Un giovane nobile veneziano viene catturato
dai pirati e venduto come schiavo a un astrologo
turco. I due hanno gli stessi interessi scientifici
e, vivendo assieme per anni, maturano un’amicizia
fraterna.
Nella Istambul del Seicento all’inizio studiano i fuochi di artificio,
poi progettano orologi, discutono appassionatamente di astronomia, ingegneria
e biologia.
Quando scoppia la peste, riescono con le loro medicine a debellare l’epidemia.
Il sultano Maometto IV affida loro la costruzione di una nuova potente macchina
da guerra, che avrebbe reso invincibile il suo esercito alla conquista dell’Europa
balcanica fino alla Polonia. Ma il complesso meccanismo di questo lanciafiamme
automatico non funziona, la guerra è persa e si rompe anche l’amicizia
dei due, diventati quasi gemelli: o lo erano davvero? A veder bene, molti fatti
e situazioni del racconto sono ambivalenti, vista da una parte e da quella opposta.
Perfino le persone e anche i due protagonisti, lo schiavo italiano e il maestro
ottomano spesso invertono le posizioni e i loro pensieri.
Una cosa è certa nelle stanze di questo castello bianco, che non c’è nulla
al mondo di sicuro, ma tutto è relativo, cambia con il tempo e secondo
il modo di vedere di ciascuno. Anzi molte verità, ritenute assolute da
una civiltà come la mussulmana, sono affermate da quella occidentale e
viceversa.
Anche la definizione di scrittore - ponte tra oriente e occidente, assegnata
al Nobel Pamuk, è smentita da lui stesso. Nella dichiarazione a Stoccolma
ha detto che lui scrive di quello che vede e di cui vive.
E, come ogni autore, non si propone un programma ideologico o politico.
Insomma non intende fare il maestro di nessuno! Ma al centro dei suoi scritti
si muove la questione di civiltà diverse, destinate ad incontrarsi.
Da un castello antico alla Istambul di
oggi
Ogni vero autore, di romanzi,
di film, di quadri non saprà mai cosa voleva
esprimere. Egli crea e tocca a noi capire.
Pamuk inizia 25 anni fa a prendere posizione
contro ingiustizie della Turchia. Senza
alcuna “agenda politica” denuncia
il genocidio di 30.000 Curdi e di 1 milione
di Armeni; per questo i suoi libri vengono
distrutti in alcune città, mentre Il
mio nome è rosso viene tradotto
in 24 lingue e vince nel 2003 il più ricco
dei premi letterari internazionali. A conferma
della sua figura di uomo e di scrittore,
nel 2005 riceve a Francoforte il Premio
per la Pace e il prestigioso Prix Medicis.
Il castello bianco è allegoria
di un palazzo aperto e non solo sede
del sultano: ciò che vi si progetta
cerca un legame tra Asia ed Europa.
Dietro alla storia di un’amicizia
apparentemente impossibile si cela la felice
metafora del futuro: scoprirsi simili,
interrogarsi e collaborare.
Non a caso il termine gemelli, frequente
e riferito ai due, acquista nel contesto
molti significati.
Ma ne Il mio nome è rosso esprime
la sua idea dell’Europa e il desiderio
che la Turchia ne faccia parte. Le strade
di incontro sono la pittura e il romanzo.
Il miniaturista del XVI secolo, che ha
visto i ritratti di Bellini a Venezia,
ne rimane affascinato perché la
pittura europea permette all’artista
di esprimere originalità, in modi
sempre diversi, raffigurando il mondo come
lo vede l’uomo.
“Il vero dono europeo all’Oriente,
ha detto, è il romanzo.
Insieme con la musica orchestrale e l’arte del Rinascimento è il
romanzo che, secondo me, fonda l’essenza e l’identità dell’Europa.
Esso è scuola di pensiero, di comprensione, di immedesimazione”.
La nuova vita del 1997 porta già un
titolo emblematico sulla Turchia moderna.
Nel successivo Neve (Kar), dopo un periodo
di esilio in Germania, per dimenticare,
si trasferisce in una sperduta cittadina
dell’Anatolia orientale al fine di
condurre un’inchiesta giornalistica
sulle imminenti elezioni comunali e su
troppe adolescenti suicide.
Ma il dubbio fa scoprire una società,
spaccata tra una modernizzazione di tipo
occidentale e l’attaccamento ad un
passato mistico, ai limiti del fanatismo.
La tragedia di persone, “che si
uccidono a vicenda come animali e dicono
di farlo per la felicità della città “,
gli fa capire che la scelta tra oriente
e occidente non risolve nulla, in nessuna
parte del mondo. Rifiuta la politica, non
sa più se credere in Dio, impazzisce.
Neve è stato inserito
tra i dieci migliori romanzi del 2004.
La sua ultima opera, Istambul, è la
storia intrecciata di molte realtà.
Sul passato della sua città innesta
ricordi personali: la fanciullezza come
una fiaba, la famiglia, urbana e provinciale,
con usi e discorsi diversi; il primo amore.
Pieno di contrasti il periodo della scuola,
perché è affascinato dal
disegno e dalla fotografia, dalla quale
passa alla scrittura per descrivere i luoghi,
in cui si fondono immagini, ricordi, dolori
nuovi. Abbandona la scuola e studia per
le piazze: “una città imparata
strada per strada, muro per muro, che mi
insegna quel che resta di un impero crollato”.
La sente con quella malinconia, che è affetto,
tristezza e speranza e che diventa il colore
poetico di questo suo capolavoro.
La danzatrice
e le donne di oggi
I personaggi di Pamuk sono
turchi, ma vogliono essere europei. Molte
esperienze odierne si muovono su questa strada,
in cui persone orientali mantengono un contatto
di base con il mondo di appartenenza, con
i suoi valori e tradizioni e allo stesso
tempo si identificano con una cultura più ampia.
Uno studio su un numero consistente di
Magrebini ha documentato che in Italia
vivono bene e lavorano, anche in proprio.
L’immigrazione sta diventando veicolo
d’incontro e la donna guiderà la
danza. Molti segnali di oggi rimandano
ai simboli dello scrittore: i vestiti,
gli anelli, i viaggi all’estero,
le feste comuni.
Anche se spesso non si è espliciti,
in pratica il fatto religioso diviene occasione
di dialogo e il primo passo verso una convivenza
rispettosa e ricca di scambi.
Lo scontro tra Oriente e Occidente non
risolve nulla, anzi il terrorismo e le
guerre per eliminarlo sono le conseguenze
della “idiota contrapposizione tra
Islam e Cristianesimo”.
Pamuk si propone come uno scrittore europeo
e mondiale. Ha ragione quando afferma di
non volere essere maestro di nessuno, ma
egli lo fa con l’arte del suo narrare, “nella
ricerca dell’anima melanconica della
sua città natale, in cui ha scoperto
nuovi simboli per raccontare lo scontro
e l’interscambio tra culture”.
Severino Cagnin |