Non ridiamo perché siamo felici, ma
siamo felici perché ridiamo, è stato
detto con molto acume. Ridere ci fa sentire
bene e il benessere è un ingrediente
della felicità. La risata è universale,
si può ridere con chiunque, in qualsiasi
parte del mondo. Il riso stimola la produzione
di quelle sostanze naturali chiamate endorfine
che hanno un potere antidolorifico; produce
un rilassamento simile a quello indotto dallo
yoga; aumenta l’emissione di sostanze
immunitarie e antinfiammatorie. Un farmaco
miracoloso, dunque? No, però aiuta.
Allora come ridere? Ci sono tecniche particolari
che sono il punto del lavoro di artisti, umoristi,
attori, registi e anche di terapeuti del
ridere, i quali curano i loro pazienti con
questa euforica espressione di allegria,
salutare più di tanti farmaci.
Ridere fra i banchi
Abbiamo
scoperto, a Torino, l’Accademia
del Comico e vogliamo riferire qualche
particolare di questa curiosa scuola di
teatro comico, cabaret e risoterapia, a
quanto pare unica in Italia, che ha altre
due sedi: a Roma, a Milano. Lì si
insegna a ridere e a far ridere, a ritrovare
il bambino che è in noi, a scoprire
il senso del gioco, a stimolare la fantasia
e il senso dell’umorismo. Anche se
non sempre i corsi e gli stage trasformano
gli allievi in comici irresistibili,
li aiutano comunque a improvvisare, a schiarirsi
le idee, a trovare soluzioni, a disporsi
all’autocritica e a mettersi in rapporto
agli altri. Condotti da docenti esperti
e da artisti di fama, hanno una lunghezza
variabile, anche triennale; ma già un
seminario di due giorni può fornire
illustrare gli intenti: dodici ore in tutto
e se ne vedono delle belle.
Si comincia con le presentazioni di rito,
con l’esposizione dei motivi della
scelta di uno stage piuttosto inconsueto:
Corrado ha 45 anni, lavora nella comunicazione,
ramo automobili, non si sente più un
giovanotto e cerca per i suoi contatti
espressioni meno informali e più efficaci
di comunicazione. Marco, ne ha 48, ha una
ditta di trasporti, ha tirato fuori la
vena del riso dopo una tragedia familiare
e vuole incanalarla. Nicoletta, 35 anni,
lavora in una casa di riposo, si propone “lo “sviluppo
dell’atteggiamento mentale”.
Luca, ventiduenne musicista rock, reduce
di una delusione professionale cocente
- un concerto a Los Angeles andato in fumo
- vuole trovare una compensazione. C’è chi,
sentendosi depresso, desidera imparare
a ridersi di se stesso, chi ha deciso
di “far divertire la moglie che gli
sembra annoiata”, chi vuole scoprire
meccanismi e tecniche della comicità,
chi come Rosanna deve neutralizzare “l’esperienza
drammatica” di insegnare letteratura
agli adolescenti di oggi e chi è semplicemente
curioso. La sincerità è evidente,
nessuno intende tessere inganni. Alla domanda “che
cosa ci ha fatto ridere di più?” si
scopre che ogni evento ha un suo lato ridicolo.
Una situazione comica si origina quando
si avverte una sorta di contrasto, un dislivello
che si manifesti tra le cose e che le osserva,
quando in un personaggio si manifesta
un difetto, un errore, un equivoco in cui
si è impigliato (che però non
appaiano odiosi e non suscitino repulsione).
Anche il nonsense, che non raggiunge
tutti, può fare ridere molto. Con
un guizzo si può trovare il lato
comico persino nella caduta di un
governo oppure, come prova lo humour nero,
in situazioni ben più inquietanti.
Bastano poche ore di allenamento nell’incontro
di questi intrepidi e i risvolti ridicoli
si scorgono. E quando si ipotizzano i tipi
di riso - di imbarazzo, sarcastico, scherzoso,
liberatorio…- e si visualizzano
situazioni comiche, l’ilarità si
propaga. Chi non ride si sta prendendo
ancora troppo sul serio, ma finirà con
l’arrendersi. Intanto nel piccolo
consesso si scopre poco alla volta che
si è più sciolti, distesi,
che il riso è bello, contagioso,
sano. Così si comincia a crearlo
e a improvvisare per verificare se prima
o poi si ringiovanisce e ci si ossigena
e se di fronte alla realtà non sempre
allegra si può godere dell’atteggiamento
comico.
Esercizi di risata
Levata
l’ancora, il nostro strapalato
equipaggio affronta gli esercizi che inducono
ad abbandonare gli stereotipi per entrare
in una logica di finzione e di simulazione.
Dapprima c’è un po’ di
diffidenza, lì per lì tutto
appare senza gran significato, ma poi si
entra nel colore e nel calore della dimensione
comica, man mano che si accentuano mimiche,
suoni e intonazioni. Qualche esempio nella
girandola dell’allenamento? Ognuno
evoca davanti a tutti un episodio, una
cosa antipatica, sgradevole, ma neanche
troppo, un rospo mai ingoiato: il seguito
avverrà l’indomani. A turno
si accoglie una sfilza di insulti con il
più serafico dei sorrisi o si è travolti
da una mitragliata di complimenti esagerati.
Si diventa testimonial di un partecipante
attribuendogli imprese insuperate e inventate
di sana pianta; si cammina veloci incrociandosi
e scambiandosi saluti cordiali, cenni d’intesa
esclusivi o sguardi ammiccanti o dei vaff… pieni
di affettuosa e garbata signorilità e
via di seguito seguendo ordini sempre più bizzarri
e surreali. Si sperimenta il riso
e il pianto in progressione. Seduti in
fila, il primo comincia a sogghignare,
poi il successivo dà al suo riso
un tono più netto, seguito da un
terzo che lo riprende accentuandolo e così via
fino agli ultimi che si sganasciano con
fragore torcendosi come cavaturaccioli.
Stessa modalità per il pianto, prima
sommesso con la lacrimuccia, cresce a dismisura
e finisce con i capelli strappati, vesti
lacerate e torrenti di lacrime fittizie.
Si può immaginare il divertimento
di chi assiste e a sua volta si esibirà nelle
stesse prodezze. C’è poi il
gioco della passerella che impegna tutti.
La vittima, che non si sente tale perché tanto
toccherà anche agli altri, viene
imitata nel suo incedere dal primo osservatore
o osservatrice con l’accentuazione
di un particolare, a sua volta raccolto
dal successivo, che lo aggiungerà ad
un tratto in più che avrà individuato.
Addizionate, tutte le caratteristiche del
soggetto esposto, rese con espressioni
caricaturali, verranno fuori: una somma
esagerata e irresistibile che risulta non
solo divertente, ma illuminante. Il buon
senso, la logica, la coerenza vanno a farsi
benedire, ma le trovate in questa e nelle
altre situazioni risultano fantastiche.
Lo spiazzamento, i linguaggi incongruenti,
le ripetizioni di quadretti assurde, i
travestimenti immaginari: tutto, anche
la caricatura più feroce, è accolto
con un sorriso e rassegnata benevolenza.
Una volta entrati nell’atteggiamento
ludico si gestiscono in pieno rilassamento
complimenti e insulti, ritmi sostenuti
e sorprese inaudite.
Un’allegra umiltà
Quello che
meraviglia è che nessuno
se ne ha a male. Tanto tutti i tempi arrivano,
anche quelli di una maligna rivincita. E
sopraggiungono velocemente, infatti i due
giorni di incontro con l’accademia
della risata volano, lasciando uno strascico
di risultati di cui però non si ha
immediata consapevolezza. I più incisivi
sono quelli dell’ultimo esperimento,
quando si evoca ancora un’esperienza
sgradevole, un altro fatto banale, ma non
risolto, un piccolo smacco. Questa volta
lo si mette per iscritto e lo si illustra
con il proprio autoritratto. Quelle tracce,
accompagnate da un titolo, diverranno la
sceneggiatura di un film affidato ad un compagno
di corso che nei panni del regista sarà obbligato
a fornire spiegazioni e risposte alle domande
per lo più insensate formulate in
una immaginaria conferenza stampa. Il cineasta
di turno dovrà anche trasformarsi
in un manifesto vivente, immobile e ovviamente
esilarante, del titolo e del ritratto che
figurano sul biglietto. Ma quando sui foglietti
mescolati e fatti circolare velocemente ogni
partecipante scriverà nell’anonimato
un aggettivo relativo all’autore, questi
si troverà a leggere ad alta voce
una sfilza di qualifiche che gli preciseranno
che cosa gli altri pensano di lui. L’attestato,
un tantino imbarazzante, lo porterà a
riflettere sui suoi comportamenti e sulle
relazioni con il prossimo. Ne uscirà lusingato
o immusonito, dipende, ma avrà svegliato
l’immaginazione che tende sempre a
impigrirsi e avrà raccolto le proprie
energie per incanalarle nella invenzione,
nella creatività e nella fantasia.
Non solo: con allegra umiltà e un
pizzico di autoironia si disporrà a
controllare nella vita di tutti i giorni
le espressione del volto, gli atteggiamento
della propria figura e il suo tratto con
gli altri. E a coltivare nel futuro la piantina
del riso.
Mirella Caveggia |