Ci sono cognomi che pesano
come un macigno, talvolta più agli altri
che ai diretti interessati. È il caso
di Luisa Vittoria De Andrè, detta Luvi,
figlia di Fabrizio, una delle colonne della
canzone d’autore italiana, e di Dori
Ghezzi. Lei lo porta con un mix di disincanto
e di rispetto, e forse è la soluzione
migliore. Nasconderlo o far finta di niente
non servirebbe ad allontanare borbottii e curiosità.
Così, al suo esordio discografico, ha deciso di tenerselo ben stretto
quel cognome, e ha fatto bene. L’aiuta, di certo, il fatto di essere una
donna e di avere una bella voce “naturale” ad allontanare paragoni
scomodi e anche fuori luogo, come invece è accaduto al fratello Cristiano,
anch’egli musicista.
In ogni caso, l’appuntamento con le sette note non è stato semplice
per Luvi e più volte solo sfiorato, tra estenuanti tira e molla. L’esordio
ufficiale nel 1996 come corista nell’album Anime salve di Fabrizio
De Andrè e poi al seguito del tour. Nel 2000 ricompare accanto a Ivano
Fossati nel disco La disciplina della terra, con cui duetta nel brano La
rondine, mentre un anno dopo è ai cori in Scaramante, il
lavoro del fratello. Si fa quindi vedere nel concerto tributo del 12 marzo 2003
dedicato al padre a Genova dove canta Rimini. Fine delle trasmissioni.
Sono occorsi altri tre anni per farle mettere la testa fuori, ma questa volta
Luvi non si è limitata alle comparsate di lusso e ha compiuto il grande
passo: un album a suo nome… e cognome. S’intitola Io non sono
innocente e parla il linguaggio di un pop rock fresco, moderno e d’autore.
A tessere intorno a lei una tela raffinata di suoni e parole c’è il
gruppo di musicisti che di solito lavora con Fossati, guidati da suo figlio Claudio,
valente batterista, e Pietro Cantarelli (entrambi produttori del disco), con
la complicità di Fabrizio Barale (Yo Yo Mundi).
Sono loro a firmare i brani dell’album, eppure Luvi riesce a permearli
con la sua personalità forte, superando i semplici confini dell’essere
solo interprete. Consegna così uno degli esordi più interessanti
di questi ultimi tempi, sperando sia il primo passo verso una strada che promette
soddisfazioni.
Il tuo album ha
un’identità ben
precisa, cosa rara in un esordio. Come ci sei
arrivata?
Non è stato difficile dare una connotazione ben definita al disco perché ho
avuto la fortuna di lavorare con un gruppo di musicisti con cui sono entrata
subito in sintonia. Condividere scelte e percorsi sonori aiuta molto lo sviluppo
dei brani.
Ti sei riconosciuta anche nei testi?
Pur non essendone autrice, riflettono profondamente
i miei stati d’animo. Questo mi
ha consentito di cantarli con grande
emozione, senza dover indossare per forza
una maschera.
Provieni da una famiglia di
musicisti. Quanto ha influito nella tua
scelta di diventare una cantante?
Sicuramente ha determinato la mia passione
per la musica e, in particolare, per il
canto. Diverso è il discorso sulla
mia carriera, in quanto ho sempre ascoltato
pop rock inglese, che si stacca parecchio
dall’imprinting familiare. Poi ho
amato e continuo ad amare tanti generi,
ma al momento di camminare con le mie gambe,
ho scelto di indossare il vestito che mi
sentivo meglio addosso.
Cosa ti ha fatto
decidere di pubblicare l’album con
il tuo cognome?
Due motivi: uno, non sarebbe servito a
nulla tenerlo nascosto, anzi, forse ne
avrebbero parlato ancora di più,
domandandosi per quale ragione non avevo
usato il mio cognome; e l’altro perché non è un
peso. Sono nata e cresciuta come De Andrè,
per me è la normalità. Ne
vado fiera e mi piace molto anche come
suona.
Al mestiere
di cantante ti sei avvicinata a piccoli
passi. Perché?
Non mi è facile adattarmi, ieri
come oggi, alle inevitabili attenzioni
che questa professione comporta. Mi sento
sempre un po’ a disagio sotto i riflettori
e nei meccanismi della promozione. Ho un
carattere timido e riservato, e qualche
insicurezza. Forse è per questi
motivi che ho rimandato il mio debutto
per tanti anni.
Sentivi comunque che questa era la strada
che dovevi prendere?
Ho provato, per un po’ di tempo,
a far finta di niente, a pensare che la
musica non sarebbe stata il punto fermo
della mia vita, ma senza concludere mai
nulla. Alla fine, visto che gli anni passavano,
mi sono decisa: forse non è stata
la scelta più originale, visto la
famiglia da cui provengo, ma di certo è la
più “sentita”. D’altra
parte, le cose devono arrivare al momento
giusto: se lo avessi fatto prima, non avrei
vissuto questi tre anni di lavorazione
intorno al disco in maniera così bella.
Cosa hai provato una volta che hai avuto
il cd tra le mani?
Un effetto strano… Ho subito evitato
di ascoltarlo: l’avevo sentito così tante
volte in fase di lavorazione che ho deciso
di far riposare le orecchie. Comunque,
ho provato una grande soddisfazione: è l’inizio
ma, al tempo stesso, anche un traguardo
trovarsi il cd finito.
I
temi che si rincorrono nel disco sembrano
fotografare i disagi dei giovani, con la
paura di vivere i sentimenti e il futuro. È così?
Nello scrivere i testi, io e i miei collaboratori
ci siamo confrontati non solo tra noi ma
anche con le persone che conosciamo. Non
mi piace generalizzare, perché tanti
non potrebbero riconoscersi in quel che
dico, ma certo questi problemi sono abbastanza
ricorrenti nella mia generazione. Nel mio
caso, mi sono creata un equilibrio di comodo,
per paura o per insicurezza, soffocando
quella parte passionale e istintiva che
porta poi a realizzare le cose.
Come se ne esce?
Per me, è stata una grandissima
sofferenza… Se una persona non sta
più bene è insoddisfatta,
non si sente realizzata, e deve trovare
una via d’uscita, quasi per istinto
di sopravvivenza. E io l’ho trovata
nella musica, pur sapendo che avrei dovuto
scendere a dei compromessi, perché ci
sono degli aspetti di questo lavoro che
faccio fatica ad affrontare. Però si
deve pur rischiare qualche volta.
Le canzoni non portano la tua firma. Non
hai mai pensato di scrivere un brano?
Credo che la spinta a scrivere una canzone
sia un’esigenza che si sente da quando
si è ragazzini, e io non l’ho
mai avuta. Per adesso, mi sta bene così,
anche perché, come detto prima,
i brani che canto mi descrivono a fondo.
In futuro, vedremo.
Hai
intitolato l’album
Io non sono innocente. Per quale ragione?
È un rimprovero che rivolgo a me stessa per non aver compreso prima
certe cose che mi hanno poi aiutato a togliermi di dosso la mia corazza protettiva.
Ripensando al passato, un po’ mi dispiace di aver perso del tempo prezioso.
Quindi io non sono innocente nei confronti della vita in genere, perché sono
stata troppo indifferente alle mie esigenze, ai miei sogni, a tutto ciò che
mi circondava. Il brano, in fondo, sottolinea la difficoltà di cambiare
una vita che non ci piace.
Oggi è finalmente
un altro giorno?
Sicuramente è un buon inizio.
Domani
ti aspettano i concerti, il confronto con
il pubblico. Come ti stai preparando?
Il
progetto è di suonare in luoghi
piccoli, anche perché io non ho molta
gavetta alle spalle, al contrario di tanti
esordienti. Mi manca, insomma, l’esperienza
di palco, ma comunque mi piace l’idea
di partire da cose più tranquille,
per farmi un po’ le ossa.
Claudio Facchetti
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