In questo numero
DOLCENERA, LA FORZA DELLA MUSICA Claudio Facchetti 

L’artista traccia il bilancio di una stagione positiva,
che l’ha vista protagonista
dopo aver rischiato di sparire.
Ma con la tenacia e le buone canzoni
è riuscita a superare tutti gli ostacoli.


In questa stagione calda appena passata di roboanti mega concerti (Rolling Stones, Robbie Williams, Madonna, Ramazzotti, Ligabue, ecc.), c’è stato posto anche per tour forse meno sfarzosi, ma altrettanto intensi e applauditi. Come quello di Dolcenera, che ha attraversato l’Italia per tutta l’estate fino a settembre all’insegna del successo.
Lei, all’anagrafe Emanuela Trane, ha “portato” sul palco una bella selezione di canzoni pescate dai suoi tre album facendo capire, se ancora ce ne fosse bisogno, come mai il suo nome d’arte, preso dal titolo di una canzone di Fabrizio De Andrè, le calzi a pennello.
La sua voce e la sua musica, infatti, sono attraversate da dolcezza e ruvidezza, sono petali di rosa e spine, che si esprimono in brani dai contorni pop-rock. Sintesi del lungo cammino che l’artista salentina ha seguito prima di finire sotto i riflettori, cammino percorso all’insegna delle sette note.
A cinque anni ha già le mani sul pianoforte e gli occhi puntati sugli spartiti della classica. A quattordici viene però folgorata dal rock e inizia a suonare in vari gruppetti. Scrive le sue prime canzoni e cerca di farsi largo nell’affollata scena dello spettacolo. Non è facile, ma l’aiuto insperato le arriva da internet. Una sera, mentre sta chattando, le risponde il noto produttore Lucio Fabbri. Lei le invia alcuni Mp3 delle sue composizioni e qualche giorno dopo è nello studio di Fabbri.
Incomincia così l’avventura di Dolcenera, che esordisce con una vittoria nel 2003 a Sanremo nella sezione “Proposte” e con la pubblicazione del suo album, Sorriso nucleare. L’anno dopo dovrebbe partecipare di diritto tra i “Big” del festival, ma viene misteriosamente esclusa. Passa un momento difficile, ma si prende la sua rivincita nel 2005 primeggiando nel reality musicale Music Farm e facendo uscire il secondo disco, Un mondo perfetto, che scala le charts.
E quest’anno è arrivata la conferma del suo talento. Il ritorno a Sanremo, dove si è piazzata seconda nella categoria “Donne” con Com'è straordinaria la vita, e l’ottima uscita dell’album Il popolo dei sogni, che ha venduto di botto, in soli quattro giorni, oltre 40.000 copie, aggiudicandosi subito il disco d’oro per le vendite. Infine la tournée, accolta in ogni data dagli scroscianti applausi di un pubblico sempre numeroso e affezionato.

Sei soddisfatta dei risultati ottenuti con il tour?
Indubbiamente. È sempre una grande soddisfazione suonare davanti al pubblico, ricreare ogni sera quel corto circuito di emozioni tra chi sta sul palco e la gente che assiste al concerto. Essere apprezzati per il proprio lavoro, inutile negarlo, dà sempre gioia, ma ti motiva anche ad andare avanti. Sono comunque consapevole che in questo mestiere non si finisce mai di imparare. Ed è un mondo così duro che bisogna mettere in conto che vivi momenti bellissimi, come questo attuale, ed altri dove devi farti forza. Del resto, è la vita. L’unica cosa è che non devi mai smettere di studiare, bisogna sempre essere preparati.

A proposito di studi, tu hai iniziato presto con la classica. Chi ti ha guidato all’incontro con le sette note?
La mia famiglia. Mamma cantava in un gruppo, papà era un appassionato di musica, tanto che oggi entrambi cantano in un coro. Da piccola, mi hanno regalato una tastierina a fiato e visto che non l’abbandonavo nemmeno per un momento, mi hanno dirottato al pianoforte.

È stato difficile farsi largo nell’ambiente musicale?
Decisamente sì. Dopo essermi orientata verso il rock, ci sono voluti otto anni prima che qualcuno ascoltasse un mio brano. E in quel periodo di tempo ho suonato nei pub con la mia band in Toscana, fatto la corista in trasmissioni tv, prestato la voce per jingle pubblicitari e ricevuti tanti «no» alle mie proposte.

Come sei cambiata attraverso i tre album finora incisi?
Le esperienze vissute, sia professionali che personali, hanno contribuito a farmi crescere. E credo si siano trasferite soprattutto nel mio modo di scrivere le canzoni e di arrangiarle. Oggi riesco a raccontarmi fino in fondo con passione non solo con le parole, ma anche con la melodia e con l’espressività della voce. Penso che la mia sincerità emotiva ed artistica sia arrivata al cuore di chi ha ascoltato le mie composizioni.

Perché dopo aver vinto in maniera convincente “Sanremo Giovani” nel 2003 hai faticato a riproporti?
Al ristretto spazio che in Italia viene dato alla musica e, in particolare, ai giovani, si deve aggiungere il fatto di essere una donna. È inutile far finta di niente: un uomo ha comunque più facilità di imporsi. Nel nostro Paese e, in genere, nel mondo, non c’è mai stata tanta storia musicale al femminile, forse perché è diffuso un certo “maschilismo discografico”. Certo, ci sono parecchie artiste, ma troppo spesso le loro proposte sono ascoltate e filtrate con una sensibilità solo maschile.

È la mancanza di visibilità che ti ha portato a partecipare a “Music Farm”?

Quando le condizioni del mercato ti impediscono di pubblicare le tue canzoni e ti condannano all’invisibilità, rimangono poche scelte: puoi svenderti facendo musica commerciale, ritirarti o cogliere le poche occasioni decenti che ti propongono. “Music Farm” era una di queste occasioni. È un programma che tiene conto della dignità dell’artista, le offre ampia libertà d’azione ed è realizzato con professionalità. Sono orgogliosa di averci partecipato.

Nel tuo ultimo album c’è un’ottima cover di A wolf at the door dei Radiohead, che hai ribattezzato Il luminal d’immenso, citando Ungaretti. Perché queste scelte?
I Radiohead sono uno dei miei gruppi preferiti e quel brano mi ha toccato emotivamente in modo particolare. Nel farlo mio, ho cercato di coglierne lo spirito parlando, come nell’originale, della paura, del desiderio di liberarsene in qualche modo. E quando una persona si sente in pace, s’illumina d’immenso, si sente in armonia con l’universo. Da qui il doppio gioco di parole tra la poesia di Ungaretti e lo psicofarmaco che uccise Marylin Monroe. Ho scritto il testo pensando a lei, alla bellezza senza pace.

Un altro brano interessante è L’amore (il mostro) che tocca il delicato tema della pedofilia. Cosa ti ha spinta a scriverlo?
Lo spunto è nato in una sera d’estate, durante una chiacchierata con un’amica. Lei lavora in un’associazione che si occupa di turismo sessuale e mi ha raccontato della vita infernale che subiscono tanti bambini. Sono rimasta in silenzio per due giorni per il turbamento, poi ho incominciato a scrivere questa canzone che ha avuto una gestazione lunga due anni: la lasciavo e la riprendevo sull’onda di ritorno dell’indignazione.

Ti viene facile mantenere viva l’ispirazione iniziale durante il successivo sviluppo di una canzone?
Se un brano, nato in modo istintivo, contiene tanti difetti da correggere in fase di realizzazione, rischia di perdere la sua immediatezza. E quando i dubbi sono troppi, lascio registrato su una cassetta lo spunto iniziale e vado avanti. Le cose più belle, comunque, sono quelle naturali, sulle quali non devi usare i trucchi del mestiere. Sono parole, frasi musicali, sequenze di note che arrivano come un pugno nello stomaco, che mi fanno tremare i polsi. Di solito accade inconsciamente, con le emozioni che urlano forte dentro me: le riconosco solo dopo che si sono trasformate in musica. Io non devo fare altro che lasciarmi andare e farmi trasportare.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com