In questo numero
TAKE THAT, IL TRIONFO DELLA NOSTALGIA di Claudio Facchetti

Si erano sciolti dieci anni fa
mentre erano al top,
lasciando una marea di cuori infranti,
qualche buona canzone pop e un viatico
per il fenomeno delle boy band.
Oggi sono ritornati sulle scene
scatenando un tale entusiasmo
che ha sorpreso persino loro.

 

 


Solo i Beatles, in proporzione, hanno fatto meglio di loro sul piano delle vendite in Inghilterra, e qualcosa vorrà pure dire. I Take That, la “madre” di tutte le boy band, a dieci anni dallo scioglimento sono ricomparsi sulle scene portandosi sulle spalle quel record ancora oggi imbattuto e un’incognita che, al momento della reunion avvenuta verso la fine del 2005, martellava nella testa di tutti i componenti del gruppo: come reagirà il pubblico al nostro ritorno?
La risposta Gary Barlow, Howard Donald, Jason Orange e Mark Owen l’hanno avuta il 2 dicembre 2005 quando i biglietti per le 19 date del loro tour inglese previsto per la primavera successiva sono andati a ruba nel giro di un’ora e dieci minuti. Anche senza Robbie Williams, l’unico a non essersi unito alla band e ad aver ottenuto grande successo come solista, la febbre per i Take That era ancora alta e, a quanto pareva, non solo nella madre patria ma anche in mezzo mondo.
D’altra parte, era un po’ difficile dimenticarsi del gruppo capace di scatenare scene di isteria di massa come non se ne vedevano dai tempi dei Beatles e di aprire le porte al cosiddetto fenomeno delle boy band. L’allora quintetto si era formato a Manchester nel 1990 su idea del noto produttore Nigel Martin-Smith che aveva riunito insieme cinque ragazzini di bell’aspetto e con il pallino di sfondare nello show-biz. Robbie, Howard, Jason, Mark e Gary si erano così messi a lavorare sodo sulle canzoni, arricchendo le esibizioni con movimenti coreografici.
Dopo due anni di rodaggio e alcuni singoli andati male, nel 1992 i Take That pubblicano l’album Take That and party e fanno boom. All’Inghilterra e poi a buona parte del globo piace il loro leggiadro pop misto alla dance e al rhythm and blues, piace il loro modo di presentarsi sul palco, piacciono le loro facce imberbi da copertina di giornali. Sono, insomma, come un bel pacchetto regalo, confezionato bene che, una volta scartato, rivela un dono più che accettabile, a dispetto di tanta critica che arriccia il naso nell’ascoltare le loro canzoni, certamente di consumo, ma in fondo gradevoli.
Nel ’95, però, il gruppo scricchiola. Robbie Williams saluta polemicamente i colleghi e s’invola verso il successo personale. Gli altri continuano come quartetto, ma dura poco. Nel febbraio dell’anno dopo i Take That annunciano lo scioglimento definitivo tra le lacrime delle fan. Si ritirano con oltre 25 milioni di copie di dischi vendute. Non saranno così fortunate le loro successive carriere soliste, compresa quella più promettente di Gary Barlow, principale compositore della band: tutte naufragheranno miseramente.
E forse è per questo motivo che i quattro, oggi tornati insieme, non si aspettavano una reazione simile del pubblico dopo dieci anni trascorsi nel dimenticatoio. Reazione confermata anche dalle vendite milionarie di Beautiful world, l’album che li ha rimessi in pista anche dal punto di vista discografico, che riannoda il filo pop interrotto con il passato senza grosse novità.
Chissà, forse sarà la nostalgia canaglia o il desiderio di sentirsi ancora adolescenti, ma i Take That sono tornati al centro dell’attenzione con dieci anni in più sul groppone come i loro “vecchi” fan, eppure le lancette del tempo sembrano non essersi mosse da quel 1996. E anche questo vorrà pur dire qualcosa.

Quando ha preso corpo, con precisione, l’idea di riformare il gruppo?
Jason: A metà del 2005, anche se tutto è maturato quasi per caso. Ci siamo infatti ritrovati per mettere a punto una raccolta antologica e un documentario sulla nostra storia passata. Non ci andava che persone estranee mettessero le mani su canzoni e filmati che ci coinvolgevano, così abbiamo deciso di seguire questi progetti personalmente. Volevamo fotografare quel periodo nel modo migliore possibile, per evitare di ascoltare fesserie o imprecisioni.
Gary: Durante quel lavoro, si è rinsaldato tra noi il feeling di un tempo e ci è venuta l’idea di ritornare a cantare insieme. Quando poi il documentario, trasmesso in tv, ha totalizzato oltre 7 milioni di telespettatori, abbiamo capito che forse c’era ancora interesse per i Take That e ci siamo buttati.

Vi aspettavate una reazione simile al vostro ritorno?
Howard: Francamente no, anche se sapevamo di non essere mai tramontati come gruppo. D’altro canto, contrariamente ad altri, ci siamo sciolti quando eravamo al top e le nostre canzoni non hanno mai smesso di essere trasmesse in radio. Certo, non avremmo mai immaginato di vedere così tanta gente precipitarsi per acquistare i biglietti dei nostri concerti.
Mark: Infatti avevamo programmato inizialmente solo una manciata di concerti per valutare la reazione del pubblico al nostro ritorno. Solo sull’onda delle richieste, sono aumentate le date. Nessuno di noi era preparato a quanto è accaduto e c’era il rischio che la reunion si trasformasse in un disastro. Siamo stati piacevolmente impressionati.

Molte altre band sono tornate sulle scene dopo uno scioglimento, ma poche hanno ottenuto un riscontro come il vostro. Come lo spiegate?
Gary: La risposta credo si trovi, oltre alla validità delle canzoni, nella nostra preparazione. Tutti noi, in ambiti diversi, avevamo avuto la possibilità di farci le ossa nello spettacolo e quando abbiamo formato il gruppo non eravamo completamente degli sprovveduti. Tuttavia, non è stato facile farsi largo tra la concorrenza e quei due anni passati prima di agguantare il successo sono serviti a imparare bene il mestiere, a mettere sul palco uno show completo e ben fatto.
Jason: Oggi è tutto diverso. Ti siedi a tavolino con un manager, consulti grafici e sondaggi sul pubblico che vuoi accaparrarti, e poi costruisci un personaggio che risponda a quelle determinate esigenze di mercato.

Ma a quel tempo non eravate anche voi “controllati” dal vostro manager?
Howard: Non eravamo completamente liberi di fare ciò che volevamo, ma oggi è tutto sotto il nostro controllo. D’altra parte, eravamo giovani.

Con quale spirito siete entrati in sala d’incisione?

Jason: Tutti noi volevamo realizzare un album convincente dalla prima all’ultima canzone, senza sfruttare il nome e la reputazione dei Take That in modo automatico. Si può vendere un tour sulla base della nostalgia, ma non nuovi brani basandoti solo sulla stessa nostalgia: deve esserci qualità.
Gary: In studio si è creato un clima fortemente collaborativo, in cui tutti hanno fatto la loro parte, cosa che non accadeva spesso in passato. L’album credo segni un passo importante nella nostra carriera, siamo cresciuti e più maturi.
Mark: È un disco perfetto per questo ritorno, che si aggancia volutamente alla nostra storia. Siamo però consapevoli che se continueremo dobbiamo progredire musicalmente.

Quanto pesa l’assenza di Robbie Williams nel vostro progetto?
Jason: Lui aveva già lasciato il gruppo un anno prima del nostro scioglimento, puntando alla carriera da solista, anche se penso che rimarrà sempre uno di noi.
Howard: Quando, nel 2005, abbiamo selezionato il materiale per l’antologia e il documentario, anche Robbie ha partecipato ai lavori, pur mantenendosi distante dalla band.
Mark: Sappiamo che alcune volte è critico con noi, ma lui è fatto così, è un tipo impulsivo, ma non penso ci voglia male. Durante il tour è venuto anche a trovarci e ci siamo divertiti.

In quale misura è cambiato il pubblico dai vostri esordi a oggi?
Gary: Mi pare di aver visto lo stesso entusiasmo, amore e voglia di divertirsi di allora, e questo è molto bello, ma certo qualcosa è cambiato. Dalla mail che riceviamo, dagli incontri e dagli sguardi di tanta gente ci arrivano richieste di aiuto e di speranza, come se noi potessimo risolvere i loro problemi. Ma questo non è proprio possibile.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com