In un mondo sempre più privo
di sicurezze e con tante persone spaesate,
fa piacere incontrare qualcuno che ha una forte
autostima di sé come John Stevens. Lui,
quando è stato il momento di scegliersi
un cognome d’arte, ha sparato al bersaglio
grosso e si è fatto chiamare con l’ambizioso
Legend. In verità, sembra gli sia stato
appioppato da un amico, folgorato dai suoi
pezzi che gli ricordavano i leggendari artisti
del passato, quelli che hanno scritto la storia
delle sette note. A John, però, l’idea
di chiamarsi Legend non deve essergli spiaciuta,
se lo ha adottato per farsi largo nella scena
musicale: sempre meglio di Stevens, poco memorizzabile.
Comunque, per diventare Legend, il nostro John si è dato parecchio da
fare, fin dalla tenere età. A cinque anni canta e suona il piano nel coro
gospel della sua città natale, Springfield, nell’Ohio. A sedici,
si trasferisce a Philadelphia per frequentare il college. Mentre lavora per mantenersi
gli studi, trova il tempo per registrare canzoni con il suo gruppo vocale, dirigere
il coro locale e suonare dove capita.
Nel 2000 inizia ad esibirsi in varie città e a collaborare con altri artisti,
tra cui Kanye West, stella nascente della black music. È la chiave per
aprire le porte che contano. Nel giro di due anni scrive e lavora per autentici
vip delle sette note come Alicia Keys, Jay-Z, i Black Eyed Peas, Janet Jackson,
Mary J. Blige, Britney Spears.
A Legend manca solo un contratto tutto per sé, che sigla nel 2003. L’anno
dopo arriva l’album d’esordio, Get lifted, baciato dal successo.
Il suo gustoso cocktail di soul morbido corretto con sonorità moderne
conquista milioni di ascoltatori e l’artista dimostra di possedere una
considerevole originalità nel confezionare i pezzi. Lo riconoscono anche
i votanti ai Grammy Awards, gli Oscar della musica, facendogli guadagnare tre
premi.
Adesso è il momento del secondo passo, quello della conferma. S’intitola Once
again ed è davvero un ottimo album. John ha affinato ulteriormente
la sua scrittura, trovando ancor più che con il precedente lavoro quell’equilibrio
tra la vecchia e la nuova scuola della black music. La strada giusta per diventare
come il cognome promette: Legend.
Una buona fetta
della scena black è dominata
dall’hip hop, diventata ormai musica
di consumo. Ti piace questo genere?
L’hip hop è pensata come colonna
sonora per le feste, per far ballare la
gente, anche se non mancano artisti interessanti,
che mettono nei loro pezzi contenuti impegnati. È un
genere che non si può ignorare,
ovviamente, ma non cattura certo la mia
attenzione. Mi piace ascoltare, piuttosto,
quella che io definisco “musica senza
tempo”, canzoni cioè sempre
attuali a dispetto degli anni che passano.
Come i brani scritti da Stevie Wonder o
Lauryn Hill, per fare degli esempi, artisti
che cerco di emulare.
Hai iniziato scrivendo
e producendo canzoni per altri artisti.
Avevi comunque intenzione di seguire una
tua strada?
Sì, è sempre stato il mio
obiettivo principale. Lavorare dietro le
quinte mi è stato utile, ho imparato
tantissime cose, ma volevo mettermi alla
prova per conto mio. Ho aspettato che arrivasse
il momento giusto per me, desideravo far
ascoltare alla gente le mie canzoni così come
le avevo in mente. Sono state apprezzate.
Il tuo primo disco ha ottenuto un enorme
successo. Non avevi timore di fare un flop
alla seconda prova, come accaduto a tanti?
Agli artisti che vendono milioni di copie
al primo colpo, di solito, accadono due
cose: si impauriscono e perdono sicurezza,
oppure diventano paranoici, prigionieri
della loro stessa immagine da cui non riescono
a uscire e si impigriscono. Io, quando
sono entrato in studio, mi sono detto: “Ricordati
che vieni dalla paura e dalla fame. La
parola d’ordine è umiltà”.
E ho seguito questa regola, concentrandomi
nel fare della buona musica. Solo così,
senza dormire sugli allori, potrò sempre
mantenere alto il livello delle mie composizioni
e migliorarmi di volta in volta.
In questi
anni di crescita, come sei cambiato dal
punto di vista musicale?
Le esperienze fatte fino qui mi hanno certamente
migliorato. Prima impiegavo più tempo
a trovare l’arrangiamento giusto
per una canzone, mentre oggi non accade
più. Quando finisco di comporre,
di solito, ho già in testa i suoni
da aggiungere al pezzo, capisco con quale
produttore potrò lavorare al meglio.
Mi è più facile, insomma,
dare un vestito al brano.
Una delle
canzoni più intense
dell’album è Show me, in
cui le parole sono sussurrate. Come mai?
In effetti, il testo è un parlato-sussurato
un po’ inconsueto, ma il pezzo è nato
come una preghiera, in particolare una
preghiera da recitare alla sera, quando
sei a letto e ti rivolgi a Dio. È in
quel momento, sovente, che rifletti sul
senso della vita e della morte e ti fai
le grandi domande. In Lui puoi trovare
le risposte. Inoltre, ho composto la canzone
di notte e, non volendo disturbare, in
prima stesura l’ho registrata cantando
vicinissimo al microfono. L’effetto
mi è piaciuto tantissimo e in studio
ho voluto ricreare la stessa atmosfera.
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Claudio Facchetti
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