In questo numero

TONINO ACCOLLA. TI DOPPIO E MI SDOPPIO di Toman Vanilocar

Non è un atleta e non guida una formula uno,
ma negli ultimi dieci anni ha doppiato
più gente lui di Michael Schumacher:
stiamo parlando di Tonino Accolla,
uno dei doppiatori più conosciuti
e apprezzati dal pubblico italiano,
che ha dato la voce a personaggi
di grande successo come
Eddie Murphy e Homer Simpson.
Lo abbiamo incontrato a Bologna,
in occasione del FFF 2007,
dove ha presentato il primo film
tratto dalla fortunatissima
serie televisiva “I Simpsons”.


Prima di affermarti come voce, hai fatto unici anni di teatro, ad alti livelli. Come mai hai deciso di fare il doppiatore?
Premesso che col teatro resta il mio grande amore e con quel mondo non ho mai chiuso (anche adesso ho numerosi progetti teatrali in cantiere, alcuni dei quali come regista), devo ammettere che dopo undici anni consecutivi ero entrato un po’in crisi. Sentivo il bisogno di un cambiamento, di fare anche altre cose, che mi permettessero di esprimere un’altra parte di me. È successo tutto per caso. Il mio primo incarico è stata una piccola parte (un soldato terrorizzato dalla guerra) in Apocalipse Now, ma ho avuto la fortuna di essere diretto da un grande maestro di doppiaggio come Renato Izzo, che mi ha apprezzato subito e mi ha proposto un ruolo da protagonista. Improvvisamente mi si spalancavano le porte di una nuova professione: mi sono lasciato travolgere e non me ne sono mai pentito.

Consiglierebbe ad un giovane di fare il doppiatore?
Va precisato che non si può fare il doppiatore e basta. Prima bisogna diventare attori. Infatti avere una bella voce non basta, occorre curare anche la gestualità, in modo che il corpo possa muoversi in armonia con la voce: una cosa che soltanto la recitazione e il teatro insegnano. Comunque lo consiglierei, perché offre buone opportunità, a patto che i giovani in questione siano disposti ad impegnarsi e a fare dei sacrifici. Questo mestiere, infatti, richiede una dedizione e un impegno molto superiore a quello che la gente immagina.

Come si diventa doppiatori?
Esistono scuole specializzate ma per me è come se non esistessero. Io, infatti, considero questa professione una sorta di specializzazione della carriera di attore. Quindi l’unico percorso valido, l’unica scuola efficacie, imprescindibile, a mio parere, resta il teatro.

Qual è la dote più importante che deve avere chi aspira a diventare doppiatore?
Guarda: ogni tanto si presentano aspiranti doppiatori che si rivolgono a me con un tono impostato e dicono: “Salve, mi piacerebbe fare il doppiatore. Ho una bella voce, dicono”. Io di solito rispondo “complimenti, se la tenga!”. Non hanno capito che la voce, da sola, non basta. Occorre avere la capacità attoriali complete: bisogna volere e sapere capire il personaggio, penetrarlo, metabolizzarlo. Insomma: come dico sempre, l’arte deve poterci rubare qualcosa: ma se non abbiamo niente dentro, come fa? Servono tante cose e anche un pizzico di sana follia, non guasta!

Pregi e difetti del doppiatore
Fare il doppiatore è molto stimolante, perchè questo lavoro ti mette a contatto con le grandi produzioni cinematografiche statunitensi: degli Americani si può dire tutto, ma non che non siano dei professionisti straordinari - i migliori del mondo, senza dubbio - dai quali c’è molto da imparare: specialmente per quanto riguarda le sceneggiature, che sono un po’ il tasto dolente del cinema italiano. Il lato negativo invece, dipende dal fatto che a volte, per esigenze di mercato, si è costretti a lavorare in fretta, senza curare i dettagli, senza approfondire come si dovrebbe. Senza poter trasferire l’anima nei personaggi. Il doppiaggio è un’arte, ma – privata delle condizioni necessarie – rischia di ridursi ad un mestiere qualsiasi.

Come vede il futuro del cinema italiano?
Mi sembra che il cinema Italiano si stia lentamente risvegliando. Ci sono segni di ripresa confortanti. Tuttavia è meglio non montarsi la testa. Sai, il cinema italiano è imprevedibile e non vorrei che, al breve risveglio, seguisse un letargo più lungo del precedente! E questo avverrà di sicuro se non si punterà sulla qualità, soprattutto della scrittura cinematografica. Solo scrivendo delle sceneggiature interessanti, delle storie che stupiscono il pubblico, il cinema italiano potrà aumentare i propri estimatori e recuperare finalmente la credibilità internazionale che aveva fino agli anni sessanta.

Toman Vanilocar

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