In questo numero
LUVI DE ANDRE', IN COLPEVOLE RITARDO di Claudio Facchetti

Debutto positivo per la figlia
del grande cantautore genovese.
Un album dalla forte identità,
nato dopo tante incertezze.
Come ha confessato con sincerità
nella nostra intervista.

 


Ci sono cognomi che pesano come un macigno, talvolta più agli altri che ai diretti interessati. È il caso di Luisa Vittoria De Andrè, detta Luvi, figlia di Fabrizio, una delle colonne della canzone d’autore italiana, e di Dori Ghezzi. Lei lo porta con un mix di disincanto e di rispetto, e forse è la soluzione migliore. Nasconderlo o far finta di niente non servirebbe ad allontanare borbottii e curiosità.
Così, al suo esordio discografico, ha deciso di tenerselo ben stretto quel cognome, e ha fatto bene. L’aiuta, di certo, il fatto di essere una donna e di avere una bella voce “naturale” ad allontanare paragoni scomodi e anche fuori luogo, come invece è accaduto al fratello Cristiano, anch’egli musicista.
In ogni caso, l’appuntamento con le sette note non è stato semplice per Luvi e più volte solo sfiorato, tra estenuanti tira e molla. L’esordio ufficiale nel 1996 come corista nell’album Anime salve di Fabrizio De Andrè e poi al seguito del tour. Nel 2000 ricompare accanto a Ivano Fossati nel disco La disciplina della terra, con cui duetta nel brano La rondine, mentre un anno dopo è ai cori in Scaramante, il lavoro del fratello. Si fa quindi vedere nel concerto tributo del 12 marzo 2003 dedicato al padre a Genova dove canta Rimini. Fine delle trasmissioni.
Sono occorsi altri tre anni per farle mettere la testa fuori, ma questa volta Luvi non si è limitata alle comparsate di lusso e ha compiuto il grande passo: un album a suo nome… e cognome. S’intitola Io non sono innocente e parla il linguaggio di un pop rock fresco, moderno e d’autore. A tessere intorno a lei una tela raffinata di suoni e parole c’è il gruppo di musicisti che di solito lavora con Fossati, guidati da suo figlio Claudio, valente batterista, e Pietro Cantarelli (entrambi produttori del disco), con la complicità di Fabrizio Barale (Yo Yo Mundi).
Sono loro a firmare i brani dell’album, eppure Luvi riesce a permearli con la sua personalità forte, superando i semplici confini dell’essere solo interprete. Consegna così uno degli esordi più interessanti di questi ultimi tempi, sperando sia il primo passo verso una strada che promette soddisfazioni.

Il tuo album ha un’identità ben precisa, cosa rara in un esordio. Come ci sei arrivata?
Non è stato difficile dare una connotazione ben definita al disco perché ho avuto la fortuna di lavorare con un gruppo di musicisti con cui sono entrata subito in sintonia. Condividere scelte e percorsi sonori aiuta molto lo sviluppo dei brani.
Ti sei riconosciuta anche nei testi?
Pur non essendone autrice, riflettono profondamente i miei stati d’animo. Questo mi ha consentito di cantarli con grande emozione, senza dover indossare per forza una maschera.
Provieni da una famiglia di musicisti. Quanto ha influito nella tua scelta di diventare una cantante?
Sicuramente ha determinato la mia passione per la musica e, in particolare, per il canto. Diverso è il discorso sulla mia carriera, in quanto ho sempre ascoltato pop rock inglese, che si stacca parecchio dall’imprinting familiare. Poi ho amato e continuo ad amare tanti generi, ma al momento di camminare con le mie gambe, ho scelto di indossare il vestito che mi sentivo meglio addosso.
Cosa ti ha fatto decidere di pubblicare l’album con il tuo cognome?
Due motivi: uno, non sarebbe servito a nulla tenerlo nascosto, anzi, forse ne avrebbero parlato ancora di più, domandandosi per quale ragione non avevo usato il mio cognome; e l’altro perché non è un peso. Sono nata e cresciuta come De Andrè, per me è la normalità. Ne vado fiera e mi piace molto anche come suona.
Al mestiere di cantante ti sei avvicinata a piccoli passi. Perché?
Non mi è facile adattarmi, ieri come oggi, alle inevitabili attenzioni che questa professione comporta. Mi sento sempre un po’ a disagio sotto i riflettori e nei meccanismi della promozione. Ho un carattere timido e riservato, e qualche insicurezza. Forse è per questi motivi che ho rimandato il mio debutto per tanti anni.
Sentivi comunque che questa era la strada che dovevi prendere?
Ho provato, per un po’ di tempo, a far finta di niente, a pensare che la musica non sarebbe stata il punto fermo della mia vita, ma senza concludere mai nulla. Alla fine, visto che gli anni passavano, mi sono decisa: forse non è stata la scelta più originale, visto la famiglia da cui provengo, ma di certo è la più “sentita”. D’altra parte, le cose devono arrivare al momento giusto: se lo avessi fatto prima, non avrei vissuto questi tre anni di lavorazione intorno al disco in maniera così bella.
Cosa hai provato una volta che hai avuto il cd tra le mani?
Un effetto strano… Ho subito evitato di ascoltarlo: l’avevo sentito così tante volte in fase di lavorazione che ho deciso di far riposare le orecchie. Comunque, ho provato una grande soddisfazione: è l’inizio ma, al tempo stesso, anche un traguardo trovarsi il cd finito.
I temi che si rincorrono nel disco sembrano fotografare i disagi dei giovani, con la paura di vivere i sentimenti e il futuro. È così?
Nello scrivere i testi, io e i miei collaboratori ci siamo confrontati non solo tra noi ma anche con le persone che conosciamo. Non mi piace generalizzare, perché tanti non potrebbero riconoscersi in quel che dico, ma certo questi problemi sono abbastanza ricorrenti nella mia generazione. Nel mio caso, mi sono creata un equilibrio di comodo, per paura o per insicurezza, soffocando quella parte passionale e istintiva che porta poi a realizzare le cose.
Come se ne esce?
Per me, è stata una grandissima sofferenza… Se una persona non sta più bene è insoddisfatta, non si sente realizzata, e deve trovare una via d’uscita, quasi per istinto di sopravvivenza. E io l’ho trovata nella musica, pur sapendo che avrei dovuto scendere a dei compromessi, perché ci sono degli aspetti di questo lavoro che faccio fatica ad affrontare. Però si deve pur rischiare qualche volta.
Le canzoni non portano la tua firma. Non hai mai pensato di scrivere un brano?
Credo che la spinta a scrivere una canzone sia un’esigenza che si sente da quando si è ragazzini, e io non l’ho mai avuta. Per adesso, mi sta bene così, anche perché, come detto prima, i brani che canto mi descrivono a fondo. In futuro, vedremo.
Hai intitolato l’album Io non sono innocente. Per quale ragione?
È un rimprovero che rivolgo a me stessa per non aver compreso prima certe cose che mi hanno poi aiutato a togliermi di dosso la mia corazza protettiva. Ripensando al passato, un po’ mi dispiace di aver perso del tempo prezioso. Quindi io non sono innocente nei confronti della vita in genere, perché sono stata troppo indifferente alle mie esigenze, ai miei sogni, a tutto ciò che mi circondava. Il brano, in fondo, sottolinea la difficoltà di cambiare una vita che non ci piace.
Oggi è finalmente un altro giorno?
Sicuramente è un buon inizio.
Domani ti aspettano i concerti, il confronto con il pubblico. Come ti stai preparando?
Il progetto è di suonare in luoghi piccoli, anche perché io non ho molta gavetta alle spalle, al contrario di tanti esordienti. Mi manca, insomma, l’esperienza di palco, ma comunque mi piace l’idea di partire da cose più tranquille, per farmi un po’ le ossa.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com