Avrebbe voluto far parte di
un gruppo, e proprio con degli amici di scuola
Luca Carboni aveva incominciato a suonare alla
fine degli anni ’70. La band si chiamava
i Teobaldi Rock ed era riuscita a ritagliarsi
uno spazio nella vivace scena di Bologna. Aveva
inciso anche un singolo, Odore d’inverno, accendendo
nel complesso le speranze di un brillante futuro
nelle sette note. Speranze che durarono un
anno. Il gruppo si sciolse e Luca si trovò a
malincuore da solo ma deciso a non gettare
la spugna.
L’artista inizia così a frequentare l’ambiente bolognese e
stringe amicizia con Gaetano Curreri, il leader degli Stadio. Prende il via una
proficua collaborazione. Luca scrive i testi di parecchie canzoni della band,
preparando il terreno al suo debutto discografico. Nell’84 pubblica Intanto
Dustin Hoffman non sbaglia un film ed è subito un successo.
Da quel momento, parafrasando il titolo del suo disco d’esordio, a non
sbagliare più un album è proprio Luca. Merito della sua capacità di
variare menu a ogni lavoro pur senza mai abbandonare quelle sonorità quasi
minimali che, unite alle belle melodie, hanno caratterizzato la sua crescita
d’artista. Una formula che si potrebbe riassumere in ricerca nella continuità,
senza perdere in semplicità.
Non a caso, dopo oltre vent’anni di carriera, Luca rimane uno dei cantautori
più originali del nostro panorama, status che conferma con la nuova fatica, …le
band si sciolgono, che arriva dopo cinque anni di silenzio dall’ultimo
lavoro di inediti. Un titolo che sembra quasi chiudere il cerchio a quel lontano
1974, quando un ragazzino sognava di fare sfracelli militando in un gruppo a
cui il destino ha riservato un’altra storia, altrettanto bella.
Come mai è trascorso così tanto
tempo dall’ultimo disco?
In effetti, cinque anni sono parecchi,
ma non ho certamente dormito sugli allori.
Ho fatto uscire il mio primo disco dal
vivo, pubblicato un libro di miei disegni
intitolato Autoritratto e intrapreso
un tour. Insomma, non sono proprio sparito.
Poi ho iniziato a lavorare a questo nuovo
album, che mi ha comunque preso due anni.
C’era qualcosa
che ti frenava dallo scrivere nuove canzoni?
Mi sono concentrato soprattutto sugli altri
progetti, per cui non avevo proprio la
testa per comporre dei brani. Di solito,
prima di cominciare qualcosa di nuovo,
ho bisogno di tempo per dimenticare i lavori
precedenti. E poi, probabilmente, ho sentito
la necessità di prendermi più spazio,
di avere più vita in me. Le cose
sono cambiate di colpo circa due anni fa:
quasi tutte le canzoni sono arrivate nel
giro di tre mesi. Le ho volute, però,
sviluppare senza fretta.
Perché lo hai intitolato …le
band si sciolgono?
Penso che le band siano l’officina
da cui escono le cose più interessanti
nella musica. Io stesso sono cresciuto
suonando in un gruppo e non era proprio
mia intenzione seguire la carriera da cantautore,
intrapresa solo dopo lo scioglimento del
complesso. È stato un cambiamento
traumatico e faticoso. Per cui, dentro
di me, mi sento ancora figlio del sogno
di suonare in una band. E quando una di
esse si scioglie, provo una forte delusione, è sempre
una sconfitta.
L’album sembra unire le sonorità contemporanee
con quelle degli anni ’70-’80. È una
scelta voluta?
È un’analisi che condivido, anche se il mix tra presente e passato è scaturito
in modo naturale. Forse sono stato un po’ suggestionato dai testi, i
quali seguono il filo del tempo che scorre. Volendo ricreare particolari atmosfere,
sono andato a ripescare suoni anche dell’altro ieri, ma mi sono accorto
praticamente a incisione finita di questa sintesi. In fondo, illustra bene
il mio percorso musicale seguito fino qui e accompagna con efficacia i contenuti
di questo disco.
Contenuti, come hai detto, legati in prevalenza
al tempo che passa. Cosa ha stimolato in
te questa tematica?
È un argomento affascinante e, in ugual misura, dominante per chi, come
me, ha superato la soglia dei quarant’anni. Si vive il rapporto con il
tempo in maniera molto forte, magari perché hai un figlio e ti ritrovi
a pensare nel presente al futuro e al passato. Intendiamoci, non è il
timore di invecchiare la chiave di lettura del disco, bensì l’incapacità di
vivere il tempo «nostro» in modo ottimale, presi come siamo dalla
frenesia e dall’iper attivismo. Sovente ci sfugge, insomma, quanto sia
prezioso il tempo.
Nel disco prevalgono
le ballate pervase dalla riflessione
e dalla malinconia. Perché?
Le canzoni sono nate così ed è sempre
difficile capirne il motivo. Credo siano
state facilitate dal mio modo di raccontarmi
in cui hanno avuto la meglio, in fase di
scrittura, i momenti meditativi. In questo
senso, anche il contenuto delle liriche
ha giocato un ruolo importante nello sviluppo
dei brani. Infatti, in quelli più ritmici,
sono presenti in misura maggiore i toni
ironici.
Hai prodotto e arrangiato
l’album,
suonato buona parte degli gli strumenti.
Sembra quasi che nessun altro potesse condividere
con te le canzoni.
Al contrario di altre volte, in questo
album ho preferito lavorare senza troppe
mediazioni, raccontare da solo le emozioni
provate in questi due anni. Non è nemmeno
stata una scelta premeditata: è nata
mentre realizzavo i brani, mi piacevano
come si stavano sviluppando e ho deciso
di andare avanti per conto mio, mettendomi
alla prova anche come musicista La mia
idea era di dare al disco un suono non
facilmente identificabile, non riconducibile
a un genere preciso. La prova del nove,
ora, è vedere quanto questo suono è attuale,
come riesce a stare accanto alle tendenze
contemporanee.
Fanno eccezione alla
regola alcuni ospiti di lusso presenti
nell’incisione:
Tiziano Ferro, Pino Daniele, Gaetano Curreri
degli Stadio. Come sono scaturite queste
collaborazioni?
Ho conosciuto Tiziano grazie al suo produttore
e fra noi è nata subito una bella
amicizia, trasformatasi nel duetto di Pensieri
al tramonto. A Pino ho pensato subito
al momento della stesura di La mia
isola: solo lui poteva dare con la
sua chitarra quei colori latini presenti
nel brano. Con Gaetano, infine, c’è un’amicizia
antica ed è stato bello tornare
a comporre insieme una canzone come Lampo
di vita.
Nel brano Malinconia,
scelto come singolo, canti: “È solo
l’anima che sa che anche il dolore
servirà”. Dagli inevitabili
passaggi dolorosi della vita si può ritrovare
la serenità?
Il dolore, è chiaro, nel momento
in cui si vive trasmette sempre della negatività.
Al tempo stesso, però, ti può rafforzare
e darti l’impulso a cercare nuove
risorse dentro di te. L’argomento è complesso
e s’inserisce in un brano in cui
ho tentato di descrivere cos’è per
me la malinconia. Uno stato d’animo
solo in apparenza passivo, riflessivo,
nel quale invece la sensibilità è al
massimo e facilita la percezione di certe
suggestioni umane che, in altri momenti,
non senti. Dalla malinconia è arrivata
sovente l’ispirazione per alcune
delle mie migliori canzoni.
Claudio Facchetti
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