«I cosiddetti ribelli erano tutti giovanissimi
e venivano dalle zone rurali del Paese. Sono
entrati in città a piedi, armati solo
di armi leggere». La testimonianza è del
signor Mawata, responsabile della Caritas
Ciad, ed è stata raccolta dall’agenzia
missionaria Misna. È stato
un blitz “giovane” e straccione,
quello che ha incendiato le strade della
capitale N’djamena. Ed è durato
quanto un fuoco di paglia: un giorno di scontri,
alla metà di aprile, tra i soldati
regolari e le forze ribelli del Fuc (Fronte
unito per il cambiamento) che voleva rovesciare
lo screditato presidente Idriss Deby.
«Gli assalitori entrati nella capitale non conoscevano la città,
le sue strade e neanche gli obiettivi della loro operazione - riferisce ancora
la Misna -, al punto che hanno dato l’assalto al Parlamento pensando
di essere di fronte alla residenza del Presidente». Un’«avventura
suicida» dall’amaro conto finale: forse centinaia di morti, soprattutto
ribelli caduti fra N’djamena e Adré, una cittadina del Ciad orientale,
verso il confine con il Sudan.
Parigi non è lontana
A N’djamena scuole e uffici hanno subito riaperto. Tuttavia nell’Est
del Paese sembrano guadagnare terreno, scaramuccia dopo scaramuccia, i più temibili
ribelli “storici” del Mdjt (Movimento per la democrazia e la giustizia
del Ciad). E anche a nella capitale serpeggia lo scontento per come, nei giorni
del blitz del Fuc, sia intervenuto a gamba tesa un terzo giocatore: si tratta
della Francia, l’(ex) grande potenza ancora incapace di liberarsi
del suo imbarazzante passato coloniale.
Da 20 anni Parigi mantiene in Ciad, sua vecchia colonia, i militari del contingente “Épervier”,
sparviero. I quali sono stati determinanti nella vittoriosa reazione alla scorreria
del Fuc. «I francesi - ha ammesso alla Misna una fonte governativa
- sono stati fondamentali: hanno riparato i carri armati sabotati dai militari
che nei mesi scorsi avevano disertato, hanno fornito preziose informazioni sui
movimenti delle colonne ribelli con foto e ricognizioni aeree, e soprattutto
hanno riportato con la loro aviazione le truppe governative a N’djamena».
Un “aiutino” almeno logistico, dunque (c’è chi accusa
la missione “Épervier” di aver anche bombardato i
ribelli nell’Est del Paese causando vittime civili, ma su questo mancano
riscontri). In una lettera aperta, una coalizione di Ong e associazioni locali
ha chiesto a Parigi di rinunciare a far da puntello a Idriss Deby e di promuovere
una Conferenza per il dialogo nazionale, per contrastare «il degrado della
situazione politica e di sicurezza», mentre la stampa ciadiana ha accusato
Parigi di «neo-colonialismo»
Intanto, il giorno dopo gli scontri di N’djamena, Deby ha fatto sfilare
in piazza 160 prigionieri e ha annunciato di voler interrompere le relazioni
diplomatiche con il Sudan, che accusa da tempo di sovvenzionare e armare i ribelli.
Khartum ovviamente ha smentito. Ma Deby ha rilanciato, invitando la comunità internazionale
a risolvere il problema della guerra civile del Darfur entro l’inizio dell’estate.
Minacciando (per poi ritrattare) che altrimenti bisognerà «cercare
un altro Paese» per i 200 mila profughi che hanno trovato riparo in Ciad,
fuggendo dagli orrori del Darfur.
Sudan: Nord contro Sud
Già, il Sudan e il Darfur, la sua regione più occidentale: una
zona di frontiera, questa, da tre anni la piaga più infetta e morifera
dell’Africa. È il 2003 quando in Darfur si scatena la guerriglia
di due organizzazioni di etnia non araba, il Jem (Justice and
Equality Movement) e lo Slam (Sudan Liberation Army Movement), che accusano le
milizie arabe filogovernative di condurre una campagna di pulizia etnica nella
regione. La repressione “araba” non si è fatta attendere (anche
se in questi anni è già accaduto che pure il Jem e lo Slam si sparassero
fra loro!), e ha causato due milioni di profughi e di sfollati interni, sull'onda
delle razzie, degli assassinii e degli stupri seminati dai Janjawid,
i paramilitari arabi a cavallo o a dorso di dromedario fedeli al presidente sudanese,
il dittatore golpista Omar al-Bashir.
«Le milizie Janjawid e i soldati hanno circondato il mercato.
Poi i Janjawid hanno preso il denaro e il bestiame. Hanno ucciso varie
persone. Alcuni sono stati finiti con i fucili, altri con le baionette»,
ha raccontato con la paura negli occhi Ercouri Mahamai, studente del villaggio
di Abu Gamra, vicino a Kornoy, nel Darfur settentrionale. «I Janjawid sono
arrivati e ci hanno chiesto di allontanarci. Hanno picchiato le donne e i bambini.
Poi hanno ucciso Sara Bishara, di appena due anni, con una coltellata alla schiena»,
ha sussurrato Aisha Ali, di un altro villaggio vicino a Kornoy. Queste due testimonianze
sono state raccolte da Amnesty International.
Rischio interventi
Tramite la Caritas italiana, Dimensioni Nuove ha contattato Jean Musafiri,
ruandese trapiantato a Bergamo e “promotore di salute” nei campi
per gli sfollati nella regione di Salingei (Darfur occidentale), in un vasto
progetto di solidarietà che vede tra i suoi partner la Caritas internazionale.
Musafiri si occupa di formazione con gli sheikh, i capi di questa gente
sfortunata, e con le loro “donne-leader”. «Gli sfollati
sopravvivono in condizioni igieniche precarie, ma soprattutto hanno il terrore
di tornare a casa - racconta -: terrore dei Janjawid. Uno sheikh mi
ha raccontato della razzia in cui gli sono state rubate le sue 60 vacche, mentre
alcuni colleghi hanno ascoltato storie di violenze sessuali, sequestri, assassinii».
Intanto, nei campi di capanne e teli azzurri che ospitano gli sfollati e i profughi,
anche i più giovani sono condannati a rimanere inattivi. Una generazione
sprecata «in attesa dell'indomani, prigioniera di un muro, quello della
guerra e della paura, che non possono attraversare».
Le Nazioni Unite hanno definito il Darfur come la peggiore crisi umanitaria mondiale
di questi anni. Una commissione d’indagine del Palazzo di Vetro, guidata
dal giurista italiano Antonio Cassese, ha stabilito che il regime sudanese non
ha messo in atto vere e proprie politiche di genocidio, ma «abusi riconosciuti
a livello internazionale come crimini contro l'umanità e crimini di guerra
sono stati commessi in Darfur, e sono forse non meno gravi di un genocidio».
Oggi nella regione è di stanza una missione di pace dell’Ua (l’Unione
africana, un primo embrione di comunità continentale) che è stata
prorogata fino a settembre. Ma il cessate-il-fuoco, commenta l’agenzia Warnews, «non
ha portato i risultati sperati. Esso è stato violato di frequente, mentre
il lavoro delle organizzazioni umanitarie nelle zone a rischio si è fatto
pericoloso a causa dei continui attacchi».
Effetto domino
Intanto, almeno una parte del Sudan cerca di emergere dalla guerra civile
che ha visto massacrarsi per 21 anni il Nord musulmano e il Sud animista e cristiano,
con un bilancio di un milione e 500 mila morti. Il Paese, il più esteso
dell’Africa, ricco di risorse e dotato di una varietà di paesaggi
pressoché unica nel continente, dai deserti alle catene montuose, dalle
paludi alle svane, alle foreste pluviali, ne è uscito in ginocchio.
Governo e ribelli hanno firmato un accordo di pace nel gennaio 2005. I patti
prevedono una buona autonomia per il Sud, un referendum sull’autodeterminazione
fra sei anni, e un’equa spartizione dei redditi del petrolio, di cui il
Sudan abbonda. E su cui la Cina ha puntato gli occhi. Nel luglio 2005, la morte
improvvisa per incidente aereo di John Garang, padre-padrone dello Splma (Sudan
People’s Liberation Movement Army) e principale leader del Sud,
ha fatto tremare le cancellerie di mezzo mondo, ma non ha azzerato la pace di
gennaio. Se oggi l’uomo forte sudanese è sempre Omar al-Bashir,
il successore di John Garang, Salva Kiir, ha l’arduo compito di amministrare ad
interim un Meridione con le infrastrutture a pezzi.
Però adesso gli occhi sono tutti puntati sul Darfur, in attesa di buone
notizie sulle trattative fra regime sudanese e ribelli in corso in Nigeria, e
sul Ciad. Un Paese grande quattro volte l’Italia, quest’ultimo, semidesertico,
povero e diviso, eppure anch’esso dotato di petrolio, oro, uranio. Mentre
scriviamo Idriss Deby, ormai un presidente “quasi-dittatore”, ma
anche sempre meno sicuro in sella, ha fatto di tutto per aggiudicarsi il terzo
mandato consecutivo alle elezioni di maggio. Però «se la situazione
in Ciad continua a precipitare, si rischia un effetto destabilizzante sull’intera
regione. Oltre il Ciad rischia di rimanere coinvolta in questa spirale anche
la vicina Repubblica Centrafricana, in una sorta di effetto domino simile a quello
che, nello scorso decennio, abbiamo conosciuto nella regione dei Grandi Laghi»,
ha avvertito il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan.
Effetto domino:
una specialità in
cui l’Africa sembra non avere rivali.
Ma a giocare a domino laggiù, purtroppo,
non sono soltanto gli africani.
Claudio Facchetti |