Dato che si tratta di una rivista per
giovani, la prima domanda sorge spontanea: come si diventa editor?
Il fatto che, per definire la mia professione, si debba usare un termine
inglese, la dice lunga. Mentre in Gran Bretagna la figura è riconosciuta
dagli inizi del Novecento, in Italia questo ruolo non ha mai avuto un’identità specifica
ed è sempre stato affidato a scrittori affermati, costretti ad improvvisarsi
editor: come accadde, ad esempio, a Vittorini, Pavese e Calvino. Io stesso
sono diventato editor un po’ per caso, grazie all’esperienza
maturata all’interno delle case editrici. Di recente, però,
le cose sono migliorate. Per essendo ancora lontani da una istituzionalizzazione
della figura (pensi che sulla mia carta d’identità, in manca
d’altro, hanno scritto “editore”!!, presso le maggiori
Università cominciano a fiorire corsi di specializzazione,
con lo scopo di sfornare figure professionali da inserire nel mondo dell’editoria.
Come quello lanciato da Umberto Eco a Bologna e intitolato “Master
in editoria cartacea e multimediale”: un percorso molto selettivo,
ma di grande qualità.
Visto il sovraffollamento
del mercato editoriale, consiglierebbe
ad un giovane innamorato della
scrittura di intraprendere la carriera
di scrittore?
Sono convinto che chi decide di scrivere lo faccia per un’insopprimibile
esigenza personale e non perché intravede la possibilità di
essere pubblicato. Comunque, nonostante le tantissime proposte, vorrei
tranquillizzare gli aspiranti scrittori: le case editrici sono sempre a
caccia di nuove proposte e quello della scrittura è uno dei pochi
settori in cui non esistono le raccomandazioni. Quello che conta è scrivere
cose nuove e interessanti, capaci di sedurre il lettore. Per diventare
un ottimo scrittore, bisogna esser ottimi lettori. E non fossilizzarsi
su un unico genere, ma leggere un po’ di tutto: le idee migliori,
infatti, nascono dall’incontro di elementi contrastanti.
Esistono strategie
che possono accrescere la possibilità di
vedere pubblicato il proprio scritto,
quando lo si invia alle case editrici?
O qualche no è inevitabile?
Ottenere la pubblicazione
al primo tentativo è difficilissimo,
quasi impossibile, roba da sei
più uno al superenalotto.
E le spiego il perché: le
case editrici hanno un strategie
editoriali ben definite che stabiliscono
di quale genere di libri hanno
bisogno in quel momento. Che il
manoscritto inviato da un aspirante
scrittore si inserisca in questo
meccanismo complesso, è una
coincidenza del tutto casuale e,
il più delle volte, assolutamente improbabile.
Si tratta di non demordere e di
avere pazienza. Come dimostra il
caso di Federico Moccia: “Tre
metri sopra il cielo” è diventato
un best seller, ma soltanto dopo
dieci anni di tentativi e una impressionante
collezione di rifiuti. Se dovessi
dare un consiglio ad un giovane
scrittore alle prese con la roulette
della pubblicazione, tuttavia,
gli suggerirei di curare al massimo
la lettera di accompagnamento,
perché questa, a differenza
dei manoscritti, viene sempre letta.
Deve dare all’editor un’idea
convincente dell’opera e
incuriosirlo, spingerlo a alla
lettura. Il testo, poi, deve essere
molto scorrevole e accattivante,
soprattutto nelle prime venti-trenta
righe, dalle quali spesso dipende
la sorte dell’intero manoscritto.
Che cosa c’è dietro
ad un successo mondiale come quello
di Harry Potter?Una grande idea
o una grande operazione di marketing?
Non esiste il successo inventato a tavolino. Nel settore dell’editoria
le operazioni di marketing non funzionano. I libri, infatti, sono prodotti
troppo diversi tra li loro. La verità è che il nostro campo,
per fortuna, è ancora dominato dalle regole della democrazia
ed è il pubblico a decretare il successo di un libro. Come per la
pubblicazione, deve verificarsi una sorta di misteriosa alchimia che dipende
da tantissimi fattori e, pertanto, è impronosticabile. La pubblicità funziona, è chiaro,
ma soltanto dopo che un libro ha già cominciato a vendere.
Lei
ha certamente un occhio professionale
e privilegiato sul mondo dei libri.
Le chiediamo: c’è ancora
voglia di leggere, tra i giovani,
oppure internet finirà col
fagocitare tutto il resto?
Altro mito da sfatare: non è assolutamente vero che i giovani non
abbiano più voglia di leggere! Chi ha dei figli lo sa perfettamente:
una storia ben raccontata dal papà o dalla mamma, ancora oggi, è il
divertimento preferito dei bambini. Molto più della tv o dei videogames.
La famiglia ha un ruolo importantissimo nell’educazione dei figli
al piacere della lettura, all’amore per le storie. Purtroppo gli
adulti, stressati da lavoro e da una vita sempre più complicata,
tendono a trascurare questo loro ruolo di narratori e lasciano i figli
in preda ad educatori surrogati, artificiali. Anche internet,
a mio parere, è incolpato ingiustamente. La rete infatti, come fonte
di informazione multimediale, è in competizione con i giornali,
ma non con i libri. Anzi, grazie a siti specializzati, come Maremagnum.com,
consente di leggere libri che altrimenti, per essere esauriti, sotto tutela
o lontani, sarebbero irraggiungibili. Al pari della tv, quindi, Internet
produce lettori.
Crede che
la scuola potrebbe fare di più per
sviluppare e diffondere l’amore
per la scrittura e la lettura?
Certamente. Come la famiglia, la scuola potrebbe fare molto di più per
accrescere tra i giovani la consapevolezza che la lettura è importantissima
per la crescita personale di un individuo. Ma finché gli insegnanti
non saranno capaci di trasformare la lettura da dovere in piacere, il processo
non si invertirà. E anche per quanto riguarda la scrittura creativa,
le cose non vanno molto meglio: basti pensare che, mentre chi scrive
un libro il titolo lo mette alla fine, a scuola, col tema, si chiede
ai ragazzi di scrivere partendo dal titolo! Senza considerare, poi, che
l’approccio storicistico della scuola italiana è una vera
palla al piede: non dico che conoscere la storia della letteratura non
sia importante, ma deve restare spazio anche per insegnare ai ragazzi a
produrre scrittura.
Claudio Mantovani |