In questo numero
JOHN CHE VUOL DIVENTARE LEGEND di Claudio Facchetti
Con il primo album, ha miscelato
la tradizione del soul con le sonorità
della moderna black music.
E alla seconda prova migliora la formula,
candidandosi come una delle voci
più autorevoli della scena musicale.

 


In un mondo sempre più privo di sicurezze e con tante persone spaesate, fa piacere incontrare qualcuno che ha una forte autostima di sé come John Stevens. Lui, quando è stato il momento di scegliersi un cognome d’arte, ha sparato al bersaglio grosso e si è fatto chiamare con l’ambizioso Legend. In verità, sembra gli sia stato appioppato da un amico, folgorato dai suoi pezzi che gli ricordavano i leggendari artisti del passato, quelli che hanno scritto la storia delle sette note. A John, però, l’idea di chiamarsi Legend non deve essergli spiaciuta, se lo ha adottato per farsi largo nella scena musicale: sempre meglio di Stevens, poco memorizzabile.
Comunque, per diventare Legend, il nostro John si è dato parecchio da fare, fin dalla tenere età. A cinque anni canta e suona il piano nel coro gospel della sua città natale, Springfield, nell’Ohio. A sedici, si trasferisce a Philadelphia per frequentare il college. Mentre lavora per mantenersi gli studi, trova il tempo per registrare canzoni con il suo gruppo vocale, dirigere il coro locale e suonare dove capita.
Nel 2000 inizia ad esibirsi in varie città e a collaborare con altri artisti, tra cui Kanye West, stella nascente della black music. È la chiave per aprire le porte che contano. Nel giro di due anni scrive e lavora per autentici vip delle sette note come Alicia Keys, Jay-Z, i Black Eyed Peas, Janet Jackson, Mary J. Blige, Britney Spears.
A Legend manca solo un contratto tutto per sé, che sigla nel 2003. L’anno dopo arriva l’album d’esordio, Get lifted, baciato dal successo. Il suo gustoso cocktail di soul morbido corretto con sonorità moderne conquista milioni di ascoltatori e l’artista dimostra di possedere una considerevole originalità nel confezionare i pezzi. Lo riconoscono anche i votanti ai Grammy Awards, gli Oscar della musica, facendogli guadagnare tre premi.
Adesso è il momento del secondo passo, quello della conferma. S’intitola Once again ed è davvero un ottimo album. John ha affinato ulteriormente la sua scrittura, trovando ancor più che con il precedente lavoro quell’equilibrio tra la vecchia e la nuova scuola della black music. La strada giusta per diventare come il cognome promette: Legend.

Una buona fetta della scena black è dominata dall’hip hop, diventata ormai musica di consumo. Ti piace questo genere?
L’hip hop è pensata come colonna sonora per le feste, per far ballare la gente, anche se non mancano artisti interessanti, che mettono nei loro pezzi contenuti impegnati. È un genere che non si può ignorare, ovviamente, ma non cattura certo la mia attenzione. Mi piace ascoltare, piuttosto, quella che io definisco “musica senza tempo”, canzoni cioè sempre attuali a dispetto degli anni che passano. Come i brani scritti da Stevie Wonder o Lauryn Hill, per fare degli esempi, artisti che cerco di emulare.

Hai iniziato scrivendo e producendo canzoni per altri artisti. Avevi comunque intenzione di seguire una tua strada?
Sì, è sempre stato il mio obiettivo principale. Lavorare dietro le quinte mi è stato utile, ho imparato tantissime cose, ma volevo mettermi alla prova per conto mio. Ho aspettato che arrivasse il momento giusto per me, desideravo far ascoltare alla gente le mie canzoni così come le avevo in mente. Sono state apprezzate.

Il tuo primo disco ha ottenuto un enorme successo. Non avevi timore di fare un flop alla seconda prova, come accaduto a tanti?
Agli artisti che vendono milioni di copie al primo colpo, di solito, accadono due cose: si impauriscono e perdono sicurezza, oppure diventano paranoici, prigionieri della loro stessa immagine da cui non riescono a uscire e si impigriscono. Io, quando sono entrato in studio, mi sono detto: “Ricordati che vieni dalla paura e dalla fame. La parola d’ordine è umiltà”. E ho seguito questa regola, concentrandomi nel fare della buona musica. Solo così, senza dormire sugli allori, potrò sempre mantenere alto il livello delle mie composizioni e migliorarmi di volta in volta.

In questi anni di crescita, come sei cambiato dal punto di vista musicale?
Le esperienze fatte fino qui mi hanno certamente migliorato. Prima impiegavo più tempo a trovare l’arrangiamento giusto per una canzone, mentre oggi non accade più. Quando finisco di comporre, di solito, ho già in testa i suoni da aggiungere al pezzo, capisco con quale produttore potrò lavorare al meglio. Mi è più facile, insomma, dare un vestito al brano.

Una delle canzoni più intense dell’album è Show me, in cui le parole sono sussurrate. Come mai?
In effetti, il testo è un parlato-sussurato un po’ inconsueto, ma il pezzo è nato come una preghiera, in particolare una preghiera da recitare alla sera, quando sei a letto e ti rivolgi a Dio. È in quel momento, sovente, che rifletti sul senso della vita e della morte e ti fai le grandi domande. In Lui puoi trovare le risposte. Inoltre, ho composto la canzone di notte e, non volendo disturbare, in prima stesura l’ho registrata cantando vicinissimo al microfono. L’effetto mi è piaciuto tantissimo e in studio ho voluto ricreare la stessa atmosfera.

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Claudio Facchetti

www.timeandmind.com