Esistono veramente dei cacciatori di aquiloni?
e chi sono? Nel fantastico romanzo del quarantenne
afghano tante domande, che prendono il volo
da 30 anni di storia, sanguinante sul presente
e in slancio verso il futuro. Kabul è proprio
dietro quelle montagne oppure tormenta il
cuore di Amir, io-narrante, protagonista
e maschera dell’autore, dal 1980 esule
in California?
Fin dalle prime pagine intuisci che il libro di Hosseini ti prende e, non mi
vergogno a dirlo, mi ha commosso. In poche righe anticipa in sintesi la vicenda,
i luoghi , i protagonisti, la tragedia e la speranza. “Guardai verso oriente
e mi sorpresi a pensare che, al di là di quelle montagne, Kabul esisteva
veramente e non era solo un mio antico ricordo.”
Sull’emozione nel rivedere, ora, dopo vent’anni la sua casa, prevale
il ricordo di Hassan, robusto, affettuoso anche se difettoso nel volto.” Oltre
quelle montagne – riprende - dormiva la città dove avevo lanciato
gli aquiloni con il mio fratellastro dal labbro leporino. Al di là di
quelle montagne l’uomo dagli occhi bendati che avevo visto in sogno era
morto di una morte insensata. Un tempo, laggiù avevo fatto una scelta.
E ora, dopo un quarto di secolo, quella scelta mi aveva riportato qui, nella
mia terra.”
Amir è figlio di un ricco uomo
d’affari di Kabul e di una discendente
dalla famiglia reale afghana, morta durante
il parto. Vive con il padre e la servitù e
diventa amico di Hassan, suo coetaneo e
compagno di giochi, figlio di un servo.
Ora la vicenda inizia a incuriosire il
lettore: il padre di Amir mostra più affetto
e preferenze per l’amico del figlio;
forse perché hanno interessi comuni
per la lettura e il gioco più popolare.
Ma nella festa annuale a metà inverno
con la gara degli aquiloni accade un fatto
di violenza e di inganno, di cui Amir soffrirà sempre
un senso di colpa. A 12 anni è costretto
a fuggire con la famiglia in America, studia,
diventa medico e scrittore. Nuovo colpo
di scena: ritorna a Kabul, dove Hassan
era rimasto fedele custode della vecchia
casa ,ma con una serie precisa e inaspettata
di scoperte e decisioni la vicenda si conclude
nei loro figli con…
Quando il gioco diventa messaggio
La
struttura del racconto di Hosseini è un
caleidoscopio con vivaci disegni a colori
diversi, rapidi, spesso in contrasto, capaci
di trasmetterci un messaggio non logico,
ma poetico: l’aquilone che vola e
che cade è l’animo di ognuno,
che si impegna, soffre sconfitte e ritorna
a sperare. Spesso nella narrativa filosofica
di tale genere si è scelta la metafora
del gioco d’azzardo, del campione
sportivo, del viaggio, del volo, da Il
gabbiano Jonathan a Volo di notte di
Saint-Exupery…, per scoprire il
senso della vita. E l’autore non
teme di rivelare il suo segreto fino dall’incipit del
libro, come i grandi scrittori di ogni
tempo. Ci dice tutto all’inizio,
ma ci convincerà alla fine. “Sono
diventato la persona che sono all’età di
12 anni, in una gelida giornata invernale
del 1975. Ricordo il momento preciso: ero
accosciato dietro un muro di argilla mezzo
diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo
lungo il torrente ghiacciato. È stato
tanto tempo fa. Ma non è vero, come
dicono molti, che si può seppellire
il passato. Il passato si aggrappa con
i suoi artigli al presente. Sono ventisei
anni che sbircio di nascosto in quel vicolo
deserto. Oggi me ne rendo conto”.
Nel tempo cambiano i luoghi, le persone
attorno a noi, i governi, cambiamo noi
stessi soprattutto dentro, ma un affetto
vero per una persona rimane per sempre
e per lei saremmo disposti a fare qualsiasi
cosa. Nell’estate del 2001 una telefonata
dal Pakistan gli chiede di tornare a salutare
i vecchi amici e accetta di andare a cancellare “il
mio passato di peccati non espiati”.
Medita emozionato e conclude: “In
cielo due aquiloni rossi con lunghe code
azzurre volavano sopra i mulini a vento,
fianco a fianco, come occhi che osservassero
dall’alto San Francisco, la mia città d’adozione.
Improvvisamente sentii la voce di Hassan
che mi sussurrava: Per te qualsiasi
cosa. Hassan, il cacciatore di aquiloni”.
Le linee narrative, che si intrecciano
nel racconto, sono l’analisi dell’animo
dei protagonisti e la recente storia dell’Afghanistan.
Amir è magro e pallido, occhi di
color castano chiaro e piccolo di statura
per i suoi dodici anni. L’aspetto
fisico aiuta a capire il suo animo: non è molto
bravo nel campo sportivo, ma lo è in
quello letterario, ama leggere e scrivere
romanzi. La sua giovinezza è un
alternarsi di sconfitte e speranze, come
quando vince la gara invernale degli aquiloni,
ma tradisce l’amico per paura. Anche
da adulto in California, si sposa, ma non
ha figli e, quando ritorna a Kabul e gli
viene svelato il segreto della sua vita,
riprende la passione per lo scontro tra
aquiloni e decide di prendersi cura del
figlio d Hassan. rimasto orfano per l’assassinio
dei genitori.
Hassan è la controfigura di Amir,
opposti e uguali, secondo i momenti da
vivere. Perfettamente tondo, come il volto
di una bambola cinese di legno, con il
naso largo e piatto, gli occhi a mandorla,
stretti come una foglia di bambù,
giallo oro, verdi o azzurri come zaffiri
a seconda della luce. Ha piccole orecchie,
mento appuntito. Lo distingue il labbro
spezzato, “come se fosse un errore
del fabbricante di bambole cui era sfuggito
lo scalpello o per distrazione o per stanchezza”.
Nei confronti di Amir è molto gentile,
sempre pronto a proteggerlo in caso di
pericolo. La sua arma migliore è la
fionda.
Severino Cagnin |