«Basta un poco
di Zucchero e… l’Irene va giù» potrebbe
cantare oggi una moderna Mary Poppins ascoltando
l’opera prima di Irene Fornaciari, figlia
appunto di Zucchero, intitolata Vertigini
in fiore. Con una sostanziale differenza:
che qui non c’è nulla di indigesto
da ingoiare, bensì solo melodie e note
musicali che “vanno giù” gradevolmente
e fanno venire voglia di prendere subito un’altra
razione di “medicina”.
Merito di Irene, che ha saputo aspettare con pazienza il momento del suo debutto
discografico, lasciato maturare dal 2002, anno in cui si affaccia per la prima
volta pubblicamente nelle sette note. L’occasione è un duetto con
il padre nella canzone Karma, stai calma, e la composizione di Puro
amore (insieme alla sorella Alice) contenute nell’album Bluesugar. Subito
dopo scrive i testi dei brani per la versione italiana della colonna sonora del
cartone animato Spirit – Cavallo selvaggio eseguiti da Zucchero
sulla musica originale di Bryan Adams.
Nel 2003 sale sul palco per il musical I Dieci Comandamenti, dove interpreta
Myriam, la sorella maggiore di Mosè. Dimostra così, anche dal vivo,
le sue ottime qualità canore, che svilupperà successivamente in
varie esibizioni: accanto al padre, in concerti con la sua band, aprendo i tour
di artisti quali Bennato-Britti, Niccolò Fabi, Paola Turci, Ligabue.
Intanto lavora con pazienza al suo album, sotto la super visione produttiva e,
talvolta, compositiva, di Zucchero, che vede oggi finalmente la luce. Vertigini
in fiore è un lavoro di ispirazione black, con dosi massicce di tradizione
soul spruzzate di modernità, che mantiene però un’impronta
italiana e originale: il segno di una personalità già ben definita
in Irene, che allontana l’idea di essere lì solo perché “figlia
di un padre famoso”. La dinastia Fornaciari continua bene.
Sei cresciuta in una casa dove si respira
musica in ogni momento. Eri predestinata
alle sette note?
No, anche perché l’idea di
seguire una carriera nelle sette note è arrivata
un po’ all’improvviso. Volevo
fare la veterinaria e assecondare la mia
facilità allo studio, visto che
sono sempre stata una secchiona. Certo,
ho incominciato a cantare quando ero ancora
bambina, ma più per divertimento
che per convinzione.
Cosa ti ha fatto cambiare piani?
Mentre frequentavo l’università,
non so per quale motivo, mi addormentavo
ad ascoltare le lezioni. Al tempo stesso,
cresceva in me la passione per la musica
e anche gli apprezzamenti per come cantavo.
Così ho incominciato a mettermi
alla prova.
Il primo test è stato la colonna
sonora del film “Spirit – Cavallo
selvaggio”, non proprio una passeggiata.
Infatti ero emozionata e tesa. Mio padre
mi ha chiesto di scrivere i testi in italiano
delle canzoni composte in origine da Bryan
Adams. Essendo un cartoon, voleva quella
freschezza che solo una ragazza poteva
dare. Io ho adattato le parole scritte
dal rocker canadese e i brani sono piaciuti. È stato
incoraggiante.
Sei quindi finita
nel musical “I
Dieci Comandamenti”. Cosa ricordi
di quel periodo?
È stata un’esperienza bellissima ma, soprattutto, una scuola.
L’allestimento ha richiesto due mesi di preparazione e ogni giorno dovevo
cantare, imparare recitazione e a muovermi sul palco. Il cast, poi, era formato
da persone meravigliose, dove tutti andavano d’accordo, senza gelosie.
Un ambiente, insomma, ideale per imparare i tanti segreti del mestiere dagli
altri artisti.
È in quel momento che è maturata
la tua intenzione di fare la cantante a
tempo pieno?
Sì, il musical mi ha fatto crescere
e mi ha convinta a gettarmi nella mischia,
a fare il salto decisivo. E mi sono orientata
verso la musica soul perché la sentivo
più vicina alle mie corde. È un
genere che mi prende proprio il cuore e
che ho sempre frequentato. La mia stessa
impostazione vocale, fin da ragazzina,
si è sviluppata su questo stile.
Sarà questione di Dna.
Soul che è il protagonista principale
del tuo album d’esordio. Quanto è stato
difficile realizzarlo?
Insieme al mio produttore, Massimo Marcolini,
abbiamo impiegato circa un anno e mezzo
ad assemblarlo. Avevamo una cinquantina
di pezzi, scremati poi negli undici definitivi.
Insomma, siamo andati abbastanza lenti,
ma volevamo confezionarli nel miglior modo
possibile.
Confezione che sembra
privilegiare la “musica
vera”: strumenti che suonano in primo
piano ed elettronica sullo sfondo.
Io farei ancora di più: vorrei dirigermi
verso atmosfere live, con sonorità vintage.
Mi piacciono i suoni “crudi”,
come quelli che si ascoltano nei dischi
degli anni ’60-’70. Per capirci,
amo svisceratamente Janis Joplin: non solo
la sua voce straordinaria, ma anche gli
arrangiamenti che la sua band dava ai pezzi.
Ho cercato, per certi versi, di ricreare
quel mood e sono contenta che si percepisca.
Quanto i testi sono
specchio dei tuoi stati d’animo?
Non mi piace mettere troppo me stessa nelle
canzoni, mi ritengo più un’osservatrice
di quanto mi accade intorno. Ovviamente,
in alcuni casi, ci sono anche le mie emozioni,
ciò che ho vissuto finora, ma preferisco
toccare altri temi, magari con un filo
d’ironia.
Che carattere hai?
Sono ondivaga. I primi giorni di primavera,
per esempio, con l’esplosione dei
suoi colori, mi danno una carica positiva,
ma sono anche soggetta a cadute d’umore.
Come mai hai intitolato
l’album “Vertigini
in fiore”?
Le vertigini le provo ogni volta che salgo
sul palco o mi metto davanti a un microfono
a cantare. E “in fiore” perché il
disco è stato pubblicato nella stagione
primaverile, dove la natura si risveglia,
sperando che sia una buona stagione anche
per me.
Quanto pesa portare un cognome importante?
La gente pensa che faciliti la carriera
ma, al di là di una certa curiosità che
orienta l’attenzione su di me,
prevalgono i pregiudizi. Non puoi permetterti
di sbagliare, hai gli occhi puntati su
di te e, soprattutto, molte volte vieni
giudicata dagli altri a prescindere dalle
tue proposte. Non pretendo di piacere
a tutti, ma vorrei prima essere almeno
ascoltata. Dal canto mio, proseguo per
la mia strada con semplicità,
impegnandomi al massimo.
Hai un valore di riferimento?
La bontà. Mi spiego. Quando vedo
una persona gentile, solare, generosa,
in una parola “buona”, mi rallegro.
E sto bene perché riesce a trasmettermi
la sua positività. A mia volta,
quando provo piacere, cerco anch’io
di ridarlo alle persone.
Il tuo sogno nel cassetto?
Fare un duetto
con Tina Turner.
Claudio Facchetti |