Eppur si scrive
Con la biro
o al computer, su
un protocollo, un foglietto volante o un
modulo prestampato: scriviamo. Siamo la
società dell'immagine, dei video e
del look, ma della scrittura non
possiamo fare a meno; in innumerevoli occasioni,
per svariati e differenti motivi, scriviamo.
Prendiamo appunti per seguire, stare attenti
e poterci tornare su in un secondo momento.
Stendiamo liste di promemoria per fare
la spesa, rispettare scadenze, spuntare
inviti. Scarabocchiamo per intrattenerci
durante una conversazione telefonica o
una lezione troppo noiosa. Scriviamo perfino
per trattenerci dal fare qualcosa, così come
per passare il tempo incrociando parole.
Ci muniamo di scaletta scritta per non
perdere il filo parlando a voce. Scriviamo,
a volte, per chiarirci un'idea mettendola
nero su bianco (la scrittura crea allora
uno spazio nuovo, una messa a distanza
del problema, una sorta di specchio in
cui riflettersi e riflettere; scrivere,
allora, è pensare). Scriviamo, il
più delle volte, per dovere: sottoporre
il nostro elaborato al giudizio d'altri
ed all'altrui valutazione. Qualcuno osa
scrivere per diffondere idee e coltivare
così la possibilità di un
cambiamento e c'è chi, scrivendo,
inventa nuovi significati in poesia e in
canto. Alcuni, infine, praticano scrivendo
il mestiere difficile di guadagnarsi da
vivere.
Ogni volta, la scrittura risponde ad un
bisogno o ad una necessità, si piega
(o sfugge) a certe regole, si adatta al
contesto e si misura sul destinatario.
A scrivere s’impara
Se aver imparato
a scrivere è esperienza
abbastanza comune, non altrettanto diffusa è la
padronanza dello scritto e, ancor meno
(complici certi modelli didattici), il
piacere di scrivere. Tant'è che
a volte ci si ritrova a fine studi con
la fatica di dover in qualche modo riacquisire
tale competenza. Ma come?
Un tempo il consiglio era perentorio: Vuoi
imparare a scrivere? Leggi!
Leggendo (ed ascoltando), infatti, si ha
modo di far proprie parole, stili ed idee,
opinioni ed argomenti, invenzioni e visioni… elaborare
insomma un punto di vista, aver qualcosa
da dire o, più esattamente, da scrivere.
Tutt'altra indicazione, opposta, si è andata
consolidando (almeno dal punto di vista
teorico, nella prassi è indubbiamente
più antica, anzi classica) negli
ultimi decenni: Vuoi imparare a scrivere?
Scrivi!
Scrivendo e -soprattutto- riscrivendo,
correggendo, limando, ritoccando un testo,
facendolo per forza stare entro un determinato
spazio, se ne comprendono i meccanismi,
si impara a padroneggiarne la struttura,
se ne scoprono le alchimie.
Lo scrivere, infatti, è competenza
complessa (assai complessa!), ma scomponibile.
Questo rende non sono possibile, ma proficuo
un apprendimento della scrittura basato
sull'esercizio stesso dello scrivere. È quanto
ci apprestiamo a fare… matita
in mano!
I GRADINI DELLA SCRITTURA
A scrivere si impara, un po' per volta.
La scrittura, infatti, conosce diversi
gradi di complessità, va per gradini.
Ripercorriamoli brevemente insieme.
Alfabetizzare
Siamo agli albori della scrittura: stanghette,
abbecedario, prime sbilenche lettere, (spesso
speculari, rovesciate); quindi parole e
nomi, il proprio nome scritto per la prima
volta di proprio pugno; poi frasi brevi,
frasette e pensierini.
Una soglia è varcata.
È la stessa sequenza che – adulti - percorriamo di fronte al monitor:
alfabetizzazione informatica, primi file di videoscrittura, pensare
al word processor.
In entrambi i casi, «a manina» o
al computer, il rischio è lo
stesso ed è tristemente realtà:
analfabetismo di ritorno.
-> Sai ancora
scrivere a mano tutti quattro gli alfabeti
(stampatello e corsivo, ciascuno in maiuscolo
e minuscolo)?
-> Come te la cavi con i programmi di
videoscrittura: sai giustificare il testo?
Riassumere
È l'allenamento, il grado zero
della scrittura: si lavora con idee e parole
già bell'e pronte, solo più da
ridurre e riorganizzare.
È una palestra tanto preziosa quanto sottovalutata: riassumere vuol
dire comprendere, riassumere vuol dire elaborare; un autentico farsi le ossa
(allo studio ed) alla scrittura.
Le operazioni proprie del riassumere sono,
fondamentalmente due: ridurre (dividendo
il testo in parti ed individuando l'informazione
principale) e riformulare («cucendo» ed
integrando le parole stesse del testo di
partenza).
Un trucco: fissare prima il numero di parole
di cui dovrà essere composto il
riassunto, per es. 1/3 di quelle del brano
originale (è un espediente che obbliga
a «lavorare» il testo, impratichendo).
-> Riassumi il primo paragrafo di 0.1:
basta sottolineare 7 parole.
-> Riassumi il secondo paragrafo di
0.1: si può fare scrivendo una sola
frase di 3-4 parole, oppure riprendendone
poco più di una ventina.
-> Suddividi 0.2 in blocchi (sono 4
o 5?).
Descrivere
Un passo avanti: la res,
il «che
cosa», è dato; occorre «solo» trovare
le parole.
Descrivere vuol dire presentare, in modo
più o meno particolareggiato, le
caratteristiche di qualcosa o di qualcuno;
andare mentalmente dall'oggetto alle proprietà che
lo contraddistinguono.
Le domande proprie del descrivere, pertanto,
sono: cosa nominare e come nominarlo, cosa
dirne e come dirlo, in che ordine disporre
il tutto, come fare del tutto un discorso.
Il problema principale delle descrizioni è non
essere banali (e neppure pedanti a forza
di dettagli).
Ecco i tre trucchi del mestiere: evitare
le frasi fatte, i modi dire e le espressioni
gergali (non dicono nulla: sono troppo
indeterminate e lasciano il lettore insoddisfatto;
es. «uguali come due gocce d'acqua»);
utilizzare diverse prospettive spaziali
o diversi punti di vista (possibilmente
inusuali; es. l'interno di un'automobile
visto da una mosca) impiegare, nel descrivere,
tutti i cinque sensi (e non solo la vista).
-> Prova a sviluppare queste descrizioni
non riuscite: panorama incantevole; prestazioni
eccezionali; sant'uomo.
-> Un gioco da fare in gruppo. Descrivi
un tuo compagno/a, ma senza nominarlo/a,
poi divertiti a leggere agli altri il tuo
lavoro: Indovinate chi è?
Mostrare
Ci vuol già un po' di classe:
si tratta di far vedere le idee, farle
percepire, toccare.
Mostrare è il contrario di dichiarare:
invece di affermare «Ci sono troppi
libri», lo si mostra «In Italia,
ogni giorno, escono 35 nuovi titoli, altrettanti
libri da leggere».
J. Séguéla, probabilmente
il più grande pubblicitario dei
nostri tempi, ne spiega così l'importanza
e l'efficacia (relativamente ad un caso
specifico): «Non è predicando
il senso della famiglia numerosa che si
ristabilisce la natalità, ma mostrandone
la felicità».
Mostrare non è semplice; per farlo
occorre partire dalla dichiarazione sottostante
e, per così dire, metterla in immagine,
come se ci si dovesse realizzare uno spot televisivo.
-> In quale paragrafo del dossier viene
mostrata questa affermazione: «I
primi passi dello scrivere vanno dalle
stanghette ai pensierini»?
-> In quale paragrafo, invece, si mostra «La
scrittura risponde ad un bisogno o ad una
necessità»?
-> Prova a mostrare, in non più di
20 parole, qualcuna di queste asserzioni: è un
po' timido; è pigro; non sta mai
fermo; è una chiacchierona; in televisione
c'è troppa violenza; fare sport
fa bene; il problema ecologico è gravissimo.
Esporre
Si tratta di dire, per iscritto,
quanto si sa o si è venuti a sapere
su un dato argomento.
Il problema, in questo caso, è l'ordine:
non saltare di palo in frasca, non pretendere
di dire tutto nelle prime due righe, non
scordare le cose più importanti
ecc. insomma, dosare l'informazione.
Come nella regia audiovisiva ci si rifà al
principio dell'ipm (un'idea per minuto),
nella scrittura occorre rifarsi al principio
dell'idea per paragrafo (quell'unità comunicativa
che va da una maiuscola ad un punto a capo).
La prima cosa da fare, pertanto, è un
elenco delle idee da esporre (attraverso
una, due, massimo tre parole chiave). La
seconda è ordinare tale elenco ottenendo
così una scaletta. La terza è rendere
ogni idea attraverso un paragrafo.
Ogni singolo paragrafo, dal canto suo,
può essere costruito in diversi
modi: riportando una definizione; enumerando
delle caratteristiche; portando degli esempi;
confrontando due oggetti; spiegando dei
rapporti (es. causa -> effetto); raccontando
un fatto; istituendo una classificazione
ecc.
-> Ecco un esercizio: fare un disegno
geometrico qualsiasi (appena complesso),
scrivere un testo di «istruzioni
per riprodurlo», passarlo a qualcuno
chiedendo di realizzare la figura esposta
e confrontare il risultato. Se si è dosata
bene l'informazione, funziona.
-> Ritagliare un articolo in paragrafi
e, qualche giorno dopo, rimetterli in ordine
(sembra sciocco, ma è utilissimo… e
pure facile).
Argomentare
Qui bisogna schierarsi: da
una parte o dall'altra, a favore o contro
una determinata tesi. Non senza sfumature,
non senza cogliere aspetti positivi e punti
critici sia nella posizione sostenuta sia
in quella contrastata, ma neppure annacquando
il tutto (ne va della capacità di cogliere le differenze… e
di farla).
È questione, tra l'altro, di mettersi nei panni altrui: intuire obiezioni
e smontarle in anticipo, portare ragioni, persuadere, essere convincenti nel
cosa (si sostiene), nel perché (motivazioni addotte) e nel come (si
presentano le ragioni).
Argomentare, è ovvio, vuol dire
portare argomenti. Il primo lavoro da fare,
perciò, è trovarli: affidandosi
alla logica, confidando sulla retorica,
giocando d'anticipo (sulle possibili obiezioni).
Il secondo è selezionarli in base
alla loro forza ed in funzione dei destinatari
cui sono rivolte. Il terzo… scriverli.
-> Trova il paragrafo argomentativo
presente in 1.1 ed i due di 0.2.
-> Rispondi alla domanda con un sì o
con un no: «Siamo troppi sul pianeta?».
Ora trova (e scrivi) 5 ragioni a sostegno
della tua tesi.
Comporre
Sommatoria e sintesi dei passaggi
precedenti, comporre riguarda temi (una
volta chiamati componimenti), relazioni
e tesine.
La composizione, infatti, è questo:
raccogliere materiale e organizzare idee
(non necessariamente proprie, anzi, più probabilmente
altrui).
L'errore più tipico, in materia, è saltare
una delle due fasi: cominciare a scrivere
senza aver cercato abbastanza materiale,
oppure raccogliere molto materiale e poi
buttar giù le idee senza darvi una
strutturazione adeguata (per poi accorgersi,
in entrambi i casi, di non aver tempo per
rimediare!).
Occorre, pertanto, procedere con ordine,
prima di tutto rispetto al tempo-lavoro:
il 10% del tempo disponibile per la comprensione
del compito e la definizione dell'obiettivo;
il 40% per la raccolta e l'organizzazione
delle idee; un altro 40% per la stesura
del testo; e un buon 10% per rilettura
e correzione.
Con ordine, in secondo luogo, rispetto
al lavoro di composizione vero e proprio:
si tratta di «buttar giù» (con
grande cura, però!) una scaletta;
si tratta, come per il montaggio di un
film, di mettere le immagini in sequenza,
le idee in fila… dall'inizio alla
fine.
Durante la stesura, poi, nascono nuove
idee, si comprendono meglio certe intuizioni,
si scartano certe intuizioni… il
pensiero si articola ulteriormente, la
scaletta diviene ipotesi di lavoro, da
seguire e verificare al tempo stesso nel
corso della stesura, i diversi punti della
scaletta vanno definiti, sviluppati ed
esemplificati.
Se, attraverso la stesura del testo, si
desidera che il lettore condivida le nostre
idee, bisogna fornirgli sufficienti spiegazioni
ed informazioni, usare argomenti che possano
essere condivisi, impiegare argomenti che
possano essere ricollegati all'esperienza
del destinatario.
Un testo, insomma, diviene convincente
quando accompagna un po' per volta il lettore
verso la tesi o idea centrale. La lunghezza
di un testo, in questo senso, «corrisponde» al
tempo necessario per coinvolgere e convincere
il lettore.
Nel passaggio dalla scaletta al testo,
il problema è la continuità:
si rende necessario un uso accorto dei
connettivi (quindi, dunque, pertanto, così,
infatti, allora, pertanto, poiché,
in questo modo, ma…) e di frasi
ed espressioni di raccordo («Dopo
aver… passiamo ora a…», «Mi
spiego:… », «Per dirla
diversamente… », «Volendo
riassumere… », «Abbiamo
così avuto modo di… » ecc.).
Il must, almeno, è semplice
da enunciare: costruire il filo del discorso.
-> Trasforma il paragrafo appena letto
(tutto 1.6) in una scaletta.
-> Cerca, nel dossier, il paragrafo
che corrisponde a questo schema:
- lo fanno anche i bambini
- parallelo con la musica:
- teoria e pratica
- emisfero sinistro/emisfero destro
- conclusione
Redigere (redazione)
Il problema della
redazione di testi lunghi e complessi (relazioni,
ricerche, tesi; articoli scientifici, libri,
ipertesti) è uno
solo: governare il tutto, dall'inizio alla
fine.
Uno solo, del resto, il trucco per concepire
e ideare un buon testo: progettarlo prima.
In tema, ci limitiamo ad un rimando: alla
prossima sezione del dossier.
Narrare il piacere
Lo fanno anche i bambini,
ma narrare come si deve non è semplice, è letteratura.
Prendiamo in considerazione un'altra arte:
la musica. Come per suonare uno strumento
occorre molto studio (anche della teoria
musicale), molta pratica, molto esercizio… e
del genio (e cioè molto lavoro dell'emisfero
sinistro, affinché il dèmone
nascosto nella parte destra del cervello
possa emergere), così per raccontare
scrivendo occorre una grande padronanza
della lingua scritta (esercizi da emisfero
sinistro, come quasi tutti quelli affrontati
in questa sede) e un bel genio della parola
(emisfero destro).
Ciò scritto, taciamo.
Dal primo all'ultimo, per ciascuno degli
otto gradini illustrati, per qualsiasi grado
della scrittura, vale questa bella citazione: «Ciò che è stato
scritto senza passione, verrà letto
senza piacere» (S. Johnson).
PROGETTARE TESTI
Ci vorrà anche un po' di fortuna,
un relatore disponibile (e reperibile!),
una commissione bendisposta, ma la riuscita
di una tesi, o di una tesina, dipende anche
da elementi maggiormente governabili. Primo
fra tutti l'aver progettato e pianificato
lo scritto.
Ecco alcuni accenni.
Il modello del volo
Che cosa fa un aereo?
Vola: mantiene la quota e tiene la rotta,
possibilmente senza troppi stalli. E poi?
Atterra: possibilmente senza precipitare!
E prima? Decolla: possibilmente con grazia.
E prima ancora?
L'operazione a monte del decollo, fatta
di piani di volo, permessi accordati dalla
torre di controllo, posizionamento sulla
pista, riscaldamento dei motori, check
up generale, rifornimento di carburante
ecc. si chiama rullaggio.
Le quattro fasi del volo ben rappresentano
quanto, nella nostra cultura, va sotto
il nome di testo (orale o scritto; verbale,
iconico o audiovisivo): un inizio, una
parte centrale, una conclusione e, a monte,
quasi invisibile, un gran lavoro di preparazione.
Un film, un romanzo, un libro, un articolo
di cronaca, un discorso in pubblico, una
lettera, una fiaba, la dichiarazione dei
redditi, un fumetto, una tesi… non
solo ciascuno di questi testi presenta
detta tripartizione; tale strutturazione
in tre parti si ripete, all'interno, più volte:
un libro ha un inizio, un centro e una
conclusione; i capitoli che lo compongono
presentano un inizio, una parte centrale
e un finale; e i paragrafi che compongono
i capitoli sono fatti di inizio, centro
e fine.
Insistiamo: la strutturazione del testo
in tre parti, nella nostra cultura, è elemento
ineludibile, prescrizione, criterio di
adeguatezza, parametro di accettabilità,
oggetto di valutazione.
Progettare testi (rullaggio) è avere
in mente un modello tripartito: decollo,
volo, atterraggio.
-> Hai l'abitudine di progettare i
testi (scarabocchiando, imbastendo una
scaletta, appuntandoti alcune idee) o sei
di quelli che cominciano subito a scrivere
(e poi si piantano) o di quelli che non
cominciano mai (rimandano ad un'ispirazione… che
non viene)?
What?/Who?
Che cos'è, di cosa si tratta? La
facilità della scrittura dipende
dall'aver chiaro il what: di cosa
voglio -o devo- scrivere, che cosa intendo
dirne?
Il successo, invece (anche commerciale),
dipende dall'individuazione del o dei destinatari:
per chi intendo scrivere, a chi voglio
-o devo- rivolgermi?
Per progettare un testo complesso occorre
dare risposta (meglio se per iscritto,
molto meglio) a queste due domande.
Dalla precisione della prima, dipenderà niente
meno che lo riuscire a scrivere. Dal dettaglio
della seconda, il taglio da dare all'argomento
e il linguaggio da impiegare.
-> Tieni a mente queste due domande,
anzi tre: di cosa devo parlare, che cosa
posso dirne, a chi devo rivolgermi. La
progettazione di un testo comincia rispondendo
(per scritto, in brutta!) a questi interrogativi.
Pertinenza e scopo
Ancora non basta: il
processo di definizione e precisazione
va portato avanti fino a specificare l'impostazione
che si intende dare al lavoro e l'obiettivo
che ci si prefigge di raggiungere con la
trattazione.
Argomenti molto generali, infatti, raramente
generano buoni testi: ampiezza e complessità rendono
difficile governare il processo di scrittura.
Meglio limitarsi, limitando l'argomento,
precisando il punto di vista, individuando
uno scopo.
Difficile, per es., scrivere un testo su «I
videogiochi» o «Il teatro» (foss'anche
solo la «Storia del teatro»).
Già più fattibile affrontare
la stesura di una tesi su «I videogiochi:
aspetti ludici ed educativi» (abbiamo
escluso la dimensione tecnologica e l'aspetto
commerciale) o su «Storia del teatro
del '900: alcune esperienze». Decisamente
più abbordabili questi altri titoli: « I
videogiochi: aspetti ludici ed educativi.
Consigli per insegnanti e genitori»;
oppure: «La nascita del laboratorio
teatrale: alcune esperienze».
Due trucchi. Primo: prendere familiarità con
l'argomento individuato (sfogliando qualche
libro o una enciclopedia o simili). Secondo:
lavorare per punti elenco… a cascata.
Ecco un esempio, dato per argomento di
partenza l'insegnamento dell'italiano.
- insegnamento italiano
- ai bambini
- agli stranieri
- lingue neolatine
- altre lingue
- vocabolario
- sintassi
- casi specifici
- le preposizioni
- in Italia
- all'estero
- …
Ci si occuperà, dunque, dell'insegnamento
delle preposizioni a degli adulti di lingua
madre non neolatina (ed è ancora
abbastanza vasto, ma accettabile per una
tesi).
Tutto questo processo di definizione va
reso esplicito in fase di presentazione
del lavoro: nelle primissime pagine della
tesi (mostrare l'argomento, esporre il
punto di vista e lo scopo, argomentare
il tutto, cioè le scelte operate).
Ecco, ripreso, l'es. precedente: «La
parola inglese "by" corrisponde
all'italiano "da", ma non ogni "da" si
traduce con "by", e viceversa.
Le preposizioni, nell'apprendimento di
una lingua straniera sono... un bel problema.
Come insegnare l'uso delle preposizioni?
Ecco la questione di cui ci siamo interessati.
Abbiamo ristretto l'area di interesse all'insegnamento
delle preposizioni semplici ad immigrati
extracomunitari di origine nordafricana.
Dopo aver individuato le strategie impiegate
nelle grammatiche tradizionali abbiamo
escogitato due modalità di insegnamento
e le abbiamo sperimentate…».
-> Prova a precisare in 15-20 parole,
oppure attraverso uno schema per punti
elenco, questi due titoli: «La Cina», «La
televisione».
Premessa e conclusione
Parlando, scrivendo,
presentandosi a qualcuno, sostenendo un
esame, affrontando un colloquio di selezione:
in tutti questi casi (ed in innumerevoli
altri) non si può fare
dopo, in un secondo tempo, «una prima
buona impressione».
L'inizio di un testo, nonché la
sua conclusione, va particolarmente curato.
Nella prima pagina e nell'ultima, infatti,
ci si gioca l'atteggiamento con cui il
lettore affronterà (o diserterà)
la lettura. Vanno scritte e riscritte,
magari anche dopo aver completato tutto
il resto.
Un buon inizio (e un bel finale) dovrebbero
essere capaci di stupire, incuriosire,
attirare l'attenzione, lanciare il discorso
(un'accattivante sigla d'apertura, insomma).
Ecco un trucco: partire da un'affermazione
che sembra non c'entrare niente, svilupparla
appena, mostrare l'inatteso collegamento
con il proprio argomento, andare al sodo.
Sbagliare è ancora più facile:
basta cominciare ripetendo le parole del
titolo, usare farsi fatte («Fin dall'Antichità,
l'uomo…», «Oggi più che
mai…» e simili), essere scontati
(«Il problema ecologico è davvero
gravissimo», «Come risolvere
il problema del traffico?» ecc.),
annoiare («Come risulta dagli studi
più recenti in materia, anche la
soluzione del difficile problema della
raccolta e dello smaltimento dei rifiuti
urbani, che non riguarda solo le società industrializzate,
ma anche i paesi in via di sviluppo…»)
e quindi cominciare come se l'argomento
non fosse stato ancora introdotto (con
il lettore, in buona sostanza, che non
capisce di cosa si sta parlando!).
-> Scrivi l'introduzione, le
prime 20 parole, dei titoli che hai appena
sviluppato nell'esercizio precedente:
2.4.
La tesi: domande e risposte
Un po' di risposte,
frutto di esperienza e figlie del buon
senso, per placare l'ansia di fronte ad
una tesi che si avvicina.
Quanto deve essere lunga la tesi?
Tutte le pagine che servono per sviluppare
l'argomento definito nel titolo (e circoscritto
da sottotitolo e introduzione), non una
di più, non una di meno.
Da dove bisogna cominciare?
Dal titolo! Non basta averlo consegnato
in segreteria, occorre averlo capito,
studiato, fatto proprio scrivendone altri
simili ma-un-po'-diversi, dando una propria
definizione di ogni singola parola che
lo compone, valutando la possibilità di
definirle in altro modo (secondo diverse
scuole di pensiero), allungandolo fino
a farne una sorta di manifesto programmatico
della propria ricerca.
E il secondo passo?
L'ultima pagina dallo scritto: l'indice.
Si tratta di ipotizzare e costruire (scrivere)
due o tre scalette possibili, due o tre
possibili pieghe, direzioni o strade,
che la ricerca potrebbe prendere e che
lo scritto dovrebbe rispecchiare.
L'articolazione tra i diversi capitoli,
o parti della testi, potrebbe seguire un'evoluzione
di questo tipo:
- generale -> particolare (e/o v.v.)
- esperienza -> conoscenza (e/o v.v.)
- ipotesi -> conferma/smentita -> altra
ipotesi -> conferma/smentita…
- esposizione dati -> elaborazione/interpretazione
-> conclusione
- confronto oggetti -> confronto criteri
-> confronto modelli
- casi -> costruzione modello -> applicazioni
del modello -> valutazione modello
In ogni caso, il capitolo iniziale della
tesi dev'essere di problem posing:
enunciazione dell'argomento, il problema
che si intende affrontare, sua precisazione,
individuazione degli aspetti problematici
(interrogativi) cui il percorso di ricerca
dovrebbe dare risposta, strumenti e metodo
che si intendono utilizzare per affrontare
il problema, loro giustificazione.
Scritto questo, il resto è in discesa.
Che cosa ci si guadagna?
La domanda non è affatto impertinente:
guadagnarci qualcosa è di fondamentale
importanza, ma è assai diverso a
seconda dei soggetti in gioco.
Dal punto di vista dello scrittore/scrittrice:
si porta a termine un percorso (se si ha
un po' di fortuna, si riesce anche a coltivare
un interesse personale). Dal punto di vista
del lettore: ci deve essere un guadagno
(ed è bene che la tesi stessa lo
metta in evidenza… con classe)!
Il lettore deve guadagnarci… almeno,
almeno una qualche risposta al problema
posto in apertura.
Quali sono gli errori più comuni?
Primo:
scrivere senza pensare (cominciare a scrivere
senza essersi chiariti argomento, taglio,
obbiettivi del percorso di ricerca). Secondo:
scrivere senza progettare (cominciare a
buttare giù un capitolo senza essersi
fatti un'idea della strutturazione di tutto
l'insieme). Terzo: scrivere senza organizzare
(cominciare a scrivere senza aver messo in
ordine, schedato, il materiale raccolto per
l'occasione). Ultimo: non scrivere, rimandare
l'inizio della scrittura ad un magico momento
di ispirazione.
ERRATA CORRIGE
L'errore degli errori, l'abbaglio in assoluto
più diffuso, nello scrivere, è quello
di non rivedere il testo, di non correggere
gli errori… che pur ci sono.
-> Nel dossier, per es., c'è una
frase che inizia violando clamorosamente
le norme che regolano la sintassi delle
congiunzioni avversative. Trovala!
Orto-scrittura
«Anche un viaggio di mille miglia
- dice un antico proverbio cinese - comincia
con un solo passo». Allo stesso modo,
la progettazione di un testo complesso
comincia evitando gli sbagli più comuni
(nella scrittura al computer).
Ecco alcune indicazioni:
- è: si scrive con l'accento verso
sinistra (maiuscolo: È);
- poiché, perché, affinché:
vanno con l'accento verso destra;
- la punteggiatura va attaccata alla
parola e fatta seguire da spazio (così: «ma,
allora» e non così: «ma
,allora»; o peggio: «ma ,
allora»);
- le parole straniere vanno in corsivo;
- le pagine vanno numerate;
- il testo va giustificato: cioè non
va allineato né a destra né a
sinistra né al centro, ma su tutta
la pagina;
- è buona norma, infine, ricordarsi
di salvare il proprio lavoro su appositi
supporti.
Regole d'uniformità
La scrittura è sottoposta a regole:
necessarie allo scambio linguistico, instabili
nel tempo e -se del caso- violabili volutamente
(licenze… più o meno poetiche).
Una di queste norme consiste nel dare regolarità (simmetria
ed uniformità) allo scritto. Questo
principio di stile vale, più che
mai, per costruzioni a punti elenco, bibliografie
e sitografie: preso uno stile, va portato
avanti (con coerenza ossessiva!).
La revisione del testo
C'è poco
da fare: tutto subito gli errori non si
vedono (e sul monitor si
vedono meno facilmente che su carta). La
correzione di un testo, dunque, va fatta
ad una ragionevole distanza di tempo dalla
sua redazione.
Il lavoro di revisione, poi, deve prendere
di mira due aspetti: la forma e il contenuto.
Rispetto al contenuto, valgono due principi
generali: le tesi sostenute devono emergere
con chiarezza e facilità; ogni paragrafo
deve contenere un'idea principale (non
due, non nessuna).
Quanto alla forma si tratta di: prediligere
frasi brevi e dalla sintassi poco complessa;
evitare periodi incompleti, sospesi, con
costruzioni sintattiche sovrapposte; eliminare
le asimmetrie; curare il lessico, togliere
le ripetizioni.
Scrivere costa
«Se non hai un amico che ti corregga – dice
la saggezza dei proverbi - paga un nemico».
Vale, più che mai, per (re)imparare
a scrivere: scrivi molto e tutto fai correggere,
sottoponi all'altrui parere, paga qualcuno
che legga i tuoi scritti!
Scrivere costa… e non sempre paga.
Francesco Cravero & MariaGrazia
Ciravegna
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