In questa stagione calda appena passata di
roboanti mega concerti (Rolling Stones, Robbie
Williams, Madonna, Ramazzotti, Ligabue, ecc.),
c’è stato posto anche per tour
forse meno sfarzosi, ma altrettanto intensi
e applauditi. Come quello di Dolcenera, che
ha attraversato l’Italia per tutta
l’estate fino a settembre all’insegna
del successo.
Lei, all’anagrafe Emanuela Trane, ha “portato” sul palco una
bella selezione di canzoni pescate dai suoi tre album facendo capire, se ancora
ce ne fosse bisogno, come mai il suo nome d’arte, preso dal titolo di una
canzone di Fabrizio De Andrè, le calzi a pennello.
La sua voce e la sua musica, infatti, sono attraversate da dolcezza e ruvidezza,
sono petali di rosa e spine, che si esprimono in brani dai contorni pop-rock.
Sintesi del lungo cammino che l’artista salentina ha seguito prima di finire
sotto i riflettori, cammino percorso all’insegna delle sette note.
A cinque anni ha già le mani sul pianoforte e gli occhi puntati sugli
spartiti della classica. A quattordici viene però folgorata dal rock e
inizia a suonare in vari gruppetti. Scrive le sue prime canzoni e cerca di farsi
largo nell’affollata scena dello spettacolo. Non è facile, ma l’aiuto
insperato le arriva da internet. Una sera, mentre sta chattando, le risponde
il noto produttore Lucio Fabbri. Lei le invia alcuni Mp3 delle sue composizioni
e qualche giorno dopo è nello studio di Fabbri.
Incomincia così l’avventura di Dolcenera, che esordisce con una
vittoria nel 2003 a Sanremo nella sezione “Proposte” e con la pubblicazione
del suo album, Sorriso nucleare. L’anno dopo dovrebbe partecipare
di diritto tra i “Big” del festival, ma viene misteriosamente esclusa.
Passa un momento difficile, ma si prende la sua rivincita nel 2005 primeggiando
nel reality musicale Music Farm e facendo uscire il secondo disco, Un
mondo perfetto, che scala le charts.
E quest’anno è arrivata la conferma del suo talento. Il ritorno
a Sanremo, dove si è piazzata seconda nella categoria “Donne” con Com'è straordinaria
la vita, e l’ottima uscita dell’album Il popolo dei sogni, che
ha venduto di botto, in soli quattro giorni, oltre 40.000 copie, aggiudicandosi
subito il disco d’oro per le vendite. Infine la tournée, accolta
in ogni data dagli scroscianti applausi di un pubblico sempre numeroso e affezionato.
Sei soddisfatta dei risultati ottenuti
con il tour?
Indubbiamente. È sempre una grande
soddisfazione suonare davanti al pubblico,
ricreare ogni sera quel corto circuito
di emozioni tra chi sta sul palco e la
gente che assiste al concerto. Essere apprezzati
per il proprio lavoro, inutile negarlo,
dà sempre gioia, ma ti motiva anche
ad andare avanti. Sono comunque consapevole
che in questo mestiere non si finisce mai
di imparare. Ed è un mondo così duro
che bisogna mettere in conto che vivi momenti
bellissimi, come questo attuale, ed altri
dove devi farti forza. Del resto, è la
vita. L’unica cosa è che non
devi mai smettere di studiare, bisogna
sempre essere preparati.
A proposito di studi, tu hai
iniziato presto con la classica. Chi
ti ha guidato all’incontro con
le sette note?
La mia famiglia. Mamma cantava in un
gruppo, papà era un appassionato di musica,
tanto che oggi entrambi cantano in un coro.
Da piccola, mi hanno regalato una tastierina
a fiato e visto che non l’abbandonavo
nemmeno per un momento, mi hanno dirottato
al pianoforte.
È stato difficile farsi largo nell’ambiente
musicale?
Decisamente sì. Dopo essermi orientata
verso il rock, ci sono voluti otto anni
prima che qualcuno ascoltasse un mio brano.
E in quel periodo di tempo ho suonato nei
pub con la mia band in Toscana, fatto la
corista in trasmissioni tv, prestato la
voce per jingle pubblicitari e ricevuti
tanti «no» alle mie proposte.
Come sei cambiata attraverso i tre album finora incisi?
Le esperienze vissute, sia professionali
che personali, hanno contribuito a farmi
crescere. E credo si siano trasferite soprattutto
nel mio modo di scrivere le canzoni e di
arrangiarle. Oggi riesco a raccontarmi
fino in fondo con passione non solo con
le parole, ma anche con la melodia e con
l’espressività della voce.
Penso che la mia sincerità emotiva
ed artistica sia arrivata al cuore di chi
ha ascoltato le mie composizioni.
Perché dopo aver vinto in maniera convincente “Sanremo
Giovani” nel 2003 hai faticato a riproporti?
Al ristretto spazio che in Italia viene
dato alla musica e, in particolare, ai
giovani, si deve aggiungere il fatto di
essere una donna. È inutile far
finta di niente: un uomo ha comunque più facilità di
imporsi. Nel nostro Paese e, in genere,
nel mondo, non c’è mai stata
tanta storia musicale al femminile, forse
perché è diffuso un certo “maschilismo
discografico”. Certo, ci sono parecchie
artiste, ma troppo spesso le loro proposte
sono ascoltate e filtrate con una sensibilità solo
maschile.
È la mancanza di visibilità che ti ha portato a partecipare
a “Music Farm”?
Quando le condizioni del mercato ti impediscono
di pubblicare le tue canzoni e ti condannano
all’invisibilità, rimangono
poche scelte: puoi svenderti facendo musica
commerciale, ritirarti o cogliere le poche
occasioni decenti che ti propongono. “Music
Farm” era una di queste occasioni. È un
programma che tiene conto della dignità dell’artista,
le offre ampia libertà d’azione
ed è realizzato con professionalità.
Sono orgogliosa di averci partecipato.
Nel tuo ultimo
album c’è un’ottima
cover di A
wolf at the door dei Radiohead, che hai ribattezzato Il
luminal d’immenso, citando Ungaretti. Perché queste
scelte?
I Radiohead sono uno dei miei gruppi preferiti
e quel brano mi ha toccato emotivamente
in modo particolare. Nel farlo mio, ho
cercato di coglierne lo spirito parlando,
come nell’originale, della paura,
del desiderio di liberarsene in qualche
modo. E quando una persona si sente in
pace, s’illumina d’immenso,
si sente in armonia con l’universo.
Da qui il doppio gioco di parole tra la
poesia di Ungaretti e lo psicofarmaco che
uccise Marylin Monroe. Ho scritto il testo
pensando a lei, alla bellezza senza pace.
Un altro brano
interessante è L’amore
(il mostro) che
tocca il delicato tema della pedofilia. Cosa ti ha spinta a scriverlo?
Lo spunto è nato in una sera d’estate,
durante una chiacchierata con un’amica.
Lei lavora in un’associazione che
si occupa di turismo sessuale e mi ha raccontato
della vita infernale che subiscono tanti
bambini. Sono rimasta in silenzio per due
giorni per il turbamento, poi ho incominciato
a scrivere questa canzone che ha avuto
una gestazione lunga due anni: la lasciavo
e la riprendevo sull’onda di ritorno
dell’indignazione.
Ti viene facile mantenere viva
l’ispirazione iniziale durante
il successivo sviluppo di una canzone?
Se un brano, nato in modo istintivo, contiene
tanti difetti da correggere in fase di
realizzazione, rischia di perdere la sua
immediatezza. E quando i dubbi sono troppi,
lascio registrato su una cassetta lo spunto
iniziale e vado avanti. Le cose più belle,
comunque, sono quelle naturali, sulle quali
non devi usare i trucchi del mestiere.
Sono parole, frasi musicali, sequenze di
note che arrivano come un pugno nello stomaco,
che mi fanno tremare i polsi. Di solito
accade inconsciamente, con le emozioni
che urlano forte dentro me: le riconosco
solo dopo che si sono trasformate in musica.
Io non devo fare altro che lasciarmi andare
e farmi trasportare.
Claudio Facchetti |