In questo numero

DA GRANDE FARO' LO SCRITTORE di Claudio Mantovani

Intervista a Beppe Cottafavi,
editor della Mondadori


Dato che si tratta di una rivista per giovani, la prima domanda sorge spontanea: come si diventa editor?
Il fatto che, per definire la mia professione, si debba usare un termine inglese, la dice lunga. Mentre in Gran Bretagna la figura è riconosciuta dagli inizi del Novecento, in Italia questo ruolo non ha mai avuto un’identità specifica ed è sempre stato affidato a scrittori affermati, costretti ad improvvisarsi editor: come accadde, ad esempio, a Vittorini, Pavese e Calvino. Io stesso sono diventato editor un po’ per caso, grazie all’esperienza maturata all’interno delle case editrici. Di recente, però, le cose sono migliorate. Per essendo ancora lontani da una istituzionalizzazione della figura (pensi che sulla mia carta d’identità, in manca d’altro, hanno scritto  “editore”!!, presso le maggiori Università cominciano a fiorire corsi  di specializzazione, con lo scopo di sfornare figure professionali da inserire nel mondo dell’editoria. Come quello lanciato da Umberto Eco a Bologna e intitolato “Master in editoria cartacea e multimediale”: un percorso molto selettivo, ma di grande qualità.

Visto il sovraffollamento del mercato editoriale, consiglierebbe ad un giovane innamorato della scrittura di intraprendere la carriera di scrittore?
Sono convinto che chi decide di scrivere lo faccia per un’insopprimibile esigenza personale e non perché intravede la possibilità di essere pubblicato. Comunque, nonostante le tantissime proposte, vorrei tranquillizzare gli aspiranti scrittori: le case editrici sono sempre a caccia di nuove proposte e quello della scrittura è uno dei pochi settori in cui non esistono le raccomandazioni. Quello che conta è scrivere cose nuove e interessanti, capaci di sedurre il lettore. Per diventare un ottimo scrittore, bisogna esser ottimi lettori. E non fossilizzarsi su un unico genere, ma leggere un po’ di tutto: le idee migliori, infatti, nascono dall’incontro di elementi contrastanti.

Esistono strategie che possono accrescere la possibilità di vedere pubblicato il proprio scritto, quando lo si invia alle case editrici? O qualche no è inevitabile?
Ottenere la pubblicazione al primo tentativo è difficilissimo, quasi impossibile, roba da sei più uno al superenalotto. E le spiego il perché: le case editrici hanno un strategie editoriali ben definite che stabiliscono di quale genere di libri hanno bisogno in quel momento. Che il manoscritto inviato da un aspirante scrittore si inserisca in questo meccanismo complesso, è una coincidenza del tutto casuale e, il più delle volte, assolutamente  improbabile. Si tratta di non demordere e di avere pazienza. Come dimostra il caso di Federico Moccia: “Tre metri sopra il cielo” è diventato un best seller, ma soltanto dopo dieci anni di tentativi e una impressionante collezione di rifiuti. Se dovessi dare un consiglio ad un giovane scrittore alle prese con la roulette della pubblicazione, tuttavia, gli suggerirei di curare al massimo la lettera di accompagnamento, perché questa, a differenza dei manoscritti, viene sempre letta. Deve dare all’editor un’idea convincente dell’opera e incuriosirlo, spingerlo a alla lettura. Il testo, poi, deve essere molto scorrevole e accattivante, soprattutto nelle prime venti-trenta righe, dalle quali spesso dipende la sorte dell’intero manoscritto. 

Che cosa c’è dietro ad un successo mondiale come quello di Harry Potter?Una grande idea o una grande operazione di marketing?
Non esiste il successo inventato a tavolino. Nel settore dell’editoria le operazioni di marketing non funzionano. I libri, infatti, sono prodotti troppo diversi tra li loro. La verità è che il nostro campo, per fortuna,  è ancora dominato dalle regole della democrazia ed è il pubblico a decretare il successo di un libro. Come per la pubblicazione, deve verificarsi una sorta di misteriosa alchimia che dipende da tantissimi fattori e, pertanto, è impronosticabile. La pubblicità funziona, è chiaro, ma soltanto dopo che un libro ha già cominciato a vendere.

Lei ha certamente un occhio professionale e privilegiato sul mondo dei libri. Le chiediamo: c’è ancora voglia di leggere, tra i giovani, oppure internet finirà col fagocitare tutto il resto?
Altro mito da sfatare: non è assolutamente vero che i giovani non abbiano più voglia di leggere! Chi ha dei figli lo sa perfettamente: una storia ben raccontata dal papà o dalla mamma, ancora oggi, è il divertimento preferito dei bambini. Molto più della tv o dei videogames.
La famiglia ha un ruolo importantissimo nell’educazione dei figli al piacere della lettura, all’amore per le storie. Purtroppo gli adulti, stressati da lavoro e da una vita sempre più complicata, tendono a trascurare questo loro ruolo di narratori e lasciano i figli in preda ad educatori  surrogati,  artificiali. Anche internet, a mio parere, è incolpato ingiustamente. La rete infatti, come fonte di informazione multimediale, è in competizione con i giornali, ma non con i libri. Anzi, grazie a siti specializzati, come Maremagnum.com, consente di leggere libri che altrimenti, per essere esauriti, sotto tutela o lontani, sarebbero irraggiungibili. Al pari della tv, quindi, Internet produce lettori.

Crede che la scuola potrebbe fare di più per sviluppare e diffondere l’amore per la scrittura e la lettura?
Certamente. Come la famiglia, la scuola potrebbe fare molto di più per accrescere tra i giovani la consapevolezza che la lettura è importantissima per la crescita personale di un individuo. Ma finché gli insegnanti non saranno capaci di trasformare la lettura da dovere in piacere, il processo non si invertirà. E anche per quanto riguarda la scrittura creativa, le cose non vanno molto meglio:  basti pensare che, mentre chi scrive un libro il titolo lo mette alla fine, a scuola, col tema,  si chiede ai ragazzi di scrivere partendo dal titolo! Senza considerare, poi, che l’approccio storicistico della scuola italiana è una vera palla al piede: non dico che conoscere la storia della letteratura non sia importante, ma deve restare spazio anche per insegnare ai ragazzi a produrre scrittura.

Claudio Mantovani

www.timeandmind.com