Nessuno si attendeva una grande opera dopo l’affascinante e doloroso
racconto de Il cacciatore di aquiloni. Invece è arrivato
a sorpresa il romanzo, che supera la prima prova dello scrittore di Kabul.
Figlio di un diplomatico e di una insegnante, ha 42 anni, cinque fratelli
e due figli. Nel 1980 dopo il cambio di governo nel suo paese con l’arrivo
dei Russi e lo scoppio della guerra civile, con la famiglia fugge negli
Stati Uniti.
Mille splendidi soli ci rivela un autore ancora più maturo.
Il racconto dei 51 brevi capitoli è lineare e scorrevole, pur tenendo
sempre viva l’attesa del lettore. Le scene di guerra e violenza sono
intrecciate sapientemente con i sentimenti dei personaggi e, soprattutto,
traspare da ogni pagina lo spirito nuovo, che anima la vicenda: c’è una
sola via per vincere l’angoscia di ogni persona ed è la comprensione
amorevole verso gli altri. Ne danno prova i protagonisti, la giovane Laila
verso la anziana e disgraziata Mariam.
Un libro che resta nel cuore
“Mariam aveva cinque anni la prima volta che sentì la
parola harami” da
una imprecazione della madre, quando le era caduta in frantumi la zuccheriera. “A
quel tempo Mariam non aveva afferrato. Non conosceva il significato della
parola harami, bastardo. E non era abbastanza grande per rendersi
conto dell’ingiustizia, per capire che la colpa era di chi aveva
messo al mondo l’harami, non dell’harami stesso,
il cui solo peccato era di essere nato”.
Fino dalla prima pagina il lettore si sente preso da una curiosità inquieta
per capire la colpa di questa bambina, quanto dovrà soffrire per
questo e in quale modo potrà salvarsi dai maltrattamenti della
madre nella sua kolba, la capanna di frasche, fuori della città,
lontano dal palazzo, dove vive il ricco padre. Capirà che il suo
male non è di essere figlia illegittima, ma il rifiuto della madre. “Mariam
aveva avuto il sospetto dal modo in cui Nana aveva pronunciato la parola,
che l’harami fosse una cosa brutta, schifosa, come un
insetto, come gli scarafaggi che correvano veloci mentre Nana li copriva
di maledizioni, scopandoli fuori dalla kolba.” Ma lo scrittore
inserisce subito lo spiraglio luminoso di un possibile sereno futuro
per la bambina, che sarebbe cresciuta ed avrebbe potuto godere delle
belle cose di tutti: “Crescendo, Mariam aveva capito: era il modo
in cui Nana proferiva la parola – sputandogliela in faccia – che
l’offendeva nel profondo . Allora aveva compreso cosa voleva dire
Nana, che un harami era qualcosa di indesiderato, che lei, Mariam
era una figlia illegittima che mai avrebbe potuto rivendicare di diritto
le cose che gli altri possedevano, come l’amore, la famiglia, la
casa, l’essere accettata”.
Il padre Jalil non la chiamava mai così, ma la prendeva in braccio
e le diceva che era il suo fiorellino, ogni settimana quando andava a
trovarla da Herat, città antica, culla della cultura persiana,
la patria di scrittori, pittori e maestri di Corano.
Mariam verrà data in sposa ad un ricco di Kabul, dove tra umiliazioni
e violenze deve imparare la sopportazione, fino all’affetto per
la giovane Laila. Esse sono molto diverse, ma la guerra le farà incontrare
in modo imprevedibile. La bambina che Laila avrà dal suo amato
Tariq, morto in un attentato, avrà il nome di Mariam.
Dopo anni, da una lettera di Jalil alla figlia, Laila avrà la
prova che è sempre possibile il pentimento e il perdono e che
la comprensione di ogni persona sembra ancora l’unica salvezza.
La
storia con gli occhi delle donne
L’impianto della narrazione è semplice
e, nello stesso tempo, articolato. Così pure il disegno dei personaggi, è immediato,
ma si evolve, arricchendosi di imprevisti incontri e nuovi sentimenti. Gli eventi
pubblici si intrecciano con quelli privati. Si soffre la storia dell’Afghanistan
in guerra con attentati, bombardamenti e disperazione. Ma tutto è visto
in modo femminile. Si gode delle feste tradizionali, dei cibi antichi e casalinghi,
delle ricorrenze liete e tristi della famiglia. La guerra nelle sue fasi secondo
il mutare dei regimi politici è vista come un triste destino, ma non definitivo:
si può, infatti, sopportare e costruire rapporti affettivi in ogni situazione,
sotto l’occupazione sovietica o con i Talebani o con la più tragica
guerra civile, registrata nella storia.
Nella società musulmana la situazione della donna sembra a noi
occidentali contradditoria, tra ingiuste imposizioni e straordinari privilegi. È sempre
colpa delle donne : “Imparalo adesso e imparalo bene, figlia mia – insegnava
la madre alla piccola. Come l’ago della bussola segna il nord,
così il dito accusatore dell’uomo trova sempre una donna
cui dare la colpa. Sempre. Ricordalo, Mariam”. Ma è anche
la regina della casa. Decide lei l’arredamento, dai tendaggi ai
tappeti e nelle feste stabilisce i menu, i tempi e i regali per gli ospiti,
che il marito invita. Nana e Mariam insieme facevano il pane. Le aveva
mostrato come si impasta la farina e come si devono distendere le focaccine
per farle diventare una larga rotonda sfogliata da cuocere al tandur.
Difficilmente si può dimenticare il capitolo 12 con i tre giorni
di festa dell’Eid, dopo il digiuno del Ramadan: le donne
vengono accompagnate in città e scelgono regali per sé,
lo sposo, i parenti e gli amici. “Si recarono a Shar-e-Nau dove
i ragazzi scorazzavano con le loro camicie nuove, i farsetti dai colori
smaglianti ricamati a perline, e confrontavano i regali ricevuti per
l’Eid. Le donne portavano alti sul capo vassoi di dolci.
Mariam ammirava le festose lanterne appese nelle vetrine e ascoltava
la musica trasmessa a tutto volume dagli altoparlanti. Sconosciuti, incrociandola,
le auguravano “Eid mubarak!”.
Nel suo compito di dare la vita ai figli, anche se per alcuni aspetti è schiava
del marito, per il quale deve lavorare pure durante la gravidanza e non
opporsi ad alcuno dei suoi desideri, tuttavia esprime la gioia di attendere
e allevare un figlio. Su questa situazione troviamo pagine affascinanti,
come in pochi altri racconti.
Per l’affetto di tre donne molto diverse si matura il finale luminoso
della vicenda perché la persona sente di poter ricevere e dare
affetto.
Hosseini ci fa capire, in senso positivo, che la donna, pur dovendo
soffrire, è capace di sopportare e sentire ogni sofferenza unita
alla propria.
La religione non costituisce una difficoltà. Corano, Vangelo,
Bibbia e altri testi sacri hanno molto in comune a favore dell’accoglienza
delle persone. Nel romanzo sono riportate numerose citazioni del Corano
sulla necessità della preghiera, sulla sacralità del dolore,
sul valore della vita contro l’omicidio e il suicidio, sulla bontà del
rapporto coniugale e sulla maternità.
“Mariam accarezzò il ventre morbido. Non più grande
di un’unghia, aveva detto il dottore. Sarò madre, pensò.
Poi si mise a ridere tra sé e sé, ripetendolo ancora e ancora,
assaporando le parole. Quando pensava al bambino, sentiva il cuore gonfiarsi.
Si gonfiava, si gonfiava sino a che tutti i lutti, tutto il dolore, tutta
la solitudine e la mortificazione della sua vita svanivano. Ecco perché Dio
l’aveva portata qui, dall’altra parte del paese. Ora lo sapeva.
Si ricordò il versetto del Corano che il Mullah Faizullah le aveva
insegnato. A Dio appartiene l’Oriente e l’Occidente,
e ovunque vi volgiate ivi è il volto di Dio. Stese il tappeto
di preghiera e fece il namaz. Quando ebbe finito, si prese il
volto tra le mani e supplicò Dio di non permettere che tutta quella
felicità le sfuggisse”.
Severino Cagnin
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