In questo numero
PAMUK UNO SCRITTORE PONTE TRA ORIENTE E OCCIDENTE di Severino Cagnin  

Nei racconti l’autore turco
propone l’incontro
tra culture non più isolate.
Applaudito Nobel 2006.


Un giovane nobile veneziano viene catturato dai pirati e venduto come schiavo a un astrologo turco. I due hanno gli stessi interessi scientifici e, vivendo assieme per anni, maturano un’amicizia fraterna.
Nella Istambul del Seicento all’inizio studiano i fuochi di artificio, poi progettano orologi, discutono appassionatamente di astronomia, ingegneria e biologia.
Quando scoppia la peste, riescono con le loro medicine a debellare l’epidemia. Il sultano Maometto IV affida loro la costruzione di una nuova potente macchina da guerra, che avrebbe reso invincibile il suo esercito alla conquista dell’Europa balcanica fino alla Polonia. Ma il complesso meccanismo di questo lanciafiamme automatico non funziona, la guerra è persa e si rompe anche l’amicizia dei due, diventati quasi gemelli: o lo erano davvero? A veder bene, molti fatti e situazioni del racconto sono ambivalenti, vista da una parte e da quella opposta.
Perfino le persone e anche i due protagonisti, lo schiavo italiano e il maestro ottomano spesso invertono le posizioni e i loro pensieri.
Una cosa è certa nelle stanze di questo castello bianco, che non c’è nulla al mondo di sicuro, ma tutto è relativo, cambia con il tempo e secondo il modo di vedere di ciascuno. Anzi molte verità, ritenute assolute da una civiltà come la mussulmana, sono affermate da quella occidentale e viceversa.
Anche la definizione di scrittore - ponte tra oriente e occidente, assegnata al Nobel Pamuk, è smentita da lui stesso. Nella dichiarazione a Stoccolma ha detto che lui scrive di quello che vede e di cui vive.
E, come ogni autore, non si propone un programma ideologico o politico.
Insomma non intende fare il maestro di nessuno! Ma al centro dei suoi scritti si muove la questione di civiltà diverse, destinate ad incontrarsi.

Da un castello antico alla Istambul di oggi
Ogni vero autore, di romanzi, di film, di quadri non saprà mai cosa voleva esprimere. Egli crea e tocca a noi capire. Pamuk inizia 25 anni fa a prendere posizione contro ingiustizie della Turchia. Senza alcuna “agenda politica” denuncia il genocidio di 30.000 Curdi e di 1 milione di Armeni; per questo i suoi libri vengono distrutti in alcune città, mentre Il mio nome è rosso viene tradotto in 24 lingue e vince nel 2003 il più ricco dei premi letterari internazionali. A conferma della sua figura di uomo e di scrittore, nel 2005 riceve a Francoforte il Premio per la Pace e il prestigioso Prix Medicis.
Il castello bianco è allegoria di un palazzo aperto e non solo sede del sultano: ciò che vi si progetta cerca un legame tra Asia ed Europa.
Dietro alla storia di un’amicizia apparentemente impossibile si cela la felice metafora del futuro: scoprirsi simili, interrogarsi e collaborare.
Non a caso il termine gemelli, frequente e riferito ai due, acquista nel contesto molti significati.
Ma ne Il mio nome è rosso esprime la sua idea dell’Europa e il desiderio che la Turchia ne faccia parte. Le strade di incontro sono la pittura e il romanzo. Il miniaturista del XVI secolo, che ha visto i ritratti di Bellini a Venezia, ne rimane affascinato perché la pittura europea permette all’artista di esprimere originalità, in modi sempre diversi, raffigurando il mondo come lo vede l’uomo.
“Il vero dono europeo all’Oriente, ha detto, è il romanzo. Insieme con la musica orchestrale e l’arte del Rinascimento è il romanzo che, secondo me, fonda l’essenza e l’identità dell’Europa. Esso è scuola di pensiero, di comprensione, di immedesimazione”. La nuova vita del 1997 porta già un titolo emblematico sulla Turchia moderna. Nel successivo Neve (Kar), dopo un periodo di esilio in Germania, per dimenticare, si trasferisce in una sperduta cittadina dell’Anatolia orientale al fine di condurre un’inchiesta giornalistica sulle imminenti elezioni comunali e su troppe adolescenti suicide.

Ma il dubbio fa scoprire una società, spaccata tra una modernizzazione di tipo occidentale e l’attaccamento ad un passato mistico, ai limiti del fanatismo. La tragedia di persone, “che si uccidono a vicenda come animali e dicono di farlo per la felicità della città “, gli fa capire che la scelta tra oriente e occidente non risolve nulla, in nessuna parte del mondo. Rifiuta la politica, non sa più se credere in Dio, impazzisce.
Neve è stato inserito tra i dieci migliori romanzi del 2004.
La sua ultima opera, Istambul, è la storia intrecciata di molte realtà.
Sul passato della sua città innesta ricordi personali: la fanciullezza come una fiaba, la famiglia, urbana e provinciale, con usi e discorsi diversi; il primo amore. Pieno di contrasti il periodo della scuola, perché è affascinato dal disegno e dalla fotografia, dalla quale passa alla scrittura per descrivere i luoghi, in cui si fondono immagini, ricordi, dolori nuovi. Abbandona la scuola e studia per le piazze: “una città imparata strada per strada, muro per muro, che mi insegna quel che resta di un impero crollato”. La sente con quella malinconia, che è affetto, tristezza e speranza e che diventa il colore poetico di questo suo capolavoro.

La danzatrice e le donne di oggi
I personaggi di Pamuk sono turchi, ma vogliono essere europei. Molte esperienze odierne si muovono su questa strada, in cui persone orientali mantengono un contatto di base con il mondo di appartenenza, con i suoi valori e tradizioni e allo stesso tempo si identificano con una cultura più ampia. Uno studio su un numero consistente di Magrebini ha documentato che in Italia vivono bene e lavorano, anche in proprio.
L’immigrazione sta diventando veicolo d’incontro e la donna guiderà la danza. Molti segnali di oggi rimandano ai simboli dello scrittore: i vestiti, gli anelli, i viaggi all’estero, le feste comuni.
Anche se spesso non si è espliciti, in pratica il fatto religioso diviene occasione di dialogo e il primo passo verso una convivenza rispettosa e ricca di scambi.
Lo scontro tra Oriente e Occidente non risolve nulla, anzi il terrorismo e le guerre per eliminarlo sono le conseguenze della “idiota contrapposizione tra Islam e Cristianesimo”.
Pamuk si propone come uno scrittore europeo e mondiale. Ha ragione quando afferma di non volere essere maestro di nessuno, ma egli lo fa con l’arte del suo narrare, “nella ricerca dell’anima melanconica della sua città natale, in cui ha scoperto nuovi simboli per raccontare lo scontro e l’interscambio tra culture”.

Severino Cagnin

www.timeandmind.com