In questo numero
E' IL TEMPO DI LUCA CARBONI di Claudio Facchetti

Sono passati cinque anni dall’ultimo lavoro
di inediti del cantautore bolognese.
Lui, però, non si è arrugginito e con
“…le band si sciolgono” torna in forma smagliante.
E con qualche anno in più sulle spalle,
a riflettere sul tempo che passa.


Avrebbe voluto far parte di un gruppo, e proprio con degli amici di scuola Luca Carboni aveva incominciato a suonare alla fine degli anni ’70. La band si chiamava i Teobaldi Rock ed era riuscita a ritagliarsi uno spazio nella vivace scena di Bologna. Aveva inciso anche un singolo, Odore d’inverno, accendendo nel complesso le speranze di un brillante futuro nelle sette note. Speranze che durarono un anno. Il gruppo si sciolse e Luca si trovò a malincuore da solo ma deciso a non gettare la spugna.
L’artista inizia così a frequentare l’ambiente bolognese e stringe amicizia con Gaetano Curreri, il leader degli Stadio. Prende il via una proficua collaborazione. Luca scrive i testi di parecchie canzoni della band, preparando il terreno al suo debutto discografico. Nell’84 pubblica Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film ed è subito un successo.
Da quel momento, parafrasando il titolo del suo disco d’esordio, a non sbagliare più un album è proprio Luca. Merito della sua capacità di variare menu a ogni lavoro pur senza mai abbandonare quelle sonorità quasi minimali che, unite alle belle melodie, hanno caratterizzato la sua crescita d’artista. Una formula che si potrebbe riassumere in ricerca nella continuità, senza perdere in semplicità.
Non a caso, dopo oltre vent’anni di carriera, Luca rimane uno dei cantautori più originali del nostro panorama, status che conferma con la nuova fatica, …le band si sciolgono, che arriva dopo cinque anni di silenzio dall’ultimo lavoro di inediti. Un titolo che sembra quasi chiudere il cerchio a quel lontano 1974, quando un ragazzino sognava di fare sfracelli militando in un gruppo a cui il destino ha riservato un’altra storia, altrettanto bella.

Come mai è trascorso così tanto tempo dall’ultimo disco?
In effetti, cinque anni sono parecchi, ma non ho certamente dormito sugli allori. Ho fatto uscire il mio primo disco dal vivo, pubblicato un libro di miei disegni intitolato Autoritratto e intrapreso un tour. Insomma, non sono proprio sparito. Poi ho iniziato a lavorare a questo nuovo album, che mi ha comunque preso due anni.

C’era qualcosa che ti frenava dallo scrivere nuove canzoni?
Mi sono concentrato soprattutto sugli altri progetti, per cui non avevo proprio la testa per comporre dei brani. Di solito, prima di cominciare qualcosa di nuovo, ho bisogno di tempo per dimenticare i lavori precedenti. E poi, probabilmente, ho sentito la necessità di prendermi più spazio, di avere più vita in me. Le cose sono cambiate di colpo circa due anni fa: quasi tutte le canzoni sono arrivate nel giro di tre mesi. Le ho volute, però, sviluppare senza fretta.

Perché lo hai intitolato …le band si sciolgono?
Penso che le band siano l’officina da cui escono le cose più interessanti nella musica. Io stesso sono cresciuto suonando in un gruppo e non era proprio mia intenzione seguire la carriera da cantautore, intrapresa solo dopo lo scioglimento del complesso. È stato un cambiamento traumatico e faticoso. Per cui, dentro di me, mi sento ancora figlio del sogno di suonare in una band. E quando una di esse si scioglie, provo una forte delusione, è sempre una sconfitta.

L’album sembra unire le sonorità contemporanee con quelle degli anni ’70-’80. È una scelta voluta?
È un’analisi che condivido, anche se il mix tra presente e passato è scaturito in modo naturale. Forse sono stato un po’ suggestionato dai testi, i quali seguono il filo del tempo che scorre. Volendo ricreare particolari atmosfere, sono andato a ripescare suoni anche dell’altro ieri, ma mi sono accorto praticamente a incisione finita di questa sintesi. In fondo, illustra bene il mio percorso musicale seguito fino qui e accompagna con efficacia i contenuti di questo disco.

Contenuti, come hai detto, legati in prevalenza al tempo che passa. Cosa ha stimolato in te questa tematica?
È un argomento affascinante e, in ugual misura, dominante per chi, come me, ha superato la soglia dei quarant’anni. Si vive il rapporto con il tempo in maniera molto forte, magari perché hai un figlio e ti ritrovi a pensare nel presente al futuro e al passato. Intendiamoci, non è il timore di invecchiare la chiave di lettura del disco, bensì l’incapacità di vivere il tempo «nostro» in modo ottimale, presi come siamo dalla frenesia e dall’iper attivismo. Sovente ci sfugge, insomma, quanto sia prezioso il tempo.

Nel disco prevalgono le ballate pervase dalla riflessione e dalla malinconia. Perché?
Le canzoni sono nate così ed è sempre difficile capirne il motivo. Credo siano state facilitate dal mio modo di raccontarmi in cui hanno avuto la meglio, in fase di scrittura, i momenti meditativi. In questo senso, anche il contenuto delle liriche ha giocato un ruolo importante nello sviluppo dei brani. Infatti, in quelli più ritmici, sono presenti in misura maggiore i toni ironici.

Hai prodotto e arrangiato l’album, suonato buona parte degli gli strumenti. Sembra quasi che nessun altro potesse condividere con te le canzoni.
Al contrario di altre volte, in questo album ho preferito lavorare senza troppe mediazioni, raccontare da solo le emozioni provate in questi due anni. Non è nemmeno stata una scelta premeditata: è nata mentre realizzavo i brani, mi piacevano come si stavano sviluppando e ho deciso di andare avanti per conto mio, mettendomi alla prova anche come musicista La mia idea era di dare al disco un suono non facilmente identificabile, non riconducibile a un genere preciso. La prova del nove, ora, è vedere quanto questo suono è attuale, come riesce a stare accanto alle tendenze contemporanee.

Fanno eccezione alla regola alcuni ospiti di lusso presenti nell’incisione: Tiziano Ferro, Pino Daniele, Gaetano Curreri degli Stadio. Come sono scaturite queste collaborazioni?
Ho conosciuto Tiziano grazie al suo produttore e fra noi è nata subito una bella amicizia, trasformatasi nel duetto di Pensieri al tramonto. A Pino ho pensato subito al momento della stesura di La mia isola: solo lui poteva dare con la sua chitarra quei colori latini presenti nel brano. Con Gaetano, infine, c’è un’amicizia antica ed è stato bello tornare a comporre insieme una canzone come Lampo di vita.

Nel brano Malinconia, scelto come singolo, canti: “È solo l’anima che sa che anche il dolore servirà”. Dagli inevitabili passaggi dolorosi della vita si può ritrovare la serenità?
Il dolore, è chiaro, nel momento in cui si vive trasmette sempre della negatività. Al tempo stesso, però, ti può rafforzare e darti l’impulso a cercare nuove risorse dentro di te. L’argomento è complesso e s’inserisce in un brano in cui ho tentato di descrivere cos’è per me la malinconia. Uno stato d’animo solo in apparenza passivo, riflessivo, nel quale invece la sensibilità è al massimo e facilita la percezione di certe suggestioni umane che, in altri momenti, non senti. Dalla malinconia è arrivata sovente l’ispirazione per alcune delle mie migliori canzoni.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com