Ha guidato i
Timoria, uno dei gruppi rock più significativi d’Italia,
per oltre dieci anni. Poi si è buttato
nella carriera da solista con ottimi risultati,
interrotta da una grave malattia in cui ha
rischiato di morire. Ora si ripresenta con
un nuovo ottimo album, “Pane burro
e medicine”, e racconta cosa gli è accaduto.
Parlando di affetti, religione, ricordi,
incontri.
Due anni fa per poco non finiva a suonare e
a cantare con gli angeli. Un dolore improvviso
al petto, la corsa all’ospedale, il referto
inquietante: aneurisma aortico. Intervento
immediato, otto ore a cuore aperto nel tentativo
difficile di strapparlo alla morte. Operazione
riuscita e sospiro di sollievo. Poi il divieto
assoluto di fare musica, per non sforzare il
cuore.
Per Omar Pedrini non deve essere stato facile da accettare subito. Proprio lui
che nella sua vita non si è fatto mai mancare nulla, frequentando gli
ambiti più diversi dell’arte. A incominciare dalla musica, da cui
ha preso il via il suo lungo e proficuo cammino sui sentieri dello spettacolo.
Per dieci anni ha guidato i Timoria, uno dei più significativi gruppi
rock italiani, per poi imbarcarsi nell’avventura da solista nel 2004 con
l’ottimo esordio di Vidomàr, contenente il brano Lavoro
inutile con cui si è presentato al Festival di Sanremo.
E mentre Omar ci dava dentro sulla chitarra e con la voce, si è lanciato
anche in attività parallele di notevole spessore. È lui a fondare
e condurre l’importante «Brescia Music Art», festival dove
ogni anno letteratura, cinema, teatro, pittura, musica e comunicazione si contaminano
a vicenda. Ed è sempre lui a scrivere un bel libro di poesie, Acqua
d’amore ai fiori gialli, e ad accompagnare in reading letterari celebri
artisti americani, fra cui Lawrence Ferlinghetti (il padre della Beat Generation),
Jack Hirshman e Dan Fante.
Non pago, Omar si avventura in teatro assieme alla compagnia milanese d’avanguardia «Sentieri
Selvaggi»: interpreta il ruolo di Orfeo nello spettacolo Il poema a
fumetti, riletto da Dino Buzzati. Poi dal palcoscenico passa al set cinematografico:
nel 2002 interpreta la parte di Don Luigi, un prete hippie, nel film Un Aldo
qualunque (con Fabio De Luigi e Neri Marcorè) e compone l’intera
colonna sonora della pellicola. Intanto, da oltre un anno, è anche autore
di alcuni programmi della Rai.
Tra tutti questi impegni, trova anche il tempo di sviluppare la sua passione
per i vini curando la tenuta di famiglia vicino a Siena, mentore lo scomparso
enologo Luigi Veronelli, con cui Omar stringe una fortissima amicizia. E inarrestabile
accetta di insegnare “Comunicazione Musicale” all’Università Cattolica
di Milano.
Più che un uomo, insomma, un turbine
di iniziative, che solo un problema di salute
poteva frenare. Per fortuna, cure e convalescenza
gli hanno fatto superare la malattia oltre
le più rosee previsioni, tanto che
oggi Omar torna sulla scena con il secondo
album, Pane burro e medicine, giocato
sui toni di un elettro-rock cantautorale
di livello sopraffino. Nove canzoni dai connotati
semplici, che sfuggono alla banalità e
scrutano le vicende personali dell’autore
utilizzando talvolta i toni dell’ironia.
E confermano la vena ispirata di Pedrini,
artista davvero a tutto tondo.
Nel titolo dell’album
e nelle frasi di alcune canzoni, affiora
un pizzico di ironia per il brutto momento
che hai passato. Come mai?
Non sopporto i piagnistei e mi è sembrato giusto parlare di questo episodio
con un po’ di leggerezza, perché si può scovare un aspetto
divertente anche nelle vicende più drammatiche. E l’ho fatto emergere
soprattutto in Shock, il brano scelto come singolo, dove racconto i
primi giorni dopo l’operazione. Mi era vietato provare emozioni forti e
una macchina mi avvisava, con un suono acustico, quando inevitabilmente ne provavo.
Mi sentivo ridicolo, anche perché l’aneurisma aortico colpisce di
solito le persone intorno ai 70 anni.
Mi hai fatto venire
in mente un libro di Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra”,
dove anche lui sdrammatizza un po’ la
sua malattia con l’ironia.
È un libro che mi hanno regalato subito dopo l’operazione e ho trovato
delle affinità elettive nel modo in cui Terzani narra la sua vicenda e
nei suoi ragionamenti nell’arrivare con serenità all’ultimo
passo. D’altra parte, non ho mai avuto problemi nell’affrontare quanto
mi è accaduto, neanche quando mi hanno detto che rischiavo di morire.
Non pensavo che mi sarebbe arrivato un momento del genere così presto,
ma mi sono trovato fortunatamente preparato. Non avevo paura: ho imparato da
Gandhi che bisogna essere pronti a “partire” in qualsiasi minuto.
Non è facile
raggiungere questa consapevolezza. In quale
modo ci sei arrivato?
Credo sia la somma di tante cose: il carattere che una persona si ritrova, le
esperienze e gli incontri che fa... Per esempio, è stata fondamentale
l’amicizia con Veronelli, che considero un maestro di vita, a cui ho dedicato
l’album; così com’è stata altrettanto importante mia
madre, tempo fa colpita da un grave tumore poi risolto, che non ha mai perso
il suo buonumore: riusciva a far ridere i pazienti raccontando barzellette. Un
esempio di forza interiore straordinario. Come vedi, si può imparare dai
grandi nomi come dalle persone semplici.
Gli affetti emergono
in maniera forte dalle canzoni dell’album.
Ho cercato come sempre di raccontare il mio mondo, ciò che mi gira intorno,
e quindi i miei sentimenti. Canto l’esistenza con l’entusiasmo di
un uomo che ricomincia a vivere. Spero che venga percepito come un disco di rinascita,
positivo e gioioso, che trasmetta serenità.
Hai dedicato una canzone, “Ragazzo non
aver paura”, a tuo figlio dodicenne.
Di solito, gli artisti le scrivono appena i
bambini sono nati. Cosa gli hai voluto dire?
In
effetti, per un musicista è difficile
resistere alla tentazione di scrivere un
brano quando nasce un figlio… Io ci
sono arrivato adesso, in un momento delicato
della sua esistenza, mentre sta scoprendo
un sacco di cose nuove e incomincia ad avere
quelle ansie tipiche della sua età.
Sono paure che ricordo benissimo di aver
avuto anch’io, benché in un
contesto sociale forse migliore di quello
attuale, e nel brano gli dico di non aver
timore di sbagliare. La vita va assaporata
in ogni suo aspetto: ci saranno tantissimi
momenti indimenticabili alternati a dolori
ed errori. L’importante è fare
tesoro di ogni esperienza: per arricchirsi
da quelle positive e per non ripetere quelle
negative.
Hai dichiarato di «aver riscoperto Cristo
negli ultimi tre anni». Come mai lo avevi
perso?
«Perso» è una parola un po’ grossa. Ho ricevuto un’educazione
cattolica, poi crescendo mi sono interessato profondamente alle filosofie orientali.
Incontrando il Dalai Lama, mi ha colpito un suo pensiero: le religioni dovrebbero
comprenderne altre perché Dio è uno solo, per tutte. Una frase
straordinaria, ancor più se detta da chi guida il buddhismo. Ho capito
che Cristo poteva convivere anche con i miei interessi, e infatti non sono mai
diventato buddhista, così come non sono mai stato un uomo senza fede.
Anzi, la mia fede in Lui ora è rafforzata.
In quale modo?
Circa
quattro anni fa mi hanno chiesto di interpretare
il ruolo di un prete nel film “Un Aldo qualunque”. Avendo
sempre frequentato le comunità salesiane
insegnando chitarra all’oratorio,
quando si è trattato di darne un
volto, ho detto al regista che avrei voluto
fare un sacerdote rock, alla don Bosco,
visto che lo conoscevo bene. Mi è sempre
piaciuto la sua figura, che giocava a pallone
con i ragazzini e si calava in mezzo alla
gente. E interpretando quel personaggio,
ho ritrovato quella figura dai capelli
lunghi e con la barba che si chiama Gesù Cristo.
Da quel momento, ho ricominciato ad andare
a Messa, a pregare, a stargli vicino, a
suonare la chitarra in chiesa. È fondamentale,
insomma, avere della spiritualità:
si può vivere anche facendone a
meno ma se viene a mancare, sarai sempre
un po’ solo.
Claudio Facchetti |