In questo numero
JACK FRUSCIANTE PELLEGRINO DA CANTERBURY A ROMA di Severin Cagnin

Clamoroso successo di Enrico Brizzi nel ’94,
poi incerti tentativi
 e ora il ritorno su un nuovo cammino
avvincente e graffiante.


Sono quattro con lo zaino in spalla attraverso l’Europa: Galerio, fotografo che sta pagando i debiti di una libreria fallita, il suo sogno; il piccolo imprenditore Leo in lotta con la concorrenza commerciale delle bancarelle cinesi; Elvio, giovane precario senza soldi e infine il narratore del viaggio, che ha lasciato a casa tre bambini. E’ lui la guida e l’anima del piccolo drappello, tutti amici e trentenni, eccetto il misterioso vecchiaccio Bern, che si unisce a loro: subito non lo vogliono, ma poi maturano con lui un rapporto magico. Sarà il rustico e tenero Orso a far capire, a loro e a noi, il senso di questo strano pellegrinaggio?

Evadere dalla noia
Questa volta Jack Frusciante viaggia in gruppo, nei primi quaranta giorni a piedi con un amico da Roma fino in Svizzera, dove lo raggiungono altri due compagni, che cammineranno con loro per una settimana attraverso le Alpi. Sono decisi a fuggire dalla solitudine del frastuono della città di oggi. Sognano evasione dalla noia quotidiana. Respirano l’aria delle colline toscane e poi il fresco delle valli alpine. Ma dalle bocche chiuse emergono un po’ alla volta scambi di battute, scherzi e anche timidi interrogativi su quelle cose più importanti della vita, che ognuno pensa di sentire lui, solo, li scaccia o ne soffre, ma poi si accorge che sono quelli di tutti.
Il viaggio è un test molto significativo nella letteratura di ogni tempo: dove stanno andando l’Ulisse di Omero e di Joyce? E la corsa in moto sulle nostre strade di Kerouac tende al medesimo traguardo di Dante, di Chatvin e dell’autore dei Racconti di Canterbury: la felicità. Anche se gli inquieti della beat generation non la trovano, sentono che c’è e bisogna cercarla. “Dove dobbiamo andare? Non lo so, ma dobbiamo andare!” confessa l’autore di On the road.

La scoperta è nell’antico cammino dei pellegrini
Mille miglia esatte di viaggio separavano Canterbury da Roma, i due estremi di un percorso, dei piedi e dell’anima, capace di collegare la città di Pietro al Mare del Nord. Ricalcata su sentieri di crinale di origine preistorica e intrecciata in maniera indissolubile con la viabilità romana, la strada, nota a Nord delle Alpi come Via dei Pellegrini o Strada dei Romani ( dei Romei ), nella penisola prese il nome di Via Francigena, in comunicazione con le terre dei Franchi. Il percorso dell’Arcivescovo di Canterbury, Sigerico, fatto per la prima volta nel 990 d. C., della lunghezza di mille miglia attraverso l’antico cuore d’Europa, è considerato dagli storici un fenomeno, carico di trasformazioni a largo raggio. Per noi uomini del XXI secolo può sembrare una sfida l’idea di seguirne le orme, senza ricorrere a mezzi a motore, ma il racconto di Brizzi ci spinge a considerarlo piuttosto un’eredità e un invito. Ci chiediamo cosa rimane oggi di questo tracciato geografico e spirituale e quali motivazioni spingono a farsi carico di uno zaino per viaggiare a piedi per settimane. Esiste una passione, una morale profonda del viaggiare, come per la conquista di cime inaccessibili o per voli spaziali. Il sociologo Stefano Zecchi nella serata per lo spettacolo su San Francesco ad Assisi ha detto:
“Vedo nei giovani due impulsi segreti: la povertà nei vestiti, nei cibi, dai media, come liberazione dal superfluo; e il viaggiare, andare lontano dalla fissità per scoprire l’oltre dalla monotonia e cambiare. A queste domande risponde con l’inchiostro il pellegrino scrittore, il fotografo Valerio Gnesini e gli amici del Progetto Francigena XXI, che li affiancheranno lungo il sorprendente percorso. La risposta ci viene dai luoghi che attraversano, persone che incontrano, difficoltà, sorprese, gruppi, che intralciano o si aggregano. La scoperta avviene gradualmente nei 24 capitoli del racconto. Alla prima notte di sosta sul lago, tranquilli, si chiedono come andrà: i compagni di lavoro non possono trovarli, né il vampiro dell’ufficio crediti e neppure i cinesi della concorrenza commerciale.” Ogni cristiano ha il diritto di tirare il fiato, una volta ogni tanto” dice Elvio. “Allora siamo ufficialmente uomini in fuga?” domanda uno. “Amici” sospira Leo. “Soci miei. Non avete la minima idea di quanto ci farà bene”. Dunque, fino dalla partenza si intuisce il senso della lunga avventura, che sarà un’esperienza tra amici, non una fuga dal quotidiano, ma una ricerca di qualcosa che farà loro del bene.

Jack pellegrino, sei simpatico!
Sempre la presa di coscienza dei giovani campeggiatori si dipana da varie situazioni comiche e si attua in occasione di fatti di attualità. Nel capitolo L’angelo e il pipistrello, che chiude la seconda parte, passano la nottata in un rifugio sulle Alpi, con un gruppo di scout. C’è la sorpresa di un pipistrello, che morde, facendo scoppiare un caos e una ragazza misteriosa, che in città potrebbe sedurre chiunque, ma lì suscita solo stupore per il profumo dei fiori dei suoi capelli. Si minaccia anche un processo per abuso di tre sedicenni punite nel gelo di una tormenta di neve perché sorprese a “fumare”. Molte situazioni (troppe?) per incrociare battute su argomenti importanti: “Non posso ubriacarmi, voglio pregare prima di mettermi a letto” dice sorridendo uno; “Il guaio dell’acido - confessa l’esperto con la malinconia nella voce - è che finché sei sotto l’effetto provi quello che prova un angelo. Ma quando l’effetto svanisce impari esattamente cosa prova un angelo caduto”.
Si affronta la problematica dei rapporti affettivi e sessuali e della coeducazione a scuola e in gruppo. Sophie, che è ancora alla ricerca del principe azzurro, dice a Rudy, che le strizza l’occhio : “Stai facendo tutto tu. Io ho solo detto che ogni tanto mi farebbe piacere conoscere un gentiluomo. Qualcuno che non vuole solo portarmi a letto al primo appuntamento”.
Chiasso fino all’alba, anche ingiurie e litigi fino alle percosse… Il vecchio Bern implora silenzio per pregare ed emerge anche qui come la figura pilota, che farà maturare il gruppo. Lo ritroveremo alla fine del viaggio, quando i nostri lo vedono in TV: “Quello è lui! - grida Galerio. Gli sta parlando! No! Bacia l’anello al Papa!” Bern li aveva preceduti a Roma all’udienza con Padre Martin, che una volta lo aveva aiutato a passare da una vita sbagliata a una fede forte e chiara. Ora è lì anche con Alice, che vivrà con lui. “Se Bern è un uomo libero, ci sta tutta” mormora sommesso. E c’è pure Rudi, che non fa più il capo unità, nome d’arte Rudy, (meglio per gli scout, non era il tipo adatto!). Insomma questo viaggio risolve i problemi di ciascuno? Non è il viaggio, è lo spirito del pellegrino che ritrova la via di casa. Brizzi ha il pudore di non fare la predica aperta, ma ci sospinge sul cammino. L’illustrazione di copertina ci mostra una strada luminosa, che sale tra valli e cime immaginarie. Su di essa avanza a lunghi passi l’uomo, curvo ma deciso. Sul corpo porta i tatuaggi del pellegrino francigeno, diretto a Roma. Il senso del racconto sta nella dedica “A Mario Rigoni Stern e Bill Maier, per avermi mostrato la via di casa”. Alla fine del racconto del simpatico rinnovato Brizzi si intuisce che la casa è la sua a Bologna, con moglie e tre bambini, dove torna con animo diverso. Ma è anche la mèta finale della vita, di cui parla lo scrittore Bill Maier, preferito da Brizzi, in opere in lingua inglese. Dall’esperienza del viaggio, compiuto nella primavera-estate del 2006 è nato un reportage pubblicato sull’Espresso (www.francigena21.com) ed è in preparazione un film, con i dialoghi vivaci e sorprendenti dei pellegrini.

Severin Cagnin

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