In questo numero
L'ITALIANO: TOH, È ANCORA VIVO di Carlo Mantovani

 

 


Vent’anni dopo l’exploit di Cesare Marchi - leggendario capostipite con Impariamo l’Italiano - e nonostante i preoccupanti auspici, l’Italiano torna in libreria. Ed esattamente come allora, lo fa da protagonista: a poche settimane dall’uscita, infatti, Italiano: lezioni semiserie di Beppe Severgnini, è già un bestseller. A dispetto delle sinistre dichiarazioni di morte presunta che, negli ultimi decenni e da tutte le parti, sono piovute sulla nostra nobile ma bistrattata lingua. Un successo travolgente che ha stupito molti, ma non l’autore: secondo Severgnini il libro ha il merito di arrivare al momento giusto e di soddisfare un’esigenza concreta, quella di scrivere correttamente; perché, dopo anni di oblio a causa della diffusione di sms e posta elettronica, la comunicazione scritta ha finalmente riguadagnato un ruolo essenziale nella vita di ogni giorno.
A testimonianza della resurrezione mediatica in atto, stanno il successo della trasmissione televisiva Per un pungo di libri, condotto dalla coppia Neri Marco Re-Piero Dorfles, e altre due recenti e autorevoli pubblicazioni sul tema: Prima lezione di grammatica, di Luca Serianni, nonché Per difesa e per amore, del professor Gian Luigi Beccaria. Ed è proprio con quest’ultimo che si è trovato a duettare Severgnini nel corso del Festival della Letteratura di Mantova. Insieme hanno fatto il punto sullo stato di salute dell’Italiano, suffragati, per le emergenze, da un inedito sportello di pronto soccorso grammaticale, dove chiunque poteva esporre dubbi e incertezze linguistiche.

Linguaccia televisiva

Secondo il professor Beccaria la cartella clinica dell’Italiano non è poi così grave, anche se qualche motivo di preoccupazione esiste. E non è dovuto alla constatazione che ormai il tempo futuro e il modo congiuntivo sono caduti in disuso o che, per converso, abusiamo di termini anglofoni: fenomeni fastidiosi, certo, ma pur sempre accettabili. Quello che non è ammissibile – e che già Calvino sottolineava nelle sue Lezioni americane - è la tendenza all’appiattimento linguistico, che trova le sue epifanie più grigie e deludenti nel linguaggio sdoganato dai mass media, fatto di parole precotte, omologate. L’italiano che esce dagli schermi televisivi o dalle pagine dei giornali è uno strumento impoverito, privato della sua proverbiale espressività. Severgnini, pur concordando sul quadro generale, sostiene tuttavia che bisogna distinguere: ci sono ambiti specifici – i messaggi digitati sul cellulare e il fraseggiare delle chat - nei i quali le regole non possono essere applicate. Si tratta di linguaggi pesantemente adattati, per certi aspetti imbarbariti, ma che raggiungono uno scopo fondamentale: mettere in comunicazione le persone, specialmente i più giovani; con il valore aggiunto di essere un modo, sebbene anomalo, per avvicinarsi alla scrittura. Il nostro ricorda, tuttavia, che nella maggioranza dei cittadini permane una forma di pudore linguistico, una sana ostilità nei confronti di alcune formule, come assolutamente sì (ovviamente apprezzatissimo, in questa epoca di incertezza globale), di aggettivi iperbolici e abusati come straordinario (che, nel rifiuto della normalità, tende a spettacolarizzare la realtà); o, infine, di locuzioni infestanti quali in qualche modo (inutile chiedere di spiegarci quale).

La regola del porco

Individuati i sintomi che affliggono l’italico idioma, non resta che elaborare una terapia adeguata. Il professor Beccaria è convinto che, ancora oggi, la miglior cura sia leggere libri. Forse un bravo scrittore non ti insegna a scrivere, ma ti dimostra che il linguaggio, quando non è banale, preconfezionato, può essere veramente piacevole, seducente: una forma d’arte. In effetti, aggiunge Severgnini, quando non lo si ghettizza dietro l’indolenza degli aggettivi di riserva (esemplare, a riguardo, è il caso degli onnivori carino e importante), l’Italiano offre tante parole eleganti e piene di significato che occorre riscoprire, quali lusingato, amareggiato, o sollecito.
Scrivere, conclude, è una tecnica che si impara e, visto che si deve imparare, tanto vale farlo in modo divertente: è per questo che ha brevettato la regola del P.O.R.C.O, un acronimo che sta per pensa (prima di scrivere), organizza (fai uno schema scritto, suddiviso per punti), rigurgita (butta fuori in fretta, senza esitare, per mantenere la freschezza dell’espressione), correggi (ovvero rileggi e vedi che cosa va e che cosa no) e ometti (togli tutto quello che non serve, in seguito alla rilettura). Magari questo sistema di origine suinicola non sarà sufficiente a trasformarvi in uno scrittore di bestseller, ma almeno dovrebbe evitarvi figure da salame.

Carlo Mantovani

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