In questo numero
OMAR PEDRINI RITORNO ALLA VITA DI Claudio Facchetti 


Ha guidato i Timoria, uno dei gruppi rock più significativi d’Italia, per oltre dieci anni. Poi si è buttato nella carriera da solista con ottimi risultati, interrotta da una grave malattia in cui ha rischiato di morire. Ora si ripresenta con un nuovo ottimo album, “Pane burro e medicine”, e racconta cosa gli è accaduto. Parlando di affetti, religione, ricordi, incontri.

Due anni fa per poco non finiva a suonare e a cantare con gli angeli. Un dolore improvviso al petto, la corsa all’ospedale, il referto inquietante: aneurisma aortico. Intervento immediato, otto ore a cuore aperto nel tentativo difficile di strapparlo alla morte. Operazione riuscita e sospiro di sollievo. Poi il divieto assoluto di fare musica, per non sforzare il cuore.
Per Omar Pedrini non deve essere stato facile da accettare subito. Proprio lui che nella sua vita non si è fatto mai mancare nulla, frequentando gli ambiti più diversi dell’arte. A incominciare dalla musica, da cui ha preso il via il suo lungo e proficuo cammino sui sentieri dello spettacolo. Per dieci anni ha guidato i Timoria, uno dei più significativi gruppi rock italiani, per poi imbarcarsi nell’avventura da solista nel 2004 con l’ottimo esordio di Vidomàr, contenente il brano Lavoro inutile con cui si è presentato al Festival di Sanremo.
E mentre Omar ci dava dentro sulla chitarra e con la voce, si è lanciato anche in attività parallele di notevole spessore. È lui a fondare e condurre l’importante «Brescia Music Art», festival dove ogni anno letteratura, cinema, teatro, pittura, musica e comunicazione si contaminano a vicenda. Ed è sempre lui a scrivere un bel libro di poesie, Acqua d’amore ai fiori gialli, e ad accompagnare in reading letterari celebri artisti americani, fra cui Lawrence Ferlinghetti (il padre della Beat Generation), Jack Hirshman e Dan Fante.
Non pago, Omar si avventura in teatro assieme alla compagnia milanese d’avanguardia «Sentieri Selvaggi»: interpreta il ruolo di Orfeo nello spettacolo Il poema a fumetti, riletto da Dino Buzzati. Poi dal palcoscenico passa al set cinematografico: nel 2002 interpreta la parte di Don Luigi, un prete hippie, nel film Un Aldo qualunque (con Fabio De Luigi e Neri Marcorè) e compone l’intera colonna sonora della pellicola. Intanto, da oltre un anno, è anche autore di alcuni programmi della Rai.
Tra tutti questi impegni, trova anche il tempo di sviluppare la sua passione per i vini curando la tenuta di famiglia vicino a Siena, mentore lo scomparso enologo Luigi Veronelli, con cui Omar stringe una fortissima amicizia. E inarrestabile accetta di insegnare “Comunicazione Musicale” all’Università Cattolica di Milano.
Più che un uomo, insomma, un turbine di iniziative, che solo un problema di salute poteva frenare. Per fortuna, cure e convalescenza gli hanno fatto superare la malattia oltre le più rosee previsioni, tanto che oggi Omar torna sulla scena con il secondo album, Pane burro e medicine, giocato sui toni di un elettro-rock cantautorale di livello sopraffino. Nove canzoni dai connotati semplici, che sfuggono alla banalità e scrutano le vicende personali dell’autore utilizzando talvolta i toni dell’ironia. E confermano la vena ispirata di Pedrini, artista davvero a tutto tondo.

Nel titolo dell’album e nelle frasi di alcune canzoni, affiora un pizzico di ironia per il brutto momento che hai passato. Come mai?
Non sopporto i piagnistei e mi è sembrato giusto parlare di questo episodio con un po’ di leggerezza, perché si può scovare un aspetto divertente anche nelle vicende più drammatiche. E l’ho fatto emergere soprattutto in Shock, il brano scelto come singolo, dove racconto i primi giorni dopo l’operazione. Mi era vietato provare emozioni forti e una macchina mi avvisava, con un suono acustico, quando inevitabilmente ne provavo. Mi sentivo ridicolo, anche perché l’aneurisma aortico colpisce di solito le persone intorno ai 70 anni.

Mi hai fatto venire in mente un libro di Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra”, dove anche lui sdrammatizza un po’ la sua malattia con l’ironia.
È un libro che mi hanno regalato subito dopo l’operazione e ho trovato delle affinità elettive nel modo in cui Terzani narra la sua vicenda e nei suoi ragionamenti nell’arrivare con serenità all’ultimo passo. D’altra parte, non ho mai avuto problemi nell’affrontare quanto mi è accaduto, neanche quando mi hanno detto che rischiavo di morire. Non pensavo che mi sarebbe arrivato un momento del genere così presto, ma mi sono trovato fortunatamente preparato. Non avevo paura: ho imparato da Gandhi che bisogna essere pronti a “partire” in qualsiasi minuto.

Non è facile raggiungere questa consapevolezza. In quale modo ci sei arrivato?
Credo sia la somma di tante cose: il carattere che una persona si ritrova, le esperienze e gli incontri che fa... Per esempio, è stata fondamentale l’amicizia con Veronelli, che considero un maestro di vita, a cui ho dedicato l’album; così com’è stata altrettanto importante mia madre, tempo fa colpita da un grave tumore poi risolto, che non ha mai perso il suo buonumore: riusciva a far ridere i pazienti raccontando barzellette. Un esempio di forza interiore straordinario. Come vedi, si può imparare dai grandi nomi come dalle persone semplici.

Gli affetti emergono in maniera forte dalle canzoni dell’album.
Ho cercato come sempre di raccontare il mio mondo, ciò che mi gira intorno, e quindi i miei sentimenti. Canto l’esistenza con l’entusiasmo di un uomo che ricomincia a vivere. Spero che venga percepito come un disco di rinascita, positivo e gioioso, che trasmetta serenità.

Hai dedicato una canzone, “Ragazzo non aver paura”, a tuo figlio dodicenne. Di solito, gli artisti le scrivono appena i bambini sono nati. Cosa gli hai voluto dire?
In effetti, per un musicista è difficile resistere alla tentazione di scrivere un brano quando nasce un figlio… Io ci sono arrivato adesso, in un momento delicato della sua esistenza, mentre sta scoprendo un sacco di cose nuove e incomincia ad avere quelle ansie tipiche della sua età. Sono paure che ricordo benissimo di aver avuto anch’io, benché in un contesto sociale forse migliore di quello attuale, e nel brano gli dico di non aver timore di sbagliare. La vita va assaporata in ogni suo aspetto: ci saranno tantissimi momenti indimenticabili alternati a dolori ed errori. L’importante è fare tesoro di ogni esperienza: per arricchirsi da quelle positive e per non ripetere quelle negative.

Hai dichiarato di «aver riscoperto Cristo negli ultimi tre anni». Come mai lo avevi perso?
«Perso» è una parola un po’ grossa. Ho ricevuto un’educazione cattolica, poi crescendo mi sono interessato profondamente alle filosofie orientali. Incontrando il Dalai Lama, mi ha colpito un suo pensiero: le religioni dovrebbero comprenderne altre perché Dio è uno solo, per tutte. Una frase straordinaria, ancor più se detta da chi guida il buddhismo. Ho capito che Cristo poteva convivere anche con i miei interessi, e infatti non sono mai diventato buddhista, così come non sono mai stato un uomo senza fede. Anzi, la mia fede in Lui ora è rafforzata.

In quale modo?
Circa quattro anni fa mi hanno chiesto di interpretare il ruolo di un prete nel film “Un Aldo qualunque”. Avendo sempre frequentato le comunità salesiane insegnando chitarra all’oratorio, quando si è trattato di darne un volto, ho detto al regista che avrei voluto fare un sacerdote rock, alla don Bosco, visto che lo conoscevo bene. Mi è sempre piaciuto la sua figura, che giocava a pallone con i ragazzini e si calava in mezzo alla gente. E interpretando quel personaggio, ho ritrovato quella figura dai capelli lunghi e con la barba che si chiama Gesù Cristo. Da quel momento, ho ricominciato ad andare a Messa, a pregare, a stargli vicino, a suonare la chitarra in chiesa. È fondamentale, insomma, avere della spiritualità: si può vivere anche facendone a meno ma se viene a mancare, sarai sempre un po’ solo.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com