Sono quattro con lo zaino
in spalla attraverso l’Europa: Galerio,
fotografo che sta pagando i debiti di una
libreria fallita, il suo sogno; il piccolo
imprenditore Leo in lotta con la concorrenza
commerciale delle bancarelle cinesi; Elvio,
giovane precario senza soldi e infine il
narratore del viaggio, che ha lasciato
a casa tre bambini. E’ lui la guida
e l’anima del piccolo drappello,
tutti amici e trentenni, eccetto il misterioso
vecchiaccio Bern, che si unisce a loro:
subito non lo vogliono, ma poi maturano
con lui un rapporto magico. Sarà il
rustico e tenero Orso a far capire, a loro
e a noi, il senso di questo strano pellegrinaggio?
Evadere dalla noia
Questa volta Jack Frusciante
viaggia in gruppo, nei primi quaranta giorni
a piedi con un amico da Roma fino in Svizzera,
dove lo raggiungono altri due compagni,
che cammineranno con loro per una settimana
attraverso le Alpi. Sono decisi a fuggire
dalla solitudine del frastuono della città di
oggi. Sognano evasione dalla noia quotidiana.
Respirano l’aria delle colline toscane
e poi il fresco delle valli alpine. Ma
dalle bocche chiuse emergono un po’ alla
volta scambi di battute, scherzi e anche
timidi interrogativi su quelle cose più importanti
della vita, che ognuno pensa di sentire
lui, solo, li scaccia o ne soffre, ma poi
si accorge che sono quelli di tutti.
Il viaggio è un test molto
significativo nella letteratura di ogni
tempo: dove stanno andando l’Ulisse
di Omero e di Joyce? E la corsa in moto
sulle nostre strade di Kerouac tende al
medesimo traguardo di Dante, di Chatvin
e dell’autore dei Racconti di Canterbury:
la felicità. Anche se gli inquieti
della beat generation non la trovano,
sentono che c’è e bisogna
cercarla. “Dove dobbiamo andare?
Non lo so, ma dobbiamo andare!” confessa
l’autore di On the road.
La scoperta è nell’antico
cammino dei pellegrini
Mille miglia esatte
di viaggio separavano Canterbury da Roma,
i due estremi di un percorso, dei piedi
e dell’anima,
capace di collegare la città di
Pietro al Mare del Nord. Ricalcata su sentieri
di crinale di origine preistorica e intrecciata
in maniera indissolubile con la viabilità romana,
la strada, nota a Nord delle Alpi come Via
dei Pellegrini o Strada
dei Romani ( dei Romei ),
nella penisola prese il nome di Via
Francigena, in comunicazione con le
terre dei Franchi. Il percorso dell’Arcivescovo
di Canterbury, Sigerico, fatto per la prima
volta nel 990 d. C., della lunghezza di
mille miglia attraverso l’antico
cuore d’Europa, è considerato
dagli storici un fenomeno, carico di trasformazioni
a largo raggio. Per noi uomini del XXI
secolo può sembrare una sfida l’idea
di seguirne le orme, senza ricorrere a
mezzi a motore, ma il racconto di Brizzi
ci spinge a considerarlo piuttosto un’eredità e
un invito. Ci chiediamo cosa rimane oggi
di questo tracciato geografico e spirituale
e quali motivazioni spingono a farsi carico
di uno zaino per viaggiare a piedi per
settimane. Esiste una passione, una morale
profonda del viaggiare, come per la conquista
di cime inaccessibili o per voli spaziali.
Il sociologo Stefano Zecchi nella serata
per lo spettacolo su San Francesco ad Assisi
ha detto:
“Vedo nei giovani due impulsi segreti: la povertà nei vestiti,
nei cibi, dai media, come liberazione dal superfluo; e il viaggiare, andare
lontano dalla fissità per scoprire l’oltre dalla monotonia e cambiare.
A queste domande risponde con l’inchiostro il pellegrino scrittore, il
fotografo Valerio Gnesini e gli amici del Progetto Francigena XXI,
che li affiancheranno lungo il sorprendente percorso. La risposta ci viene
dai luoghi che attraversano, persone che incontrano, difficoltà, sorprese,
gruppi, che intralciano o si aggregano. La scoperta avviene gradualmente nei
24 capitoli del racconto. Alla prima notte di sosta sul lago, tranquilli, si
chiedono come andrà: i compagni di lavoro non possono trovarli, né il
vampiro dell’ufficio crediti e neppure i cinesi della concorrenza commerciale.” Ogni
cristiano ha il diritto di tirare il fiato, una volta ogni tanto” dice
Elvio. “Allora siamo ufficialmente uomini in fuga?” domanda uno. “Amici” sospira
Leo. “Soci miei. Non avete la minima idea di quanto ci farà bene”.
Dunque, fino dalla partenza si intuisce il senso della lunga avventura, che
sarà un’esperienza tra amici, non una fuga dal quotidiano, ma
una ricerca di qualcosa che farà loro del bene.
Jack pellegrino, sei simpatico!
Sempre la presa di coscienza dei giovani
campeggiatori si dipana da varie situazioni
comiche e si attua in occasione di fatti
di attualità. Nel capitolo L’angelo
e il pipistrello, che chiude la seconda
parte, passano la nottata in un rifugio
sulle Alpi, con un gruppo di scout. C’è la
sorpresa di un pipistrello, che morde,
facendo scoppiare un caos e una ragazza
misteriosa, che in città potrebbe
sedurre chiunque, ma lì suscita
solo stupore per il profumo dei fiori dei
suoi capelli. Si minaccia anche un processo
per abuso di tre sedicenni punite nel gelo
di una tormenta di neve perché sorprese
a “fumare”. Molte situazioni
(troppe?) per incrociare battute su argomenti
importanti: “Non posso ubriacarmi,
voglio pregare prima di mettermi a letto” dice
sorridendo uno; “Il guaio dell’acido
- confessa l’esperto con la malinconia
nella voce - è che finché sei
sotto l’effetto provi quello che
prova un angelo. Ma quando l’effetto
svanisce impari esattamente cosa prova
un angelo caduto”.
Si affronta la problematica dei rapporti
affettivi e sessuali e della coeducazione
a scuola e in gruppo. Sophie, che è ancora
alla ricerca del principe azzurro, dice
a Rudy, che le strizza l’occhio : “Stai
facendo tutto tu. Io ho solo detto che
ogni tanto mi farebbe piacere conoscere
un gentiluomo. Qualcuno che non vuole solo
portarmi a letto al primo appuntamento”.
Chiasso fino all’alba, anche ingiurie
e litigi fino alle percosse… Il
vecchio Bern implora silenzio per pregare
ed emerge anche qui come la figura pilota,
che farà maturare il gruppo. Lo
ritroveremo alla fine del viaggio, quando
i nostri lo vedono in TV: “Quello è lui!
- grida Galerio. Gli sta parlando! No!
Bacia l’anello al Papa!” Bern
li aveva preceduti a Roma all’udienza
con Padre Martin, che una volta lo aveva
aiutato a passare da una vita sbagliata
a una fede forte e chiara. Ora è lì anche
con Alice, che vivrà con lui. “Se
Bern è un uomo libero, ci sta tutta” mormora
sommesso. E c’è pure Rudi,
che non fa più il capo unità,
nome d’arte Rudy, (meglio per gli
scout, non era il tipo adatto!). Insomma
questo viaggio risolve i problemi di ciascuno?
Non è il viaggio, è lo spirito
del pellegrino che ritrova la via di casa.
Brizzi ha il pudore di non fare la predica
aperta, ma ci sospinge sul cammino. L’illustrazione
di copertina ci mostra una strada luminosa,
che sale tra valli e cime immaginarie.
Su di essa avanza a lunghi passi l’uomo,
curvo ma deciso. Sul corpo porta i tatuaggi
del pellegrino francigeno, diretto a Roma.
Il senso del racconto sta nella dedica “A
Mario Rigoni Stern e Bill Maier, per avermi
mostrato la via di casa”.
Alla fine
del racconto del simpatico rinnovato Brizzi
si intuisce che la casa è la
sua a Bologna, con moglie e tre bambini,
dove torna con animo diverso. Ma è anche
la mèta finale della vita, di cui
parla lo scrittore Bill Maier, preferito
da Brizzi, in opere in lingua inglese. Dall’esperienza
del viaggio, compiuto nella primavera-estate
del 2006 è nato un reportage pubblicato
sull’Espresso (www.francigena21.com)
ed è in preparazione un film, con
i dialoghi vivaci e sorprendenti dei pellegrini.
Severin Cagnin |