In questo numero
RITRATTO DEL GIOVANE ATLETA di Stefano Ferrio 

Smaglianti e vincenti.
Almeno così devono sembrare i giovani atleti,
davanti alle telecamere.
Ma ognuno di loro conserva
una propria storia non sempre catalogabile
negli schemi del successo a portata di mano.
Ed è proprio fra i giovani atleti
che le sorprese non mancano.


IAndrew Howe, campione d’Europa di salto in lungo a 21 anni. Andrea Bargnani stella dell’Nba di basket a 20. Alessia Filippi, regina continentale dei 400 misti a 19. Presi dalle cronache di questo 2006, ecco tre "giovani vincenti". Categoria che nello sport funziona dai tempi dei poeti greci e dei loro olimpici eroi.
Non sono quindi una novità, i giovani vincenti. Caso mai, in questi tempi, tendenzialmente vietati ai minori di trent’anni per quanto riguarda autonomia e accesso al mondo del lavoro, rischiano di diventare una "rarità".
Di certo non si fanno trovare nella politica, mentre nell’economia emergono solo per via dinastica. Quanto al mondo dello spettacolo, le regole, a cui sfuggono poche eccezioni, restano quelle dell’usa e getta valido per veline, comici o semplici facce televisive.
Rimane lo sport. Dove, parafrasando il titolo di un romanzo scritto novant’anni fa dal grande James Joyce (A portrait of the artist as a young man) "Il ritratto dell’atleta da giovane" continua a mietere successo, ad accendere riflettori, a divorare curiosità. E, in certi casi, a innescare formidabili giri d’affari.
Il Valentino Rossi che "iniziò" a collezionare gran premi senza avere età da patente, il Fernando Alonso campione del mondo di Formula Uno a 24 anni, l’Asafa Powell nato nel 1982 per correre già tre volte i cento metri in 9 e 77, il Rafael Nadal classe ’86 e ormai di casa ai vertici assoluti del tennis mondiale. Sono solo quattro esempi, tratti dalla storia recente, di come ordini d’arrivo, tempi cronometrici e finali del Grande Slam possono consegnare all’attualità personaggi in grado di catalizzare non solo fenomeni di adorazione di massa, ma anche inimmaginabili quantità di denaro derivato da sponsor, ingaggi, premi, contratti televisivi.
Ecco perchè al giorno d’oggi il "giovane vincente", sin dai primi allori si ritrova un avversario in più con cui fare i conti: se stesso, la propria immagine, una fortuna economica che dipende esclusivamente da lui pur ricadendo anche su molti altri. Salire sul podio costituisce una disciplina a cui non tutti sono predisposti alla stessa maniera, mentre il rischio di scivolare, finendo stritolati da ingranaggi più possenti del proprio stesso talento, riguarda chiunque. La storia di Andrew Howe, nato a Los Angeles il 12 maggio 1985, è fatta apposta per rammentarlo. "Abbiamo il nostro Carl Lewis", "Ecco l’erede di Pietro Mennea" grida più di qualcuno all’indomani del 20 e 28 con cui questo italiano per caso (figlio di un’ostacolista giamaicana e di un calciatore tedesco, ha preso la nazionalità dal signor Ugo Besozzi, sposato in seconde nozze dalla madre) stravince a Grosseto il mondiale juniores dei 200 metri. Nessuno sembra avere pudori nel paragonare un giovanetto dall’aria simpaticamente sfrontata al più grande sprinter bianco di tutti i tempi.
È il luglio del 2004 e, particolare non secondario, a Grosseto il ragazzo conquista la medaglia d’oro anche nel salto in lungo, con uno splendido balzo di 8,11. A dire la verità, quest’ultima è la specialità in cui brilla da sempre: per lo meno dal bronzo ottenuto nel 2001 ai Mondiali allievi con un 7,61 niente male per un sedicenne, ma tutti preferiscono dimenticarsene. Di lì a nemmeno due mesi ci sono le Olimpiadi di Atene, e l’occasione di tentare la carta del Mennea-2 nel grande ring della velocità mondiale si rivela troppo ghiotta per l’intero sistema di interessi che improvvisamente inizia a gravitare attorno al giovane Andrew: federazione, famiglia, club di appartenenza, sponsor del più vario genere.
La frenesia di lanciare questo diciannovenne dalla pelle nera e dal sorriso smagliante a sfidare i supermen americani Justin Gatlin e Shawn Crawford, oltre all’intramontabile asso namibiano Franck Fredericks, si impone al di sopra di ogni altro discorso di opportunità, compreso quello riguardante le condizioni fisiche dell’atleta. Non è infatti un mistero per nessuno che Andrew, subito dopo la vittoria di Grosseto, si infortuna seriamente a un piede, tanto da arrivare in Grecia in pessime condizioni di forma. Ormai il dado è tratto, e lo spettacolo deve andare in scena fino in fondo. Obbedendo a questa filosofia, l’italiano passa a stento i quarti di finali per arrivare ultimo e zoppicante in una mestissima semifinale.
Il colpo è di quelli che possono distruggere una carriera, e Howe ne risente per quasi due anni, andando incontro nei 200 metri a un’involuzione che lo spedisce subito a casa anche ai Mondiali finlandesi del 2005. Solo a questo punto Andrew, e con lui chi gli sta intorno, opera una svolta: mettere a tempo indeterminato nel cassetto il sogno di diventare il Mennea-2 dell’atletica italiana, e aspirare al trono mondiale del salto in lungo. Anche qui il talento è grande, e nello stesso tempo la concorrenza appare meno agguerrita. I risultati si vedono in un lampo. Restituito a una propria autonomia, agonistica e umana, il ragazzo nato per sorridere e dare spettacolo lo fa a pieno regime su una pedana dove è in grado di battere qualsiasi avversario. Solo nella prima parte della stagione 2006 Andrew Howe inanella il bronzo ai Mondiali indoor di Mosca, l’8,41 con cui diventa il secondo italiano di sempre (a due soli centimetri dal record di Giovanni Evangelisti) e infine l’oro imperiosamente conquistato agli Europei di Goteborg, dove in classifica si mettono tutti dietro di lui fin dal primo salto. Da qui alle Olimpiadi di Pechino mancano due anni e tutto fa presagire che questo "nuovo Andrew Howe" saprà andarci con la maturità necessaria per reggere il marchio di favorito stampato sulla propria fronte.
Chissà se farà il viaggio per la Cina assieme ad Andrea Bargnani, nato a Roma il 26 ottobre 1985, 211 centimetri di altezza per 102 chili di peso, professione cestista? I fatti dimostrano che non dipenderà solo dalla qualificazione della nazionale italiana ai Giochi del 2008. Nel caso di quest’ala dall’eccezionale strapotere tecnico e fisico, neocampione d’Italia con la maglia della Benetton Treviso, ci può essere dell’altro di mezzo. Lo si è visto in occasione dei Mondiali giapponesi di quest’anno, dove a negarne l’utilizzo al ct Charlie Recalcati è stata niente meno che la Federazione italiana di pallacanestro. Motivo? Il fresco ingaggio del ragazzo da parte dei Toronto Raptors. Essendo Bargnani "prima scelta assoluta" di mercato da parte di un team dell’Nba, (privilegio mai accaduto prima a un europeo), la Federbasket ha deciso di dare priorità alla maturazione dell’atleta nei meccanismi e nei ritmi del campionato mediaticamente più importante del mondo, anche a scapito del rendimento di una squadra chiamata "Italia", impegnata nel più importante evento cestistico dell’anno.
Esistono dunque uffici federali dove, magari in nome del famoso "bene del movimento sportivo" di cui tanto si ama parlare, i lauti guadagni americani di mister Bargnani vengono anteposti ai risultati di una nazionale azzurra. Fortuna che Alessia Filippi, nuotatrice nata il 23 giugno 1987 a Tor Bella Monaca, provincia di Roma, non ha contratti del genere a pesare sulla sua carriera. Fortuna per noi tifosi, che possiamo gioire del suo oro, conquistato nei 400 metri misti agli Europei di Budapest. E fortuna anche per lei che, senza pensieri da superstar per la testa, gode di tutta la libertà di questo mondo. Compresa quella di iscriversi, sempre in Ungheria, alla gara non sua come i 200 misti. Così, per vedere "l’effetto che fa": ovvero una finale e una medaglia di bronzo. Oltre alla "libidine" di poter dichiarare alla fine: «Treni così non bisogna farseli scappare. Non era la mia gara, ma mi sono divertita». Eccolo, il perfetto "Ritratto dell’atleta da giovane".

Stefano Ferrio

www.timeandmind.com