È solito “lavorare” con
il bianco/nero dei tasti del suo pianoforte,
ma le “immagini sonore” che coglie
sono sempre ammantate di colori, anche quando
si fanno meditative. Al massimo, virano in
seppia o si avvicinano ai pastelli invernali.
Il colore, insomma, non manca mai nelle dita
di Giovanni Allevi, ancor più nel suo
ultimo bellissimo album, Joy, quarto
capitolo di un tracciato inconsueto e appagante
in termini di vendite e di proposta musicale
che ha il sapore di una scommessa vinta.
Giovanni, infatti, talento precocissimo, in un mondo che urla e strepita, sceglie
di esprimersi componendo brani solo al pianoforte. Alle sue spalle, due diplomi
ottenuti con il massimo dei voti ai Conservatori di Perugia e Milano e, come
non bastasse, una laurea con lode in Filosofia. Sono serviti per intraprendere
un viaggio coraggioso: esplorare la musica contemporanea, dal jazz al pop, e
farla incontrare con i moduli della classica.
È scaturito un crocevia di suoni che l’artista ha trasformato in
linguaggio personalissimo, mai banale eppure dalla grande forza comunicativa,
sviluppato con crescente successo in tre ottimi album, l’ultimo dei quali, No
concept, ha venduto più di 30.000 copie. Allevi riceve così riconoscimenti
e premi importanti, compie applauditi tour in Italia e nel mondo, diventa una
star, dimostrando che l’equazione “musica impegnata-popolarità” è realizzabile.
Adesso è il turno di Joy, composto da dodici brani che narrano
appunto la gioia di vivere e le tante piccole cose della quotidianità,
talvolta ritenute insignificanti, che per un malore Allevi ha pensato di perdere.
E con passione, le disegna in note musicali, tra passaggi ora lenti ora tumultuosi,
in un dialogo serrato ed emozionante tra lui e il suo inseparabile pianoforte,
come Linus e la sua coperta.
Quando si è accesa la tua passione
per la musica?
All’età di quattro anni. Sono cresciuto in una famiglia di musicisti
e in casa c’era un pianoforte che i miei genitori tenevano chiuso a chiave
per impedirmi di suonarlo. Non volevano che seguissi le loro orme: la carriera
nella classica comporta sacrifici e delusioni. Io, però, forse stimolato
anche dal divieto, ho scovato le chiavi del piano e ho iniziato a suonarlo nel
pomeriggio durante la loro assenza. La cosa è andata avanti per cinque
anni, in modo totalmente libero. Senza la guida di alcun maestro, ho imparato
gli accordi, le scale, le melodie.
Come hanno scoperto i tuoi che suonavi il piano?
Durante una recita scolastica, in modo imprevisto. Sul palco c’era un pianoforte
e, alla fine della rappresentazione teatrale, non ho resistito al suo richiamo.
Mi sono seduto e ho eseguito il preludio più facile di Chopin, quello
in la maggiore, che avevo imparato per conto mio. Ho ricevuto un applauso caloroso
e poi sono scappato per timore della reazione dei miei genitori, presenti tra
il pubblico. Il giorno dopo ero in una scuola di musica: andavo incontro a vent’anni
di studi durissimi.
Studi imperniati sulla classica
Sì, sono diventato una sorta di scienziato della musica, un maniaco del
contrappunto a otto voci e dell’orchestrazione. Ho assorbito tutto quanto
fosse possibile: dal Rinascimento al Gregoriano fino alla Dodecafonia, studiando
gli spartiti in profondità. Quello che sono oggi è la somma di
quegli anni: ogni nota che suono mi pesa come un macigno, non è la prima
cosa che mi viene in mente. In questo senso, nulla è improvvisato.
Chi cresce nell’ambito classico,
di solito, non si apre ad altre forme di espressione.
Tu, invece, hai sconfinato verso nuovi territori.
Perché?
È una questione di punti di vista, che forse vanno cambiati. Io non sto
aprendo la classica al pop o alla contemporaneità, perché la classica,
per almeno un millennio, è sempre stata pop e contemporanea. È solo
nel Novecento che si è chiusa in una torre d’avorio, estromettendosi
da quel rapporto con la società che, fino ad allora, non era mai venuto
a mancare. Si pensi a Mozart o a Verdi, che non scrivevano certo per un’élite,
o al successo di pubblico che riscuotevano tanti altri musicisti dall’indiscussa
statura artistica. Essi riflettevano, con le loro opere, lo spirito dei tempi.
Nei teatri ci andava anche il garzone del panettiere perché si riconosceva
in quel che facevano.
Tu stai quindi provando a recuperare quel tipo di rapporto?
Esatto, sto cercando di riportare la tradizione classica europea a recuperare
un filo diretto con il sentire comune. Oggi si percepisce la classica come una
sorta di museo, dove si va a vedere un’opera come si farebbe con un quadro
del Cinquecento. Il pubblico, così, non coglie subito il rapporto con
la contemporaneità, per cui si crea il pregiudizio sbagliato che per capirla
si deve essere colti. Invece, può “parlare” a tutti, come
accadeva un tempo.
In questo senso, i tuoi album ci sono riusciti benissimo. Ti sei chiesto
per quali ragioni?
Non saprei cosa rispondere, è un meccanismo misterioso e incontrollabile.
Io cerco di elaborare un mio linguaggio musicale, se poi questo riesce a toccare
le corde della gente, ne sono felice. D’altra parte, io stesso ho scoperto,
a posteriori, che le mie composizioni hanno un forte impatto emotivo su tante
persone. E non lo sapevo perché per anni mi sono esibito di fronte a un
pubblico ristretto.
Oggi la platea è aumentata e,
con essa, anche gli impegni, tanto che, a un
certo punto, hai avuto un malore, per fortuna
superato, che ha però dato il via a Joy. Cosa è accaduto?
Ho
avuto un attacco di panico sotto casa dopo
essere rientrato da un tour negli Stati Uniti
e in Cina. La cosa curiosa è che,
chi è soggetto a questo trauma, accusa
una specie di vuoto paralizzante. Io, invece,
ho avuto la sensazione di un “tutto” che
mi travolgeva, penso causato da quanto accaduto
nella tournée. Infatti, avevo visto
per la prima volta in vita mia i teatri strapieni
di gente entusiasta e mi sembrava assurdo,
considerando che stavo dall’altra parte
del mondo e fino a pochi anni prima facevo
concerti davanti a cinque persone. Tutto
ciò mi ha talmente gratificato che,
una volta tornato a casa, non sono più riuscito
a reggere un’emozione così grande.
Non è stato un momento di stress,
ma di gioia esagerata. E da qui ha preso
il titolo l’album.
Le composizioni di Joy sono
un viaggio alla riscoperta delle emozioni
che può dare la quotidianità. È stato
difficile metterle in musica?
No, perché penso che tutti noi, dentro, siamo fatti di suoni, per questo
vibriamo quando ascoltiamo una canzone. Siamo come una specie di orchestra: basta
osservare la vita, in tutti i suoi aspetti, con gli occhi della musica per vederla
con una prospettiva diversa. E per riuscirci, bisogna abbandonarsi al suo misterioso
fluire.
Hai iniziato a suonare a quattro anni, hai poi consacrato la vita alla
musica. Come spieghi questa sorta di predestinazione?
La spiego con la
teoria del daimon di Platone, che vale per chiunque. Racconta il filosofo
che tutti abbiamo dentro un “angioletto” raffigurante
un po’ il nostro talento. È presente
prima di nascere, ma poi, una volta venuti
al mondo, ci si dimentica di averlo incontrato.
Lui, però, non scompare: per prestargli
ascolto e capirlo, dobbiamo coglierne i piccoli
messaggi che ci invia durante la vita. Per
esempio, esulta quando facciamo una scelta
che ci dà soddisfazione o, viceversa,
s’intristisce quando è sbagliata.
Ecco, questa passione travolgente per la
musica che ha guidato sempre le mie scelte,
mi è stata probabilmente suggerita
dal famoso daimon di Platone.
Claudio Facchetti
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