IAndrew Howe, campione d’Europa di
salto in lungo a 21 anni. Andrea Bargnani
stella dell’Nba di basket a 20. Alessia
Filippi, regina continentale dei 400 misti
a 19. Presi dalle cronache di questo 2006,
ecco tre "giovani vincenti". Categoria
che nello sport funziona dai tempi dei poeti
greci e dei loro olimpici eroi.
Non sono quindi una novità, i giovani vincenti. Caso mai, in questi tempi,
tendenzialmente vietati ai minori di trent’anni per quanto riguarda autonomia
e accesso al mondo del lavoro, rischiano di diventare una "rarità".
Di certo non si fanno trovare nella politica, mentre nell’economia emergono
solo per via dinastica. Quanto al mondo dello spettacolo, le regole, a cui sfuggono
poche eccezioni, restano quelle dell’usa e getta valido per veline, comici
o semplici facce televisive.
Rimane lo sport. Dove, parafrasando il titolo di un romanzo scritto novant’anni
fa dal grande James Joyce (A portrait of the artist as a young man) "Il
ritratto dell’atleta da giovane" continua a mietere successo, ad accendere
riflettori, a divorare curiosità. E, in certi casi, a innescare formidabili
giri d’affari.
Il Valentino Rossi che "iniziò" a collezionare gran premi senza
avere età da patente, il Fernando Alonso campione del mondo di Formula
Uno a 24 anni, l’Asafa Powell nato nel 1982 per correre già tre
volte i cento metri in 9 e 77, il Rafael Nadal classe ’86 e ormai di casa
ai vertici assoluti del tennis mondiale. Sono solo quattro esempi, tratti dalla
storia recente, di come ordini d’arrivo, tempi cronometrici e finali del
Grande Slam possono consegnare all’attualità personaggi in grado
di catalizzare non solo fenomeni di adorazione di massa, ma anche inimmaginabili
quantità di denaro derivato da sponsor, ingaggi, premi, contratti televisivi.
Ecco perchè al giorno d’oggi il "giovane vincente", sin
dai primi allori si ritrova un avversario in più con cui fare i conti:
se stesso, la propria immagine, una fortuna economica che dipende esclusivamente
da lui pur ricadendo anche su molti altri. Salire sul podio costituisce una disciplina
a cui non tutti sono predisposti alla stessa maniera, mentre il rischio di scivolare,
finendo stritolati da ingranaggi più possenti del proprio stesso talento,
riguarda chiunque. La storia di Andrew Howe, nato a Los Angeles il 12 maggio
1985, è fatta apposta per rammentarlo. "Abbiamo il nostro Carl Lewis", "Ecco
l’erede di Pietro Mennea" grida più di qualcuno all’indomani
del 20 e 28 con cui questo italiano per caso (figlio di un’ostacolista
giamaicana e di un calciatore tedesco, ha preso la nazionalità dal signor
Ugo Besozzi, sposato in seconde nozze dalla madre) stravince a Grosseto il mondiale
juniores dei 200 metri. Nessuno sembra avere pudori nel paragonare un giovanetto
dall’aria simpaticamente sfrontata al più grande sprinter bianco
di tutti i tempi.
È il luglio del 2004 e, particolare non secondario, a Grosseto il ragazzo
conquista la medaglia d’oro anche nel salto in lungo, con uno splendido
balzo di 8,11. A dire la verità, quest’ultima è la specialità in
cui brilla da sempre: per lo meno dal bronzo ottenuto nel 2001 ai Mondiali allievi
con un 7,61 niente male per un sedicenne, ma tutti preferiscono dimenticarsene.
Di lì a nemmeno due mesi ci sono le Olimpiadi di Atene, e l’occasione
di tentare la carta del Mennea-2 nel grande ring della velocità mondiale
si rivela troppo ghiotta per l’intero sistema di interessi che improvvisamente
inizia a gravitare attorno al giovane Andrew: federazione, famiglia, club di
appartenenza, sponsor del più vario genere.
La frenesia di lanciare questo diciannovenne dalla pelle nera e dal sorriso smagliante
a sfidare i supermen americani Justin Gatlin e Shawn Crawford, oltre all’intramontabile
asso namibiano Franck Fredericks, si impone al di sopra di ogni altro discorso
di opportunità, compreso quello riguardante le condizioni fisiche dell’atleta.
Non è infatti un mistero per nessuno che Andrew, subito dopo la vittoria
di Grosseto, si infortuna seriamente a un piede, tanto da arrivare in Grecia
in pessime condizioni di forma. Ormai il dado è tratto, e lo spettacolo
deve andare in scena fino in fondo. Obbedendo a questa filosofia, l’italiano
passa a stento i quarti di finali per arrivare ultimo e zoppicante in una mestissima
semifinale.
Il colpo è di quelli che possono distruggere una carriera, e Howe ne risente
per quasi due anni, andando incontro nei 200 metri a un’involuzione che
lo spedisce subito a casa anche ai Mondiali finlandesi del 2005. Solo a questo
punto Andrew, e con lui chi gli sta intorno, opera una svolta: mettere a tempo
indeterminato nel cassetto il sogno di diventare il Mennea-2 dell’atletica
italiana, e aspirare al trono mondiale del salto in lungo. Anche qui il talento è grande,
e nello stesso tempo la concorrenza appare meno agguerrita. I risultati si vedono
in un lampo. Restituito a una propria autonomia, agonistica e umana, il ragazzo
nato per sorridere e dare spettacolo lo fa a pieno regime su una pedana dove è in
grado di battere qualsiasi avversario. Solo nella prima parte della stagione
2006 Andrew Howe inanella il bronzo ai Mondiali indoor di Mosca, l’8,41
con cui diventa il secondo italiano di sempre (a due soli centimetri dal record
di Giovanni Evangelisti) e infine l’oro imperiosamente conquistato agli
Europei di Goteborg, dove in classifica si mettono tutti dietro di lui fin dal
primo salto. Da qui alle Olimpiadi di Pechino mancano due anni e tutto fa presagire
che questo "nuovo Andrew Howe" saprà andarci con la maturità necessaria
per reggere il marchio di favorito stampato sulla propria fronte.
Chissà se farà il viaggio per la Cina assieme ad Andrea Bargnani,
nato a Roma il 26 ottobre 1985, 211 centimetri di altezza per 102 chili di peso,
professione cestista? I fatti dimostrano che non dipenderà solo dalla
qualificazione della nazionale italiana ai Giochi del 2008. Nel caso di quest’ala
dall’eccezionale strapotere tecnico e fisico, neocampione d’Italia
con la maglia della Benetton Treviso, ci può essere dell’altro di
mezzo. Lo si è visto in occasione dei Mondiali giapponesi di quest’anno,
dove a negarne l’utilizzo al ct Charlie Recalcati è stata niente
meno che la Federazione italiana di pallacanestro. Motivo? Il fresco ingaggio
del ragazzo da parte dei Toronto Raptors. Essendo Bargnani "prima scelta
assoluta" di mercato da parte di un team dell’Nba, (privilegio mai
accaduto prima a un europeo), la Federbasket ha deciso di dare priorità alla
maturazione dell’atleta nei meccanismi e nei ritmi del campionato mediaticamente
più importante del mondo, anche a scapito del rendimento di una squadra
chiamata "Italia", impegnata nel più importante evento cestistico
dell’anno.
Esistono dunque uffici federali dove,
magari in nome del famoso "bene del
movimento sportivo" di cui tanto si
ama parlare, i lauti guadagni americani di
mister Bargnani vengono anteposti ai risultati
di una nazionale azzurra. Fortuna che Alessia
Filippi, nuotatrice nata il 23 giugno 1987
a Tor Bella Monaca, provincia di Roma, non
ha contratti del genere a pesare sulla sua
carriera. Fortuna per noi tifosi, che possiamo
gioire del suo oro, conquistato nei 400 metri
misti agli Europei di Budapest. E fortuna
anche per lei che, senza pensieri da superstar
per la testa, gode di tutta la libertà di
questo mondo. Compresa quella di iscriversi,
sempre in Ungheria, alla gara non sua come
i 200 misti. Così, per vedere "l’effetto
che fa": ovvero una finale e una medaglia
di bronzo. Oltre alla "libidine" di
poter dichiarare alla fine: «Treni
così non bisogna farseli scappare.
Non era la mia gara, ma mi sono divertita».
Eccolo, il perfetto "Ritratto dell’atleta
da giovane".
Stefano Ferrio |