«Siamo uomini o caporali?», si
chiedeva il mitico Totò nell’altrettanto
famoso film del 1955. Ebbene, forse è stato
proprio lui il primo a stupirsi, una dozzina
d’anni dopo, nel sapere che siamo “soltanto” scimmie
nude. S’intitolava, infatti, “La
scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale
uomo” il libro dell’etologo inglese
Desmond Morris, che sottolineava le qualità animalesche
dell’umanità e in particolare,
le somiglianze con i primati. E non a caso
s’intitola “La scimmia nuda.
Storia naturale dell’Umanità” una
mostra sull’argomento, allestita anche
con il suo contributo, a Trento.
Non c’è dubbio, ed è bene precisarlo subito, come ha fatto
la curatrice Claudia Lauro, che «siamo certamente diversi dagli altri animali,
e chi negherebbe quest’evidenza, ma forse non così diversi come
si pensava un tempo». Non solo: la rassegna «più che fornire
risposte o insegnamenti, pone degli interrogativi, ai quali ognuno potrà rispondere
a secondo della propria sensibilità, credo e concezione della vita» (e
ci permetteremo farlo anche noi). Le somiglianze e le sorprese, infatti, sono
tante. E utili anche per trarre indicazioni, anzi «i prerequisiti per migliorare
il nostro futuro e il mondo in cui viviamo: l’alleanza con la natura e
tra tutte le società dell’uomo».
Oggi il nostro pianeta è abitato da oltre sei miliardi e 600 milioni di
persone. Tutte simili, ma nessuna identica ad un’altra. Proprio come i
fiocchi di neve. Altrettanto evidente è che “gli esseri umani sono
diversi da tutti gli altri animali”. Eppure, come si ricorda nella mostra, “l’uomo,
condivide con gli scimpanzé più del 98% del Dna e vi sono notevoli
somiglianze di comportamento con tutte le scimmie antropomorfe”. Il primo
a parlare del legame tra l’uomo e i primati è stato Darwin, quando
141 anni fa ipotizzò che gli uomini si fossero evoluti da un antenato
simile alle scimmie. Oggi, secondo gli studi più accreditati, il camminare
eretti “aprì ai più antichi antenati dell’uomo enormi
potenzialità, almeno quattro milioni d’anni prima che il cervello
cominciasse a crescere ben oltre la taglia usuale per una scimmia antropomorfa”.
E alla fine di questo lungo percorso, è arrivato l’Homo sapiens.
Cioè noi. Uguali e diversi.
In altre parole, l’Homo sapiens, cioè noi, così capaci
di adattarci a qualsiasi ambiente, dalle temperature polari a quelle equatoriali,
dal deserto alle metropoli inquinate di smog, condividiamo il 99,9% del Dna di
qualsiasi altro uomo e il 98% con gli scimpanzé. Non basta. Ne abbiamo
in comune il 90% con i topi, il 21% con i vermi e persino il 7% con un semplice
batterio come l’Escherichia coli (vive nell’intestino degli
animali a sangue caldo e contribuisce alla digestione). Una conferma della teoria
dell’evoluzione. Che, però, non spiega come e perché questo
fenomeno ha avuto inizio, e che di conseguenza, continua a essere rifiutata da
alcune religioni, compresa qualche setta fondamentalista nordamericana.
Comune a tutte le specie viventi, vegetali compresi, è poi l’esigenza
di riprodursi. Rispetto agli altri animali, però, l’uomo vive la
sessualità in modo quantomeno particolare. Come ha osservato Michele Lanzinger,
direttore del Museo Tridentino di Scienze Naturali, con le scimmie antropomorfe «vi
sono [cioè, abbiamo - ndr] fortissime somiglianze nella struttura sociale,
nelle alleanze tra gli individui, nella struttura di coppia e nella sessualità,
nei rapporti tra madri e figli e le cure parentali». Per non parlare, aggiungiamo
noi, dell’esigenza di “restare coppia” o di tornare al luogo
natio presenti anche in alcuni uccelli (per tutti, la rondine) e pesci (dal salmone
all’anguilla). Eppure soltanto l’Homo vive il sesso all’insegna
del “famolo strano”. Basta chiedersi perché ovunque l’uomo
e la donna non si accontentano di riprodursi, ma si innamorano, desiderano legami
stabili e tendono ad essere gelosi l’uno dell’altra. Oppure, perché cercano
la privacy, soprattutto mentre si accoppiano. O ancora, perché è possibile
scindere la riproduzione dal piacere. E tutto questo non soltanto in primavera
o in giorni favorevoli, ma in qualsiasi momento dell’anno.
La sessualità, comunque, è soltanto una delle differenze tra l’Homo
sapiens e le altre specie. L’uomo, per esempio, è l’unico
ad avere il pollice opponibile alle altre dita e un “computer” chiamato
cervello. La mano è davvero l’organo che ha permesso alla specie
di “afferrare” il mondo, lo “strumento” che ha costruito
dalle punte di freccia alle stazioni spaziali. Il cervello umano, poi, è il
più voluminoso e pesante di tutti: circa 1350 grammi, con lievi differenze
tra uomo e donna. Ed è al primo posto anche nel rapporto tra peso cerebrale
e dimensioni corporee: circa 1/500. Per confronto, una testuggine di oltre 150
kg ha un cervello di circa 5,5 grammi, con un rapporto di 1/27 mila. Soprattutto,
il cervello è l’organo che “gestisce” tutto quanto consente
all’Homo sapiens di essere… uomo.
È il cervello che permette il linguaggio parlato, ben diverso dalle pur
complesse espressioni di altri mammiferi, scimmie e delfini compresi. Che consente
il ragionamento astratto o, come si vede in una sezione della mostra, l’arte.
Perché se alcune specie abbelliscono i loro nidi e hanno canti melodiosi,
o se alcuni primati in cattività sanno disegnare (e le loro figure richiamano
quelle dei bambini e anche di artisti come Picasso), soltanto l’uomo da
sempre orna il proprio corpo, arreda i suoi ambienti, suona strumenti, compone
musiche, danza, è artista (sin dalle prime pitture rupestri e sculture
di dee-madri), scrive e altro ancora. E spesso, per semplice piacere personale.
È ancora il cervello che, sia pure soltanto 12 mila anni fa, ha permesso
all’uomo di addomesticare animali e piante, trasformandolo in allevatore
e agricoltore, cioè da nomade in stanziale, e migliorandone lo stile e
la qualità della vita. Certo, la diversa produzione agricola, il diverso
numero di capi di bestiame e il desiderio di possederne in quantità maggiori
(anche questo tipico dell’uomo: gli altri animali si accontentano del “pane
quotidiano”) hanno sia alterato l’ambiente sino agli attuali gravi
problemi d’inquinamento, sia originato le disuguaglianze sociali, portando
gli uomini a diventare conquistatori gli uni degli altri e ad essere oggi potenziali
distruttori dell’intero pianeta.
A rendere il futuro ambivalente sono proprio
le odierne enormi risorse culturali, tecnologiche
ed economiche e, aggiungiamolo, la loro mal
distribuzione: il 6% dell’umanità possiede
il 59% della ricchezza totale, il 50% soffre
di malnutrizione e il 70% è analfabeta.
E tra quelle risorse, una delle più recenti è la
rivoluzione genomica, che pone dilemmi di
natura etica e richiede decisioni riguardo
la vita, la salute e il cibo, oltre che assunzioni
di responsabilità verso il mondo naturale
e le generazioni future. In altre parole,
mai prima d’oggi l’uomo da un
lato può continuare sulla strada del
dominio sulla natura, della violenza verso
i propri simili e al limite, dell’autodistruzione.
Dall’altro, la storia dimostra che
le società umane si sono sempre imposte
a tali istinti. Tanto che, di norma, l’uomo è l’unica
specie a provare una certa “pietas” verso
i propri simili e a trattare con rispetto
i defunti. Quasi certamente quel 2% di Dna
che non condividiamo con le specie animali
più simili a noi, continuerà a
fare… la differenza.
Lorenzo Boschetto |