In questo numero
IRENE FORNACIARI, VERTIGINE SOUL di Claudio Facchetti

Il papà importante
le ha fatto amare la black music.
Lei ora ha imparato a volare da sola.

 


«Basta un poco di Zucchero e… l’Irene va giù» potrebbe cantare oggi una moderna Mary Poppins ascoltando l’opera prima di Irene Fornaciari, figlia appunto di Zucchero, intitolata Vertigini in fiore. Con una sostanziale differenza: che qui non c’è nulla di indigesto da ingoiare, bensì solo melodie e note musicali che “vanno giù” gradevolmente e fanno venire voglia di prendere subito un’altra razione di “medicina”.
Merito di Irene, che ha saputo aspettare con pazienza il momento del suo debutto discografico, lasciato maturare dal 2002, anno in cui si affaccia per la prima volta pubblicamente nelle sette note. L’occasione è un duetto con il padre nella canzone Karma, stai calma, e la composizione di Puro amore (insieme alla sorella Alice) contenute nell’album Bluesugar. Subito dopo scrive i testi dei brani per la versione italiana della colonna sonora del cartone animato Spirit – Cavallo selvaggio eseguiti da Zucchero sulla musica originale di Bryan Adams.
Nel 2003 sale sul palco per il musical I Dieci Comandamenti, dove interpreta Myriam, la sorella maggiore di Mosè. Dimostra così, anche dal vivo, le sue ottime qualità canore, che svilupperà successivamente in varie esibizioni: accanto al padre, in concerti con la sua band, aprendo i tour di artisti quali Bennato-Britti, Niccolò Fabi, Paola Turci, Ligabue.
Intanto lavora con pazienza al suo album, sotto la super visione produttiva e, talvolta, compositiva, di Zucchero, che vede oggi finalmente la luce. Vertigini in fiore è un lavoro di ispirazione black, con dosi massicce di tradizione soul spruzzate di modernità, che mantiene però un’impronta italiana e originale: il segno di una personalità già ben definita in Irene, che allontana l’idea di essere lì solo perché “figlia di un padre famoso”. La dinastia Fornaciari continua bene.

Sei cresciuta in una casa dove si respira musica in ogni momento. Eri predestinata alle sette note?
No, anche perché l’idea di seguire una carriera nelle sette note è arrivata un po’ all’improvviso. Volevo fare la veterinaria e assecondare la mia facilità allo studio, visto che sono sempre stata una secchiona. Certo, ho incominciato a cantare quando ero ancora bambina, ma più per divertimento che per convinzione.

Cosa ti ha fatto cambiare piani?
Mentre frequentavo l’università, non so per quale motivo, mi addormentavo ad ascoltare le lezioni. Al tempo stesso, cresceva in me la passione per la musica e anche gli apprezzamenti per come cantavo. Così ho incominciato a mettermi alla prova.

Il primo test è stato la colonna sonora del film “Spirit – Cavallo selvaggio”, non proprio una passeggiata.
Infatti ero emozionata e tesa. Mio padre mi ha chiesto di scrivere i testi in italiano delle canzoni composte in origine da Bryan Adams. Essendo un cartoon, voleva quella freschezza che solo una ragazza poteva dare. Io ho adattato le parole scritte dal rocker canadese e i brani sono piaciuti. È stato incoraggiante.

Sei quindi finita nel musical “I Dieci Comandamenti”. Cosa ricordi di quel periodo?
È stata un’esperienza bellissima ma, soprattutto, una scuola. L’allestimento ha richiesto due mesi di preparazione e ogni giorno dovevo cantare, imparare recitazione e a muovermi sul palco. Il cast, poi, era formato da persone meravigliose, dove tutti andavano d’accordo, senza gelosie. Un ambiente, insomma, ideale per imparare i tanti segreti del mestiere dagli altri artisti.

È in quel momento che è maturata la tua intenzione di fare la cantante a tempo pieno?
Sì, il musical mi ha fatto crescere e mi ha convinta a gettarmi nella mischia, a fare il salto decisivo. E mi sono orientata verso la musica soul perché la sentivo più vicina alle mie corde. È un genere che mi prende proprio il cuore e che ho sempre frequentato. La mia stessa impostazione vocale, fin da ragazzina, si è sviluppata su questo stile. Sarà questione di Dna.

Soul che è il protagonista principale del tuo album d’esordio. Quanto è stato difficile realizzarlo?
Insieme al mio produttore, Massimo Marcolini, abbiamo impiegato circa un anno e mezzo ad assemblarlo. Avevamo una cinquantina di pezzi, scremati poi negli undici definitivi. Insomma, siamo andati abbastanza lenti, ma volevamo confezionarli nel miglior modo possibile.

Confezione che sembra privilegiare la “musica vera”: strumenti che suonano in primo piano ed elettronica sullo sfondo.
Io farei ancora di più: vorrei dirigermi verso atmosfere live, con sonorità vintage. Mi piacciono i suoni “crudi”, come quelli che si ascoltano nei dischi degli anni ’60-’70. Per capirci, amo svisceratamente Janis Joplin: non solo la sua voce straordinaria, ma anche gli arrangiamenti che la sua band dava ai pezzi. Ho cercato, per certi versi, di ricreare quel mood e sono contenta che si percepisca.

Quanto i testi sono specchio dei tuoi stati d’animo?
Non mi piace mettere troppo me stessa nelle canzoni, mi ritengo più un’osservatrice di quanto mi accade intorno. Ovviamente, in alcuni casi, ci sono anche le mie emozioni, ciò che ho vissuto finora, ma preferisco toccare altri temi, magari con un filo d’ironia.

Che carattere hai?
Sono ondivaga. I primi giorni di primavera, per esempio, con l’esplosione dei suoi colori, mi danno una carica positiva, ma sono anche soggetta a cadute d’umore.

Come mai hai intitolato l’album “Vertigini in fiore”?
Le vertigini le provo ogni volta che salgo sul palco o mi metto davanti a un microfono a cantare. E “in fiore” perché il disco è stato pubblicato nella stagione primaverile, dove la natura si risveglia, sperando che sia una buona stagione anche per me.

Quanto pesa portare un cognome importante?
La gente pensa che faciliti la carriera ma, al di là di una certa curiosità che orienta l’attenzione su di me, prevalgono i pregiudizi. Non puoi permetterti di sbagliare, hai gli occhi puntati su di te e, soprattutto, molte volte vieni giudicata dagli altri a prescindere dalle tue proposte. Non pretendo di piacere a tutti, ma vorrei prima essere almeno ascoltata. Dal canto mio, proseguo per la mia strada con semplicità, impegnandomi al massimo.

Hai un valore di riferimento?
La bontà. Mi spiego. Quando vedo una persona gentile, solare, generosa, in una parola “buona”, mi rallegro. E sto bene perché riesce a trasmettermi la sua positività. A mia volta, quando provo piacere, cerco anch’io di ridarlo alle persone.

Il tuo sogno nel cassetto?
Fare un duetto con Tina Turner.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com