Prima di affermarti come voce, hai fatto unici anni di teatro,
ad alti livelli. Come mai hai deciso di fare il doppiatore?
Premesso
che col teatro resta il mio grande amore e con quel mondo non ho mai
chiuso (anche adesso ho numerosi progetti teatrali in cantiere, alcuni
dei quali come regista), devo ammettere che dopo undici anni consecutivi
ero entrato un po’in crisi. Sentivo il bisogno di
un cambiamento, di fare anche altre cose, che mi permettessero di esprimere
un’altra parte di me. È successo tutto per caso. Il mio
primo incarico è stata una piccola parte (un soldato terrorizzato
dalla guerra) in Apocalipse Now, ma ho avuto la fortuna di
essere diretto da un grande maestro di doppiaggio come Renato Izzo,
che mi ha apprezzato subito e mi ha proposto un ruolo da protagonista.
Improvvisamente mi si spalancavano le porte di una nuova professione:
mi sono lasciato travolgere e non me ne sono mai pentito.
Consiglierebbe ad un giovane di fare il doppiatore?
Va precisato
che non si può fare il doppiatore e basta. Prima
bisogna diventare attori. Infatti avere una bella voce non basta, occorre
curare anche la gestualità, in modo che il corpo possa muoversi
in armonia con la voce: una cosa che soltanto la recitazione e il teatro
insegnano. Comunque lo consiglierei, perché offre buone opportunità,
a patto che i giovani in questione siano disposti ad impegnarsi e a
fare dei sacrifici. Questo mestiere, infatti, richiede una dedizione
e un impegno molto superiore a quello che la gente immagina.
Come si diventa doppiatori?
Esistono scuole specializzate ma
per me è come se non esistessero.
Io, infatti, considero questa professione una sorta di specializzazione
della carriera di attore. Quindi l’unico percorso valido, l’unica
scuola efficacie, imprescindibile, a mio parere, resta il teatro.
Qual è la dote più importante
che deve avere chi aspira a diventare doppiatore?
Guarda: ogni tanto
si presentano aspiranti doppiatori che si rivolgono a me con un tono
impostato e dicono: “Salve, mi piacerebbe fare
il doppiatore. Ho una bella voce, dicono”. Io di solito rispondo “complimenti,
se la tenga!”. Non hanno capito che la voce, da sola, non basta.
Occorre avere la capacità attoriali complete: bisogna volere
e sapere capire il personaggio, penetrarlo, metabolizzarlo. Insomma:
come dico sempre, l’arte deve poterci rubare qualcosa: ma se
non abbiamo niente dentro, come fa? Servono tante cose e anche un pizzico
di sana follia, non guasta!
Pregi e difetti del doppiatore
Fare il doppiatore è molto stimolante, perchè questo
lavoro ti mette a contatto con le grandi produzioni cinematografiche
statunitensi: degli Americani si può dire tutto, ma non che
non siano dei professionisti straordinari - i migliori del mondo, senza
dubbio - dai quali c’è molto da imparare: specialmente
per quanto riguarda le sceneggiature, che sono un po’ il tasto
dolente del cinema italiano. Il lato negativo invece, dipende dal fatto
che a volte, per esigenze di mercato, si è costretti a lavorare
in fretta, senza curare i dettagli, senza approfondire come si dovrebbe.
Senza poter trasferire l’anima nei personaggi. Il doppiaggio è un’arte,
ma – privata delle condizioni necessarie – rischia di ridursi
ad un mestiere qualsiasi.
Come vede il futuro del cinema italiano?
Mi sembra che il cinema
Italiano si stia lentamente risvegliando. Ci sono segni di ripresa confortanti.
Tuttavia è meglio non
montarsi la testa. Sai, il cinema italiano è imprevedibile e
non vorrei che, al breve risveglio, seguisse un letargo più lungo
del precedente! E questo avverrà di sicuro se non si punterà sulla
qualità, soprattutto della scrittura cinematografica. Solo scrivendo
delle sceneggiature interessanti, delle storie che stupiscono il pubblico,
il cinema italiano potrà aumentare i propri estimatori e recuperare
finalmente la credibilità internazionale che aveva fino agli
anni sessanta.
Toman Vanilocar
Per leggere tutta l’intervista a Tonino
Accolla, abbonati subito a Dimensioni Nuove |