In questo numero
GIOVANNI ALLEVI, IL PIANO PERFETTO di Claudio Facchetti
È riuscito a traghettare il mondo classico
nelle classifiche pop scrivendo
sue composizioni solo al pianoforte,
rinnovando il repertorio della musica colta.
Il suo talento, riconosciuto in Italia e all’estero,
si riconferma con “Joy”, un album fatto di cuore,
qualità, ispirazione. E di gioia di vivere.

 


È solito “lavorare” con il bianco/nero dei tasti del suo pianoforte, ma le “immagini sonore” che coglie sono sempre ammantate di colori, anche quando si fanno meditative. Al massimo, virano in seppia o si avvicinano ai pastelli invernali. Il colore, insomma, non manca mai nelle dita di Giovanni Allevi, ancor più nel suo ultimo bellissimo album, Joy, quarto capitolo di un tracciato inconsueto e appagante in termini di vendite e di proposta musicale che ha il sapore di una scommessa vinta.
Giovanni, infatti, talento precocissimo, in un mondo che urla e strepita, sceglie di esprimersi componendo brani solo al pianoforte. Alle sue spalle, due diplomi ottenuti con il massimo dei voti ai Conservatori di Perugia e Milano e, come non bastasse, una laurea con lode in Filosofia. Sono serviti per intraprendere un viaggio coraggioso: esplorare la musica contemporanea, dal jazz al pop, e farla incontrare con i moduli della classica.
È scaturito un crocevia di suoni che l’artista ha trasformato in linguaggio personalissimo, mai banale eppure dalla grande forza comunicativa, sviluppato con crescente successo in tre ottimi album, l’ultimo dei quali, No concept, ha venduto più di 30.000 copie. Allevi riceve così riconoscimenti e premi importanti, compie applauditi tour in Italia e nel mondo, diventa una star, dimostrando che l’equazione “musica impegnata-popolarità” è realizzabile.
Adesso è il turno di Joy, composto da dodici brani che narrano appunto la gioia di vivere e le tante piccole cose della quotidianità, talvolta ritenute insignificanti, che per un malore Allevi ha pensato di perdere. E con passione, le disegna in note musicali, tra passaggi ora lenti ora tumultuosi, in un dialogo serrato ed emozionante tra lui e il suo inseparabile pianoforte, come Linus e la sua coperta.

Quando si è accesa la tua passione per la musica?
All’età di quattro anni. Sono cresciuto in una famiglia di musicisti e in casa c’era un pianoforte che i miei genitori tenevano chiuso a chiave per impedirmi di suonarlo. Non volevano che seguissi le loro orme: la carriera nella classica comporta sacrifici e delusioni. Io, però, forse stimolato anche dal divieto, ho scovato le chiavi del piano e ho iniziato a suonarlo nel pomeriggio durante la loro assenza. La cosa è andata avanti per cinque anni, in modo totalmente libero. Senza la guida di alcun maestro, ho imparato gli accordi, le scale, le melodie.
Come hanno scoperto i tuoi che suonavi il piano?
Durante una recita scolastica, in modo imprevisto. Sul palco c’era un pianoforte e, alla fine della rappresentazione teatrale, non ho resistito al suo richiamo. Mi sono seduto e ho eseguito il preludio più facile di Chopin, quello in la maggiore, che avevo imparato per conto mio. Ho ricevuto un applauso caloroso e poi sono scappato per timore della reazione dei miei genitori, presenti tra il pubblico. Il giorno dopo ero in una scuola di musica: andavo incontro a vent’anni di studi durissimi.
Studi imperniati sulla classica
Sì, sono diventato una sorta di scienziato della musica, un maniaco del contrappunto a otto voci e dell’orchestrazione. Ho assorbito tutto quanto fosse possibile: dal Rinascimento al Gregoriano fino alla Dodecafonia, studiando gli spartiti in profondità. Quello che sono oggi è la somma di quegli anni: ogni nota che suono mi pesa come un macigno, non è la prima cosa che mi viene in mente. In questo senso, nulla è improvvisato.
Chi cresce nell’ambito classico, di solito, non si apre ad altre forme di espressione. Tu, invece, hai sconfinato verso nuovi territori. Perché?
È una questione di punti di vista, che forse vanno cambiati. Io non sto aprendo la classica al pop o alla contemporaneità, perché la classica, per almeno un millennio, è sempre stata pop e contemporanea. È solo nel Novecento che si è chiusa in una torre d’avorio, estromettendosi da quel rapporto con la società che, fino ad allora, non era mai venuto a mancare. Si pensi a Mozart o a Verdi, che non scrivevano certo per un’élite, o al successo di pubblico che riscuotevano tanti altri musicisti dall’indiscussa statura artistica. Essi riflettevano, con le loro opere, lo spirito dei tempi. Nei teatri ci andava anche il garzone del panettiere perché si riconosceva in quel che facevano.
Tu stai quindi provando a recuperare quel tipo di rapporto?
Esatto, sto cercando di riportare la tradizione classica europea a recuperare un filo diretto con il sentire comune. Oggi si percepisce la classica come una sorta di museo, dove si va a vedere un’opera come si farebbe con un quadro del Cinquecento. Il pubblico, così, non coglie subito il rapporto con la contemporaneità, per cui si crea il pregiudizio sbagliato che per capirla si deve essere colti. Invece, può “parlare” a tutti, come accadeva un tempo.
In questo senso, i tuoi album ci sono riusciti benissimo. Ti sei chiesto per quali ragioni?
Non saprei cosa rispondere, è un meccanismo misterioso e incontrollabile. Io cerco di elaborare un mio linguaggio musicale, se poi questo riesce a toccare le corde della gente, ne sono felice. D’altra parte, io stesso ho scoperto, a posteriori, che le mie composizioni hanno un forte impatto emotivo su tante persone. E non lo sapevo perché per anni mi sono esibito di fronte a un pubblico ristretto.
Oggi la platea è aumentata e, con essa, anche gli impegni, tanto che, a un certo punto, hai avuto un malore, per fortuna superato, che ha però dato il via a Joy. Cosa è accaduto?
Ho avuto un attacco di panico sotto casa dopo essere rientrato da un tour negli Stati Uniti e in Cina. La cosa curiosa è che, chi è soggetto a questo trauma, accusa una specie di vuoto paralizzante. Io, invece, ho avuto la sensazione di un “tutto” che mi travolgeva, penso causato da quanto accaduto nella tournée. Infatti, avevo visto per la prima volta in vita mia i teatri strapieni di gente entusiasta e mi sembrava assurdo, considerando che stavo dall’altra parte del mondo e fino a pochi anni prima facevo concerti davanti a cinque persone. Tutto ciò mi ha talmente gratificato che, una volta tornato a casa, non sono più riuscito a reggere un’emozione così grande. Non è stato un momento di stress, ma di gioia esagerata. E da qui ha preso il titolo l’album.
Le composizioni di Joy sono un viaggio alla riscoperta delle emozioni che può dare la quotidianità. È stato difficile metterle in musica?
No, perché penso che tutti noi, dentro, siamo fatti di suoni, per questo vibriamo quando ascoltiamo una canzone. Siamo come una specie di orchestra: basta osservare la vita, in tutti i suoi aspetti, con gli occhi della musica per vederla con una prospettiva diversa. E per riuscirci, bisogna abbandonarsi al suo misterioso fluire.
Hai iniziato a suonare a quattro anni, hai poi consacrato la vita alla musica. Come spieghi questa sorta di predestinazione?
La spiego con la teoria del daimon di Platone, che vale per chiunque. Racconta il filosofo che tutti abbiamo dentro un “angioletto” raffigurante un po’ il nostro talento. È presente prima di nascere, ma poi, una volta venuti al mondo, ci si dimentica di averlo incontrato. Lui, però, non scompare: per prestargli ascolto e capirlo, dobbiamo coglierne i piccoli messaggi che ci invia durante la vita. Per esempio, esulta quando facciamo una scelta che ci dà soddisfazione o, viceversa, s’intristisce quando è sbagliata. Ecco, questa passione travolgente per la musica che ha guidato sempre le mie scelte, mi è stata probabilmente suggerita dal famoso daimon di Platone.

Claudio Facchetti

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