immane tragedia che si stava consumando.
Per altri, questa critica è del tutto
calunniosa. In effetti, coloro che sostengono
la colpevolezza del Papa possono addurre
un argomento apparentemente molto convincente:
in nessun discorso e in nessun documento
firmato dal Papa durante i terribili anni
della Seconda Guerra Mondiale si trova un’esplicita
dichiarazione di protesta contro le misure
intraprese per sterminare gli Ebrei. Di qui
la ricerca delle cause di questo comportamento.
Per alcuni storici, esse vanno individuate
o in alcuni aspetti della personalità di
Papa Pacelli, fondamentalmente antisemita
e algido nei confronti del loro dramma, o
in una vera e propria “malattia” della
Chiesa Cattolica, e cioè il suo radicale
anticomunismo che la rendeva propensa a sostenere
persino il Nazismo come baluardo contro il “pericolo
rosso”. Tutto, dunque, sembrerebbe
chiaro: né Pio XII né la Chiesa
Cattolica, a parte lodevoli eccezioni, farebbero
una bella figura. Come in altri episodi della
storia, la Chiesa si sarebbe trovata dalla
parte sbagliata. Le cose però non
sono poi così lineari. C’è anzitutto
un dato eloquente che smentisce tutti gli
storici che, a tavolino, costruiscono i loro
teoremi accusatori sul silenzio di Pio XII:
le testimonianze degli Ebrei, sopravvissuti
alla strage e che hanno sofferto in prima
persona le inenarrabili sofferenze provocate
dai loro aguzzini. È un vero e proprio
concerto all’unisono: per le vittime,
Pio XII fu un grande benefattore che si prodigò con
tutti i mezzi a sua disposizione per salvare
il maggior numero di Ebrei, sottoposti in
Europa alla feroce persecuzione ingaggiata
dal Nazionalsocialismo. Ecco alcune delle
innumerevoli dichiarazioni. Il 29 novembre
1945 circa ottanta delegati in rappresentanza
degli ebrei profughi dai campi di concentramento
tedeschi si recarono in udienza dal Papa
per ringraziarlo di tutto quello che aveva
fatto. Nella domanda per l'udienza, chiedevano "il
sommo onore di poter ringraziare personalmente
il Santo Padre per la sua generosità dimostrata
verso di loro, perseguitati durante il terribile
periodo di nazifascismo". Isaac Herzog,
rabbino capo d’Israele, nel febbraio
del 1944, inviò un messaggio al Papa
in cui dichiarava: "Il popolo
d’Israele non dimenticherà mai
quello che Sua Santità e i suoi illustri
delegati, ispirati dagli eterni principi
della religione, che formano le vere basi
di un’autentica civiltà, stanno
facendo per i nostri sfortunati fratelli
e sorelle nell’ora più tragica
della nostra storia, prova vivente dell’esistenza
della divina Provvidenza in questo mondo".
Il 10 ottobre 1958, il Rabbino Capo di Roma,
Elio Toaff, nella circostanza della morte
di Papa Pio XII, disse: “Più che
in ogni altra occasione, abbiamo avuto l'opportunità di
sperimentare la grande compassione e la grande
generosità di questo Papa durante
gli anni della persecuzione e del terrore,
quando sembrava non ci fosse per noi più alcuna
speranza”. Si tenga a mente che Elio
Toaff, a guerra conclusa, si convertì al
Cattolicesimo, mosso anche dalla testimonianza
di carità cristiana a favore degli
Ebrei a cui aveva assistito durante gli anni
bui dell’occupazione nazista in Italia
e assunse il nome di Eugenio, per un tributo
di riconoscenza verso Eugenio Pacelli. Sono
sempre gli studiosi ebrei a fornire i dati
più significativi, sufficienti ad
abbattere ogni recriminazione verso Pio XII.
Pinchas Lapide, che fu anche console israeliano
a Milano, con cifre alla mano, ha dimostrato
che "il Papa in persona, la Santa Sede,
i nunzi e tutta la Chiesa Cattolica hanno
salvato da 700.000 ad 850.000 ebrei da morte
certa". In Italia e a Roma, soprattutto,
conventi e seminari nascosero, per richiesta
del Papa, le famiglie ebree braccate dai
nazisti, una vera e propria epopea della
carità, in gran parte ancora da raccontare.
Alla luce di queste testimonianze si comprende
pienamente perché il Papa preferì conservare
un atteggiamento molto riservato. Una protesta
pubblica e plateale avrebbe provocato una
reazione ancora più violenta da parte
dei Nazisti (non si dimentichi che Hitler
in persona aveva dato disposizioni perché Pio
XII fosse arrestato e tradotto in esilio
e solo i suoi ufficiali e diplomatici in
Italia riuscirono a dissuaderlo dall’attuazione
di questo piano) ed ostacolato la sua azione,
silenziosa, sollecita e, fin dove fu possibile,
efficace. Gli Archivi Vaticani, diligentemente
esplorati dagli storici di professione, hanno
esibito una quantità impressionante
di documenti che testimoniano le direttive
date dalla Santa Sede e dal cardinale Segretario
di Stato, che parla ed agisce sempre e solo
a nome del Papa, ai Nunzi e ai Delegati apostolici,
cioè ai rappresentanti del Papa nei
vari paesi. Le richieste ed i suggerimenti
dati erano sempre indirizzati ad un solo
scopo: fare di tutto presso le autorità militari
e politiche per salvare il maggior numero
di Ebrei, a qualsiasi costo! Nei paesi, retti
da governi filonazisti, ove la Chiesa Cattolica
aveva maggiore influenza diplomatica, come
la Slovacchia, l’Ungheria, la Croazia,
questi interventi furono dotati di una loro
efficacia. Laddove i Nazisti esercitavano
direttamente il potere, come in Polonia,
questa azione fu sì generosa, ma,
purtroppo, coronata da minore successo. In
questo modo molti Ebrei furono salvati da
morte certa, aiutati ad emigrare in Palestina
o in altri paesi liberi.. Il silenzio di
Pio XII era necessario: se il Papa avesse
parlato chiaramente, le rappresaglie sarebbero
state indubbiamente molto più brutali.
Basti citare il caso dell’Olanda, dove
nel 1942 i Vescovi cattolici protestarono
pubblicamente: il risultato ottenuto fu non
l’attenuazione della persecuzione contro
gli Ebrei ma il suo inasprimento, diretto
anche verso gli Ebrei convertiti al Cattolicesimo,
come Edith Stein, già carmelitana,
deportata ad Auschwitz, dove subì il
martirio. Che il Papa rimanesse in silenzio
per non essere ostacolato nella sua azione
era anche il pensiero e l’ardente desiderio
degli Ebrei perseguitati. I coniugi Wolfsson,
ebrei di Berlino, si trovavano a Roma nel
1943, quando i Nazisti fecero irruzione nel
Ghetto ebraico e deportarono oltre 1000 abitanti.
Scamparono al rastrellamento e, per interessamento
di Pio XII, furono dapprima nascosti in un
convento e poi trasferiti in Spagna. Vent’anni
dopo, nel 1963, a seguito della rappresentazione
del Vicario di Hochhuth, affermarono: “Nessuno
di noi ha desiderato che il Papa parlasse
apertamente. Eravamo dei fuggitivi. LaGestapo ne
sarebbe stata ancora più eccitata
e avrebbe intensificato le sue persecuzioni. È stato
meglio che il Papa abbia taciuto. Tutti noi,
allora, pensavamo così, ed ancora
oggi riteniamo la stessa convinzione”.
D’altra parte, la stessa affermazione
che Pio XII abbia taciuto, sia pur per le
nobili ragioni già illustrate, va
ridimensionata. Egli ha parlato e ha condannato
l’Olocausto, in modo che tutti, anche
i responsabili di quelle orribili azioni,
comprendessero. Non appena le notizie circa
la soluzione finale raggiunsero
Roma, sia pure in modo incerto e non sicuramente
chiaro come si è potuto appurare alla
fine della guerra, il Papa Pio XII, nel suo
memorabile radiomessaggio natalizio del 1942
(trasmesso dalla Radio Vaticana anche laddove,
come in Polonia, essere scoperti in ascolto
dell’emittente del Papa poteva costare
la sentenza capitale), stigmatizzò quanto
accadeva: “Centinaia di migliaia di
persone, le quali, senza veruna colpa, talora
solo per ragione di nazionalità e
di stirpe, sono destinate alla morte o ad
un progressivo deperimento”. Tutti
intesero: il New York Times lodò questo
intervento di Pio XII a favore degli Ebrei,
mentre i Nazisti protestarono energicamente.
Si comprende bene perché il rabbino
americano, David Dalin, docente di storia
e di scienze politiche, non abbia dubbi in
proposito: Pio XII merita il titolo di “giusto
tra le nazioni”, il riconoscimento
che Yad Vashem attribuisce a chi, tra i non
Ebrei, come il famoso Schindler del film Schindler’s
list, ha eroicamente difeso e protetto
gli ebrei perseguitati durante l’Olocausto.
Roberto Spataro
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