In questo numero
AFRICA DIMENTICATA di Giovanni Godio

Darfur, Ciad, Sudan.
Un’area dell’Africa in cui si sta consumando
uno dei più gravi disastri umanitari
del nostro tempo.
Fra l’indifferenza delle grandi potenze.


«I cosiddetti ribelli erano tutti giovanissimi e venivano dalle zone rurali del Paese. Sono entrati in città a piedi, armati solo di armi leggere». La testimonianza è del signor Mawata, responsabile della Caritas Ciad, ed è stata raccolta dall’agenzia missionaria Misna. È stato un blitz “giovane” e straccione, quello che ha incendiato le strade della capitale N’djamena. Ed è durato quanto un fuoco di paglia: un giorno di scontri, alla metà di aprile, tra i soldati regolari e le forze ribelli del Fuc (Fronte unito per il cambiamento) che voleva rovesciare lo screditato presidente Idriss Deby.
«Gli assalitori entrati nella capitale non conoscevano la città, le sue strade e neanche gli obiettivi della loro operazione - riferisce ancora la Misna -, al punto che hanno dato l’assalto al Parlamento pensando di essere di fronte alla residenza del Presidente». Un’«avventura suicida» dall’amaro conto finale: forse centinaia di morti, soprattutto ribelli caduti fra N’djamena e Adré, una cittadina del Ciad orientale, verso il confine con il Sudan.

Parigi non è lontana
A N’djamena scuole e uffici hanno subito riaperto. Tuttavia nell’Est del Paese sembrano guadagnare terreno, scaramuccia dopo scaramuccia, i più temibili ribelli “storici” del Mdjt (Movimento per la democrazia e la giustizia del Ciad). E anche a nella capitale serpeggia lo scontento per come, nei giorni del blitz del Fuc, sia intervenuto a gamba tesa un terzo giocatore: si tratta della Francia,  l’(ex) grande potenza ancora incapace di liberarsi del suo imbarazzante passato coloniale.
Da 20 anni Parigi mantiene in Ciad, sua vecchia colonia, i militari del contingente “Épervier”, sparviero. I quali sono stati determinanti nella vittoriosa reazione alla scorreria del Fuc. «I francesi - ha ammesso alla Misna una fonte governativa - sono stati fondamentali: hanno riparato i carri armati sabotati dai militari che nei mesi scorsi avevano disertato, hanno fornito preziose informazioni sui movimenti delle colonne ribelli con foto e ricognizioni aeree, e soprattutto hanno riportato con la loro aviazione le truppe governative a N’djamena».
Un “aiutino” almeno logistico, dunque (c’è chi accusa la missione “Épervier” di aver anche bombardato i ribelli nell’Est del Paese causando vittime civili, ma su questo mancano riscontri). In una lettera aperta, una coalizione di Ong e associazioni locali ha chiesto a Parigi di rinunciare a far da puntello a Idriss Deby e di promuovere una Conferenza per il dialogo nazionale, per contrastare «il degrado della situazione politica e di sicurezza», mentre la stampa ciadiana ha accusato Parigi di «neo-colonialismo»
Intanto, il giorno dopo gli scontri di N’djamena, Deby ha fatto sfilare in piazza 160 prigionieri e ha annunciato di voler interrompere le relazioni diplomatiche con il Sudan, che accusa da tempo di sovvenzionare e armare i ribelli. Khartum ovviamente ha smentito. Ma Deby ha rilanciato, invitando la comunità internazionale a risolvere il problema della guerra civile del Darfur entro l’inizio dell’estate. Minacciando (per poi ritrattare) che altrimenti bisognerà «cercare un altro Paese» per i 200 mila profughi che hanno trovato riparo in Ciad, fuggendo dagli orrori del Darfur.

Sudan: Nord contro Sud

Già, il Sudan e il Darfur, la sua regione più occidentale: una zona di frontiera, questa, da tre anni la piaga più infetta e morifera dell’Africa. È il 2003 quando in Darfur si scatena la guerriglia di due organizzazioni di etnia non araba, il Jem (Justice and Equality Movement) e lo Slam (Sudan Liberation Army Movement), che accusano le milizie arabe filogovernative di condurre una campagna di pulizia etnica nella regione. La repressione “araba” non si è fatta attendere (anche se in questi anni è già accaduto che pure il Jem e lo Slam si sparassero fra loro!), e ha causato due milioni di profughi e di sfollati interni, sull'onda delle razzie, degli assassinii e degli stupri seminati dai Janjawid, i paramilitari arabi a cavallo o a dorso di dromedario fedeli al presidente sudanese, il dittatore golpista Omar al-Bashir.
«Le milizie Janjawid e i soldati hanno circondato il mercato. Poi i Janjawid hanno preso il denaro e il bestiame. Hanno ucciso varie persone. Alcuni sono stati finiti con i fucili, altri con le baionette», ha raccontato con la paura negli occhi Ercouri Mahamai, studente del villaggio di Abu Gamra, vicino a Kornoy, nel Darfur settentrionale. «I Janjawid sono arrivati e ci hanno chiesto di allontanarci. Hanno picchiato le donne e i bambini. Poi hanno ucciso Sara Bishara, di appena due anni, con una coltellata alla schiena», ha sussurrato Aisha Ali, di un altro villaggio vicino a Kornoy. Queste due testimonianze sono state raccolte da Amnesty International.

Rischio interventi
Tramite la Caritas italiana, Dimensioni Nuove ha contattato Jean Musafiri, ruandese trapiantato a Bergamo e “promotore di salute” nei campi per gli sfollati nella regione di Salingei (Darfur occidentale), in un vasto progetto di solidarietà che vede tra i suoi partner la Caritas internazionale. Musafiri si occupa di formazione con gli sheikh, i capi di questa gente sfortunata, e con le loro “donne-leader”. «Gli sfollati sopravvivono in condizioni igieniche precarie, ma soprattutto hanno il terrore di tornare a casa - racconta -: terrore dei Janjawid. Uno sheikh mi ha raccontato della razzia in cui gli sono state rubate le sue 60 vacche, mentre alcuni colleghi hanno ascoltato storie di violenze sessuali, sequestri, assassinii». Intanto, nei campi di capanne e teli azzurri che ospitano gli sfollati e i profughi, anche i più giovani sono condannati a rimanere inattivi. Una generazione sprecata «in attesa dell'indomani, prigioniera di un muro, quello della guerra e della paura, che non possono attraversare».
Le Nazioni Unite hanno definito il Darfur come la peggiore crisi umanitaria mondiale di questi anni. Una commissione d’indagine del Palazzo di Vetro, guidata dal giurista italiano Antonio Cassese, ha stabilito che il regime sudanese non ha messo in atto vere e proprie politiche di genocidio, ma «abusi riconosciuti a livello internazionale come crimini contro l'umanità e crimini di guerra sono stati commessi in Darfur, e sono forse non meno gravi di un genocidio».
Oggi nella regione è di stanza una missione di pace dell’Ua (l’Unione africana, un primo embrione di comunità continentale) che è stata prorogata fino a settembre. Ma il cessate-il-fuoco, commenta l’agenzia Warnews, «non ha portato i risultati sperati. Esso è stato violato di frequente, mentre il lavoro delle organizzazioni umanitarie nelle zone a rischio si è fatto pericoloso a causa dei continui attacchi».

Effetto domino
Intanto, almeno una parte  del Sudan cerca di emergere dalla guerra civile che ha visto massacrarsi per 21 anni il Nord musulmano e il Sud animista e cristiano, con un bilancio di un milione e 500 mila morti. Il Paese, il più esteso dell’Africa, ricco di risorse e dotato di una varietà di paesaggi pressoché unica nel continente, dai deserti alle catene montuose, dalle paludi alle svane, alle foreste pluviali, ne è uscito in ginocchio.
Governo e ribelli hanno firmato un accordo di pace nel gennaio 2005. I patti prevedono una buona autonomia per il Sud, un referendum sull’autodeterminazione fra sei anni, e un’equa spartizione dei redditi del petrolio, di cui il Sudan abbonda. E su cui la Cina ha puntato gli occhi. Nel luglio 2005, la morte improvvisa per incidente aereo di John Garang, padre-padrone dello Splma (Sudan People’s Liberation Movement Army) e principale leader del Sud, ha fatto tremare le cancellerie di mezzo mondo, ma non ha azzerato la pace di gennaio. Se oggi l’uomo forte sudanese è sempre Omar al-Bashir, il successore di John Garang, Salva Kiir, ha l’arduo compito di amministrare ad interim un Meridione con le infrastrutture a pezzi.
Però adesso gli occhi sono tutti puntati sul Darfur, in attesa di buone notizie sulle trattative fra regime sudanese e ribelli in corso in Nigeria, e sul Ciad. Un Paese grande quattro volte l’Italia, quest’ultimo, semidesertico, povero e diviso, eppure anch’esso dotato di petrolio, oro, uranio. Mentre scriviamo Idriss Deby, ormai un presidente “quasi-dittatore”, ma anche sempre meno sicuro in sella, ha fatto di tutto per aggiudicarsi il terzo mandato consecutivo alle elezioni di maggio. Però «se la situazione in Ciad continua a precipitare, si rischia un effetto destabilizzante sull’intera regione. Oltre il Ciad rischia di rimanere coinvolta in questa spirale anche la vicina Repubblica Centrafricana, in una sorta di effetto domino simile a quello che, nello scorso decennio, abbiamo conosciuto nella regione dei Grandi Laghi», ha avvertito il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan.
Effetto domino: una specialità in cui l’Africa sembra non avere rivali. Ma a giocare a domino laggiù, purtroppo, non sono soltanto gli africani.

Claudio Facchetti

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