Solo i Beatles, in proporzione,
hanno fatto meglio di loro sul piano delle
vendite in Inghilterra, e qualcosa vorrà pure
dire. I Take That, la “madre” di
tutte le boy band, a dieci anni dallo scioglimento
sono ricomparsi sulle scene portandosi sulle
spalle quel record ancora oggi imbattuto e
un’incognita che, al momento della reunion
avvenuta verso la fine del 2005, martellava
nella testa di tutti i componenti del gruppo:
come reagirà il pubblico al nostro ritorno?
La risposta Gary Barlow, Howard Donald, Jason Orange e Mark Owen l’hanno
avuta il 2 dicembre 2005 quando i biglietti per le 19 date del loro tour inglese
previsto per la primavera successiva sono andati a ruba nel giro di un’ora
e dieci minuti. Anche senza Robbie Williams, l’unico a non essersi unito
alla band e ad aver ottenuto grande successo come solista, la febbre per i Take
That era ancora alta e, a quanto pareva, non solo nella madre patria ma anche
in mezzo mondo.
D’altra parte, era un po’ difficile dimenticarsi del gruppo capace
di scatenare scene di isteria di massa come non se ne vedevano dai tempi dei
Beatles e di aprire le porte al cosiddetto fenomeno delle boy band. L’allora
quintetto si era formato a Manchester nel 1990 su idea del noto produttore Nigel
Martin-Smith che aveva riunito insieme cinque ragazzini di bell’aspetto
e con il pallino di sfondare nello show-biz. Robbie, Howard, Jason, Mark e Gary
si erano così messi a lavorare sodo sulle canzoni, arricchendo le esibizioni
con movimenti coreografici.
Dopo due anni di rodaggio e alcuni singoli andati male, nel 1992 i Take That
pubblicano l’album Take That and party e fanno boom. All’Inghilterra
e poi a buona parte del globo piace il loro leggiadro pop misto alla dance e
al rhythm and blues, piace il loro modo di presentarsi sul palco, piacciono le
loro facce imberbi da copertina di giornali. Sono, insomma, come un bel pacchetto
regalo, confezionato bene che, una volta scartato, rivela un dono più che
accettabile, a dispetto di tanta critica che arriccia il naso nell’ascoltare
le loro canzoni, certamente di consumo, ma in fondo gradevoli.
Nel ’95, però, il gruppo scricchiola. Robbie Williams saluta polemicamente
i colleghi e s’invola verso il successo personale. Gli altri continuano
come quartetto, ma dura poco. Nel febbraio dell’anno dopo i Take That annunciano
lo scioglimento definitivo tra le lacrime delle fan. Si ritirano con oltre 25
milioni di copie di dischi vendute. Non saranno così fortunate le loro
successive carriere soliste, compresa quella più promettente di Gary Barlow,
principale compositore della band: tutte naufragheranno miseramente.
E forse è per questo motivo che i quattro, oggi tornati insieme, non si
aspettavano una reazione simile del pubblico dopo dieci anni trascorsi nel dimenticatoio.
Reazione confermata anche dalle vendite milionarie di Beautiful world, l’album
che li ha rimessi in pista anche dal punto di vista discografico, che riannoda
il filo pop interrotto con il passato senza grosse novità.
Chissà, forse sarà la nostalgia canaglia o il desiderio di sentirsi
ancora adolescenti, ma i Take That sono tornati al centro dell’attenzione
con dieci anni in più sul groppone come i loro “vecchi” fan,
eppure le lancette del tempo sembrano non essersi mosse da quel 1996. E anche
questo vorrà pur dire qualcosa.
Quando ha preso
corpo, con precisione, l’idea di
riformare il gruppo?
Jason: A metà del
2005, anche se tutto è maturato
quasi per caso. Ci siamo infatti ritrovati
per mettere a punto una raccolta antologica
e un documentario sulla nostra storia
passata. Non ci andava che persone estranee
mettessero le mani su canzoni e filmati
che ci coinvolgevano, così abbiamo
deciso di seguire questi progetti personalmente.
Volevamo fotografare quel periodo nel
modo migliore possibile, per evitare
di ascoltare fesserie o imprecisioni.
Gary: Durante quel lavoro,
si è rinsaldato tra noi il feeling
di un tempo e ci è venuta l’idea
di ritornare a cantare insieme. Quando
poi il documentario, trasmesso in tv,
ha totalizzato oltre 7 milioni di telespettatori,
abbiamo capito che forse c’era
ancora interesse per i Take That e ci
siamo buttati.
Vi aspettavate una reazione
simile al vostro ritorno?
Howard: Francamente
no, anche se sapevamo di non essere mai
tramontati come gruppo. D’altro canto, contrariamente
ad altri, ci siamo sciolti quando eravamo
al top e le nostre canzoni non hanno mai
smesso di essere trasmesse in radio. Certo,
non avremmo mai immaginato di vedere così tanta
gente precipitarsi per acquistare i biglietti
dei nostri concerti.
Mark: Infatti avevamo
programmato inizialmente solo una manciata
di concerti per valutare la reazione
del pubblico al nostro ritorno. Solo
sull’onda delle richieste, sono
aumentate le date. Nessuno di noi era
preparato a quanto è accaduto
e c’era il rischio che la reunion
si trasformasse in un disastro. Siamo
stati piacevolmente impressionati.
Molte altre band sono tornate sulle scene
dopo uno scioglimento, ma poche hanno ottenuto
un riscontro come il vostro. Come lo spiegate?
Gary: La risposta credo si trovi, oltre
alla validità delle canzoni, nella
nostra preparazione. Tutti noi, in ambiti
diversi, avevamo avuto la possibilità di
farci le ossa nello spettacolo e quando
abbiamo formato il gruppo non eravamo completamente
degli sprovveduti. Tuttavia, non è stato
facile farsi largo tra la concorrenza e
quei due anni passati prima di agguantare
il successo sono serviti a imparare bene
il mestiere, a mettere sul palco uno show
completo e ben fatto.
Jason: Oggi è tutto diverso. Ti
siedi a tavolino con un manager, consulti
grafici e sondaggi sul pubblico che vuoi
accaparrarti, e poi costruisci un personaggio
che risponda a quelle determinate esigenze
di mercato.
Ma a quel tempo non
eravate anche voi “controllati” dal
vostro manager?
Howard: Non eravamo completamente liberi
di fare ciò che volevamo, ma oggi è tutto
sotto il nostro controllo. D’altra
parte, eravamo giovani.
Con quale spirito
siete entrati in sala d’incisione?
Jason: Tutti noi volevamo realizzare un
album convincente dalla prima all’ultima
canzone, senza sfruttare il nome e la reputazione
dei Take That in modo automatico. Si può vendere
un tour sulla base della nostalgia, ma
non nuovi brani basandoti solo sulla stessa
nostalgia: deve esserci qualità.
Gary: In studio si è creato un clima
fortemente collaborativo, in cui tutti
hanno fatto la loro parte, cosa che non
accadeva spesso in passato. L’album
credo segni un passo importante nella nostra
carriera, siamo cresciuti e più maturi.
Mark: È un disco perfetto per questo
ritorno, che si aggancia volutamente alla
nostra storia. Siamo però consapevoli
che se continueremo dobbiamo progredire
musicalmente.
Quanto pesa l’assenza
di Robbie Williams nel vostro progetto?
Jason: Lui aveva già lasciato il
gruppo un anno prima del nostro scioglimento,
puntando alla carriera da solista, anche
se penso che rimarrà sempre uno
di noi.
Howard: Quando, nel 2005, abbiamo selezionato
il materiale per l’antologia e il
documentario, anche Robbie ha partecipato
ai lavori, pur mantenendosi distante dalla
band.
Mark: Sappiamo che alcune volte è critico
con noi, ma lui è fatto così, è un
tipo impulsivo, ma non penso ci voglia
male. Durante il tour è venuto anche
a trovarci e ci siamo divertiti.
In quale
misura è cambiato il pubblico
dai vostri esordi a oggi?
Gary: Mi pare di aver visto lo stesso entusiasmo,
amore e voglia di divertirsi di allora,
e questo è molto bello, ma certo
qualcosa è cambiato. Dalla mail
che riceviamo, dagli incontri e dagli sguardi
di tanta gente ci arrivano richieste di
aiuto e di speranza, come se noi potessimo
risolvere i loro problemi. Ma questo non è proprio
possibile.
Claudio Facchetti
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