“Come si cambia, per
non morire” cantava anni fa Fiorella
Mannoia, nel brano Come si cambia. Versi
che sembrano calzare perfettamente a Francesco,
di cognome Facchinetti, figlio d’arte.
Il papà è Roby dei Pooh, con
cui ha diviso il palco e il microfono nel brano Vivere
normale nell’ultima edizione del
Festival di Sanremo. Un brano, al di là del
piazzamento ottenuto, che rispecchia nel titolo
e nell’impianto musicale il cambiamento
repentino compiuto da Francesco nel proporsi
come artista.
Per chi lo ha conosciuto dal 2002 fino all’altro ieri, la sorpresa sarà stata
tanta. I più, infatti, ricordavano Francesco preceduto dal suffisso “dj” mentre
intonava La canzone del capitano, tormentone dance dell’estate
2003. Lui arrivava dall’emittente radiofonica RTL 102,5, dove teneva allegri
gli ascoltatori presentando dischi con un linguaggio tutto suo.
Accantonata la carriera radiofonica, l’allora dj Francesco si era buttato
nella musica, collezionando due partecipazioni a Sanremo, due album leggeri come
piume (Bella di padella e Francesca) e una comparsata nel reality L’isola
dei famosi. Una carriera, insomma, all’insegna del disimpegno e con
il perenne sorriso sulle labbra.
Nel 2006, però, qualcosa cambia. Francesco pubblica una ballata d’amore, Non
cado più, senza premettere “dj” al nome e presentandosi
in modo meno scanzonato. “Ho voglia di esprimere sentimenti diversi rispetto
al passato – annuncia – e di imprimere una svolta alla mia carriera
artistica”.
Il brano conquista il disco d’oro per le vendite e apre una nuova fase
per Francesco, proseguita con l’uscita dell’album intitolato come
la canzone di Sanremo, Vivere normale: una normalità fatta di
melodie e parole semplici, dedicate soprattutto all’amore e lontana anni
luce dal dj che fu.
Da “Bella di padella” a “Vivere
normale” il salto è notevole,
non solo nei titoli. Cosa è accaduto?
Sono cresciuto e maturato, e mi è stata
data la possibilità di “rendere
pubblico” questo cambio di rotta.
Prima in radio, con il rientro a RTL 102,5
e il varo di trasmissioni dal taglio diverso
da quelle che conducevo un tempo. Poi con
l’opportunità di partecipare
l’anno scorso al Festivalbar con
un’immagine completamente diversa
da quella passata. Era un rischio, ma è andata
bene, visto che il brano Non cado più è stato
un successo e mi ha dato la spinta per
proseguire sulla mia strada.
Strada che ti ha portato a Sanremo
addirittura al fianco di tuo padre. Hai
provato emozione a cantare con lui?
Più che altro ho sentito una grande
responsabilità: avevo timore di
fargli fare una brutta figura. Ero, però,
più tranquillo delle altre volte
perché il brano è nato in
maniera naturale, senza calcoli, e nell’ascoltarlo
si spiega più di mille parole il
motivo per cui dovevamo cantarlo insieme:
c’è la nostra passione condivisa
per la vita e la musica.
Com’è scaturita la
canzone?
Da una lunga serie di coincidenze che,
per me che sono scaramantico, credo non
siano casuali. La prima stesura è stata
fatta sulla traccia scritta dal mio amico
Simone. Gli abbiamo poi sovrapposto un
testo inglese, scaricato da internet, che
combaciava perfettamente con la metrica,
cosa più unica che rara. Con l’aiuto
di Diego Calvetti è diventata Vivere
normale, l’ho fatta ascoltare
a mio padre e gli è piaciuta. Per
la prima volta era d’accordo con
me sulla scelta musicale. Aggiungi che
la somma dei miei anni, 26, e quelli di
mio papà, 62, dà 8, e che
l’otto, oltre a essere il mio numero
fortunato, è anche il simbolo dell’infinito… Insomma,
questo pezzo è nato sotto una buona
stella.
In quale modo hai vissuto il rapporto
con un padre famoso?
In maniera positiva perché respirando
ogni giorno musica in casa, ho imparato
presto a trasferire le mie emozioni nelle
sette note. Ho capito meglio, però,
tante cose di mio padre il giorno che sono
salito anch’io sopra un palco. In
quel momento, ho compreso cosa vuol dire
fare musica, quale fortuna sia poter trasmettere
e ricevere emozioni.
Adesso un po’ di quelle
emozioni hai provato a trasferirle nel
tuo terzo album. Come lo definiresti?
È un disco in cui ho messo tutto quello che avevo dentro da tempo ma
non ho mai avuto il coraggio di fare. Probabilmente prima non ero pronto e
ora, con qualche anno in più, ho trovato la forza di cambiare, di dare
sfogo ai miei sentimenti. È un album a cui ho lavorato intensamente,
scremando le canzoni e arrivando all’essenziale per tratteggiare quello
che sono io oggi. Al di là dei risultati di vendita, quando l’ascolterò tra
vent’anni, ne sarò ancora fiero.
Cosa intendi per “vivere
normale”?
Riuscire a rendere normale ciò che
senti nell’animo. Mi viene in mente
Valentino Rossi. È un ragazzo che,
a vent’anni, è stato capace
di trasmettere la sua passione in maniera
universale a tutti, con grande semplicità.
Alle volte, vedi personalità importanti
che parlano o si comportano in modo indecifrabile,
intuisci che sono lontane da te.
Nel disco, prevalgono i toni pacati.
Perché?
Le canzoni, dice Vasco Rossi, sono come
i fiori, e credo abbia ragione. Nascono
già quasi con la loro musica e il
loro significato, devi solo stare attento
a coglierle in quel momento. I miei brani
sono scaturiti con alcune caratteristiche
di base che non ho voluto toccare per mantenere
intatta l’emozione iniziale. Alla
fine, l’album ha assunto questo volto
riflessivo, forse perché dedicato
all’amore.
Nel brano Amami, tra
le azioni che la ragazza compie nel testo,
c’è anche quella di pregare
il Signore. Quale rapporto hai con la
fede?
Un rapporto strettissimo. Nell’album
ci sono riassunti i miei ultimi dieci anni
e in questo periodo di tempo un posto importante
lo ha occupato, e lo occupa, Dio. Mi viene
normale rivolgergli una preghiera alla
sera, mi dà la forza per andare
avanti e il coraggio di guardarmi allo
specchio, per capire se ho sbagliato durante
la giornata. Sono cresciuto, d’altronde,
con l’esempio di mia madre, impegnata
nella comunità di frate Ettore.
Io stesso ho poi collaborato con lui e
il confronto con realtà diverse
dalle mie sono servite a educarmi, anche
se ero un po’ una “testa calda”.
Ecco, trovo sia importante far vedere ai
ragazzi determinate realtà, rifuggire
dal facile proibizionismo, altrimenti non
ti ascoltano, ottieni anzi l’effetto
contrario.
Cosa
rimane del “vecchio” dj
Francesco?
Non rinnego nulla
del mio passato. Mi sono solo divertito
in modo scanzonato e non credo sia un
delitto. Anzi, talvolta prendersi troppo
sul serio è sbagliato. Portare
un po’ di spensieratezza non significa
essere vuoti dentro. E poi ci vuole coraggio
e bisogna crederci, perché i ragazzi
non li freghi. Se chiedi alla gente quale
era il tormentone dell’estate 2003,
tutti risponderanno La canzone del capitano e
ricorderanno magari un momento sereno della
loro vita. Oggi sono semplicemente diverso.
Non penso più a gesticolare, al taglio
dei capelli, a fare casino, a essere concentrato
solo su me stesso. In copertina non ho messo
nemmeno il mio volto: adesso sono importanti
gli altri, le persone che amo, i miei genitori,
gli amici, la musica.
Claudio Facchetti |