Quando, nel 1998, gli Air,
ovvero Nicolas Godin e Jean Benoit Dunckel,
mettono fuori la testa con l’album Moon
Safari, vengono subito iscritti nelle
liste del cosiddetto French touch,
movimento transalpino caratterizzato da felpate
ritmiche dance e tessiture elettroniche. È un
genere che, in quel momento sta andando forte
nel mondo, ma in cui il duo stenta a riconoscersi.
Loro si sentono più vicini ai mondi
disegnati da Jean Michel Jarre, Vangelis o
Tomita, fatti sì di scenari elettronici,
ma imbevuti di melodie raffinate, atmosfere
minimali, azzardi sperimentali.
D’altra parte, il background di Nicolas e Jean Benoit è costituito
da studi classici e insaziabile curiosità nella ricerca sonora. E sono
proprio queste due peculiarità a saldare insieme il loro sodalizio mentre
frequentano il Conservatorio di Parigi. Entrambi arrivano dalla stessa città,
Versailles, ma si conoscono grazie all’amicizia comune con il noto dj Alex
Gopher. Ai due basta poco per intendersi e per mettere a punto quell’alchimia
di suoni che, a partire da Moon Safari, li porterà presto alla
ribalta internazionale.
Altri due album, 10.000 hz legend e Talkie Walkie, consolidano
il successo degli Air nel mondo, facendo apprezzare il loro originale linguaggio
sempre a metà strada tra pop di alto livello, ricerca e contaminazioni
varie. Una sintesi quasi naturale per Nicolas e Jean Benoit che, in parallelo,
non disdegnano avventure artistiche importanti: la bellissima colonna sonora
per il film Il giardino delle vergini suicide e la fugace collaborazione
per Lost in translation, entrambi di Sophia Coppola; l’esperienza
a Roma con Alessandro Baricco per City reading: tre storie western,
fusione della voce dello scrittore con la loro musica; la composizione dell’album
da solista di Charlotte Gainsbourg 5.55.
Gli Air, insomma, sembrano non stare mai fermi, pronti a cogliere suggestioni
diverse che andranno poi ad arricchire il loro lavoro, come nel caso dell’ultimo
disco, Pocket symphony. Prodotto ancora una volta dal fido Nigel Godrich
(l’uomo dietro i Radiohead, Beck, Paul McCartney), il duo francese vira
questa volta verso gli orizzonti orientali, inserendo in alcuni pezzi strumenti
a corde tradizionali giapponesi come il koto e lo shamisen. Canzoni che si alternano
a quelle dal sound più consolidato, talvolta malinconiche altre “oscure”,
che hanno caratterizzato il loro cammino, trasformandole in deliziose “sinfonie
tascabili”, proprio come recita il titolo.
Quando avete incominciato a mettere
le basi per questo nuovo lavoro?
JBD: È iniziato
tutto durante il nostro soggiorno in
Giappone, effettuato per registrare il
brano per la colonna sonora del film Lost
in translation di Sophia Coppola.
Le prime canzoni, o meglio, abbozzi di
canzoni, sono scaturite nella terra del
Sol Levante.
È per questo
che alcuni brani richiamano le atmosfere
di quel Paese?
JDB: Sì, la filosofia
orientale ha acceso il nostro interesse,
che si è riverberata nelle canzoni.
Ci ha colpito il modo con cui i giapponesi
riescono a vivere tra antico e moderno,
l’equilibrio naturale che ciascuno
di loro ha raggiunto nel rapporto con
la tecnologia. A Tokyo, per esempio,
ci sono computer a disposizione del pubblico
perfino in metropolitana. Nessuno, però,
ne fa un uso discriminato, vengono utilizzati
come strumenti quando servono, senza
guastare il normale corso della vita.
Sembrano aver raggiunto una perfetta
fusione tra tecnologia e sentimenti.
Questa “filosofia” ha influenzato
l’intero disco?
NG: In
maniera decisiva, anche nei brani dove
non si sente una spiccata atmosfera orientale.
Il concetto alla base dell’album è di dimostrare
come la musica elettronica, in fondo, sia
una perfetta fusione tra sentimento e tecnologia,
proprio come la vita dei giapponesi. Un
concetto, tra l’altro, già sviluppato
da artisti come i Kraftwerk: le composizioni
della band tedesca, benché costruite
solo con le macchine, riescono a trasmettere
emozioni.
Perché avete intitolato l’album “Pocket
symphony”?
NG: Per
una serie di ragioni. Innanzitutto, per realizzare
il disco abbiamo usato in prevalenza apparecchiature
quasi “tascabili”, come piccoli
sequencer, drum machine ridotte e strumenti
giocattolo. In secondo luogo, ci siamo
resi conto di come, nel giro di pochi anni,
sia completamente cambiato il modo di fruire
la musica, grazie soprattutto ai lettori
Mp3: la gente oggi si sposta molto di più di
un tempo e viaggia con le canzoni in tasca.
In quale modo è cambiato
il sound rispetto al disco precedente?
JDB: Ci sono canzoni
dall’atmosfera più evocativa
e “cinematica” rispetto a Talkie
walkie. Per certi versi, siamo tornati
a composizioni che potrebbero essere
come delle colonne sonore di film.
NG: Anche l’utilizzo
di strumenti tradizionali giapponesi
rende diverso questo disco dagli altri.
Ho passato un anno a studiare il Koto,
l’arpa tipica della scena musicale
di Okinawa, e lo Shamisen, una sorta
di banjo a tre corde, ma ne è valsa
la pena, visti i risultati in termini
di resa sonora.
Seguite un metodo particolare nella composizione
delle canzoni?
JDB: Non c’è uno schema, semplicemente
improvvisiamo insieme. E nell’improvvisazione,
troviamo sempre dei punti di contatto,
come se le nostre emozioni o desideri,
simili a fiumi diversi, confluissero poi
in un unico corso. È un magia.
Nell’album
compaiono alcuni ospiti, come i cantanti
Jarvis Cocker e Neil Hannon dei Divine
Comedy. Come sono nate queste collaborazioni?
JBD: Il lavoro del disco
ha richiesto circa due anni di lavoro
ma, come sempre, durante questo periodo
di tempo ci siamo dedicati anche ad altro,
come le collaborazioni con Charlotte
Gainsbourg e con Sophia Coppola. È una
cosa normale, per noi, portare avanti
contemporaneamente progetti diversi,
che ci consentono di incontrare tanti
artisti, anche solo per amicizia. Per
esempio, con Jarvis Cocker tutto è scaturito
con molta naturalezza: è venuto
a trovarci, si è sentito a suo
agio, a noi piaceva la sua voce e in
cinque minuti ha eseguito il pezzo che,
in origine, era destinato alla colonna
sonora del film della Coppola.
NG: Sia Jarvis Cocker
che Neil Hannon li abbiamo conosciuti
mentre lavoravamo con Charlotte e si è creato
subito un ottimo feeling tra di noi,
che si è poi replicato anche nel
nostro album. Non sono, insomma, collaborazioni
nate a tavolino, tanto per mettere qualche
star di contorno nei brani.
A proposito di collaborazioni,
si rinnova quella con il produttore Nigel
Godrich.
JBD: È un mistero
da dove nasca la nostra intesa con Nigel,
così intensa e completa. Lui ti
lascia la massima libertà per
esprimere ciò che senti nell’animo
e possiede la grande capacità di
variare a ogni album: nessuno dei dischi
in cui ha lavorato è uguale ai
precedenti. Non si può dire la
stessa cosa di altri celebri produttori
come Timbaland o Pharrell.
NG: Nigel sa leggere
nelle canzoni degli artisti, per questo
cambia continuamente metodo di lavoro
e approccio alla musica.Nel nostro caso,
molte volte ci ha aiutato a seguire un
linguaggio più semplice nel costruire
composizioni che si presentavano troppo
complicate.
Quali sono gli artisti che vi
hanno ispirato?
NG: Senza dubbio i Kraftwerk,
ma anche Sakamoto, artista che ha saputo
fondere magistralmente la musica orientale
con la tradizione occidentale.
JBD: Siamo anche influenzati
da compositori moderni come Philip Glass
e dagli autori classici del tardo secolo
passato come Ravel o Satie.
In passato, vi hanno incasellato
nel cosiddetto “french touch”.
Oggi cosa resta di quel movimento?
JBD: Nulla, è definitivamente
morto. È stato un fenomeno nato
e cresciuto soprattutto grazie anche
alla pubblicità, ma ora, in Francia, è scomparso.
Per fortuna, noi siamo sopravvissuti.
Cosa vi aspetta in futuro?
NG:
Per adesso, siamo concentrati sul tour, che
sta andando molto bene. Ci piace suonare
dal vivo, spezza la routine e, in un certo
senso, è salutare. Del
resto, se fai il musicista, il tuo lavoro
non prevede di rimanere chiuso in un ufficio
a scaldare una sedia.JBD: In programma, abbiamo
un’installazione a Parigi ed una colonna
sonora per una serie tv francese. Ci piacerebbe
tornare a scrivere un intero commento sonoro
per un film.
Claudio Facchetti |