In questo numero
SCRIVI CHE TI PASSA di Francesco Cravero & MariaGrazia Ciravegna

LA SCRITTURA DAL RIASSUNTO ALLA TESI
Siamo la società dell'immagine,
dei video e del look, ma della scrittura
non possiamo fare a meno;
in molte occasioni, per svariati
e differenti motivi, scriviamo.
Ma come si scrive?
Ed è possibile migliorare la nostra scrittura?
Ecco alcuni suggerimenti
per non affogare davanti a un foglio bianco


Eppur si scrive
Con la biro o al computer, su un protocollo, un foglietto volante o un modulo prestampato: scriviamo. Siamo la società dell'immagine, dei video e del look, ma della scrittura non possiamo fare a meno; in innumerevoli occasioni, per svariati e differenti motivi, scriviamo.
Prendiamo appunti per seguire, stare attenti e poterci tornare su in un secondo momento. Stendiamo liste di promemoria per fare la spesa, rispettare scadenze, spuntare inviti. Scarabocchiamo per intrattenerci durante una conversazione telefonica o una lezione troppo noiosa. Scriviamo perfino per trattenerci dal fare qualcosa, così come per passare il tempo incrociando parole. Ci muniamo di scaletta scritta per non perdere il filo parlando a voce. Scriviamo, a volte, per chiarirci un'idea mettendola nero su bianco (la scrittura crea allora uno spazio nuovo, una messa a distanza del problema, una sorta di specchio in cui riflettersi e riflettere; scrivere, allora, è pensare). Scriviamo, il più delle volte, per dovere: sottoporre il nostro elaborato al giudizio d'altri ed all'altrui valutazione. Qualcuno osa scrivere per diffondere idee e coltivare così la possibilità di un cambiamento e c'è chi, scrivendo, inventa nuovi significati in poesia e in canto. Alcuni, infine, praticano scrivendo il mestiere difficile di guadagnarsi da vivere.
Ogni volta, la scrittura risponde ad un bisogno o ad una necessità, si piega (o sfugge) a certe regole, si adatta al contesto e si misura sul destinatario.

A scrivere s’impara
Se aver imparato a scrivere è esperienza abbastanza comune, non altrettanto diffusa è la padronanza dello scritto e, ancor meno (complici certi modelli didattici), il piacere di scrivere. Tant'è che a volte ci si ritrova a fine studi con la fatica di dover in qualche modo riacquisire tale competenza. Ma come?
Un tempo il consiglio era perentorio: Vuoi imparare a scrivere? Leggi!
Leggendo (ed ascoltando), infatti, si ha modo di far proprie parole, stili ed idee, opinioni ed argomenti, invenzioni e visioni… elaborare insomma un punto di vista, aver qualcosa da dire o, più esattamente, da scrivere.
Tutt'altra indicazione, opposta, si è andata consolidando (almeno dal punto di vista teorico, nella prassi è indubbiamente più antica, anzi classica) negli ultimi decenni: Vuoi imparare a scrivere? Scrivi!
Scrivendo e -soprattutto- riscrivendo, correggendo, limando, ritoccando un testo, facendolo per forza stare entro un determinato spazio, se ne comprendono i meccanismi, si impara a padroneggiarne la struttura, se ne scoprono le alchimie.
Lo scrivere, infatti, è competenza complessa (assai complessa!), ma scomponibile. Questo rende non sono possibile, ma proficuo un apprendimento della scrittura basato sull'esercizio stesso dello scrivere. È quanto ci apprestiamo a fare… matita in mano!

I GRADINI DELLA SCRITTURA

A scrivere si impara, un po' per volta. La scrittura, infatti, conosce diversi gradi di complessità, va per gradini.
Ripercorriamoli brevemente insieme.

Alfabetizzare
Siamo agli albori della scrittura: stanghette, abbecedario, prime sbilenche lettere, (spesso speculari, rovesciate); quindi parole e nomi, il proprio nome scritto per la prima volta di proprio pugno; poi frasi brevi, frasette e pensierini.
Una soglia è varcata.
È la stessa sequenza che – adulti - percorriamo di fronte al monitor: alfabetizzazione informatica, primi file di videoscrittura, pensare al word processor.
In entrambi i casi, «a manina» o al computer, il rischio è lo stesso ed è tristemente realtà: analfabetismo di ritorno.

-> Sai ancora scrivere a mano tutti quattro gli alfabeti (stampatello e corsivo, ciascuno in maiuscolo e minuscolo)?
-> Come te la cavi con i programmi di videoscrittura: sai giustificare il testo?

Riassumere
È l'allenamento, il grado zero della scrittura: si lavora con idee e parole già bell'e pronte, solo più da ridurre e riorganizzare.
È una palestra tanto preziosa quanto sottovalutata: riassumere vuol dire comprendere, riassumere vuol dire elaborare; un autentico farsi le ossa (allo studio ed) alla scrittura.
Le operazioni proprie del riassumere sono, fondamentalmente due: ridurre (dividendo il testo in parti ed individuando l'informazione principale) e riformulare («cucendo» ed integrando le parole stesse del testo di partenza).
Un trucco: fissare prima il numero di parole di cui dovrà essere composto il riassunto, per es. 1/3 di quelle del brano originale (è un espediente che obbliga a «lavorare» il testo, impratichendo).

-> Riassumi il primo paragrafo di 0.1: basta sottolineare 7 parole.
-> Riassumi il secondo paragrafo di 0.1: si può fare scrivendo una sola frase di 3-4 parole, oppure riprendendone poco più di una ventina.
-> Suddividi 0.2 in blocchi (sono 4 o 5?).

Descrivere
Un passo avanti: la res, il «che cosa», è dato; occorre «solo» trovare le parole.
Descrivere vuol dire presentare, in modo più o meno particolareggiato, le caratteristiche di qualcosa o di qualcuno; andare mentalmente dall'oggetto alle proprietà che lo contraddistinguono.
Le domande proprie del descrivere, pertanto, sono: cosa nominare e come nominarlo, cosa dirne e come dirlo, in che ordine disporre il tutto, come fare del tutto un discorso.
Il problema principale delle descrizioni è non essere banali (e neppure pedanti a forza di dettagli).
Ecco i tre trucchi del mestiere: evitare le frasi fatte, i modi dire e le espressioni gergali (non dicono nulla: sono troppo indeterminate e lasciano il lettore insoddisfatto; es. «uguali come due gocce d'acqua»); utilizzare diverse prospettive spaziali o diversi punti di vista (possibilmente inusuali; es. l'interno di un'automobile visto da una mosca) impiegare, nel descrivere, tutti i cinque sensi (e non solo la vista).

-> Prova a sviluppare queste descrizioni non riuscite: panorama incantevole; prestazioni eccezionali; sant'uomo.
-> Un gioco da fare in gruppo. Descrivi un tuo compagno/a, ma senza nominarlo/a, poi divertiti a leggere agli altri il tuo lavoro: Indovinate chi è?

Mostrare
Ci vuol già un po' di classe: si tratta di far vedere le idee, farle percepire, toccare.
Mostrare è il contrario di dichiarare: invece di affermare «Ci sono troppi libri», lo si mostra «In Italia, ogni giorno, escono 35 nuovi titoli, altrettanti libri da leggere».
J. Séguéla, probabilmente il più grande pubblicitario dei nostri tempi, ne spiega così l'importanza e l'efficacia (relativamente ad un caso specifico): «Non è predicando il senso della famiglia numerosa che si ristabilisce la natalità, ma mostrandone la felicità».
Mostrare non è semplice; per farlo occorre partire dalla dichiarazione sottostante e, per così dire, metterla in immagine, come se ci si dovesse realizzare uno spot  televisivo.

-> In quale paragrafo del dossier viene mostrata questa affermazione: «I primi passi dello scrivere vanno dalle stanghette ai pensierini»?
-> In quale paragrafo, invece, si mostra «La scrittura risponde ad un bisogno o ad una necessità»?
-> Prova a mostrare, in non più di 20 parole, qualcuna di queste asserzioni: è un po' timido; è pigro; non sta mai fermo; è una chiacchierona; in televisione c'è troppa violenza; fare sport fa bene; il problema ecologico è gravissimo.

Esporre
Si tratta di dire, per iscritto, quanto si sa o si è venuti a sapere su un dato argomento.
Il problema, in questo caso, è l'ordine: non saltare di palo in frasca, non pretendere di dire tutto nelle prime due righe, non scordare le cose più importanti ecc. insomma, dosare l'informazione.
Come nella regia audiovisiva ci si rifà al principio dell'ipm (un'idea per minuto), nella scrittura occorre rifarsi al principio dell'idea per paragrafo (quell'unità comunicativa che va da una maiuscola ad un punto a capo).
La prima cosa da fare, pertanto, è un elenco delle idee da esporre (attraverso una, due, massimo tre parole chiave). La seconda è ordinare tale elenco ottenendo così una scaletta. La terza è rendere ogni idea attraverso un paragrafo.
Ogni singolo paragrafo, dal canto suo, può essere costruito in diversi modi: riportando una definizione; enumerando delle caratteristiche; portando degli esempi; confrontando due oggetti; spiegando dei rapporti (es. causa -> effetto); raccontando un fatto; istituendo una classificazione ecc.

-> Ecco un esercizio: fare un disegno geometrico qualsiasi (appena complesso), scrivere un testo di «istruzioni per riprodurlo», passarlo a qualcuno chiedendo di realizzare la figura esposta e confrontare il risultato. Se si è dosata bene l'informazione, funziona.
-> Ritagliare un articolo in paragrafi e, qualche giorno dopo, rimetterli in ordine (sembra sciocco, ma è utilissimo… e pure facile).

Argomentare
Qui bisogna schierarsi: da una parte o dall'altra, a favore o contro una determinata tesi. Non senza sfumature, non senza cogliere aspetti positivi e punti critici sia nella posizione sostenuta sia in quella contrastata, ma neppure annacquando il tutto (ne va della capacità di cogliere le differenze… e di farla).
È questione, tra l'altro, di mettersi nei panni altrui: intuire obiezioni e smontarle in anticipo, portare ragioni, persuadere, essere convincenti nel cosa (si sostiene), nel perché (motivazioni addotte) e nel come (si presentano le ragioni).
Argomentare, è ovvio, vuol dire portare argomenti. Il primo lavoro da fare, perciò, è trovarli: affidandosi alla logica, confidando sulla retorica, giocando d'anticipo (sulle possibili obiezioni). Il secondo è selezionarli in base alla loro forza ed in funzione dei destinatari cui sono rivolte. Il terzo… scriverli.

-> Trova il paragrafo argomentativo presente in 1.1 ed i due di 0.2.
-> Rispondi alla domanda con un sì o con un no: «Siamo troppi sul pianeta?». Ora trova (e scrivi) 5 ragioni a sostegno della tua tesi.

Comporre
Sommatoria e sintesi dei passaggi precedenti, comporre riguarda temi (una volta chiamati componimenti), relazioni e tesine.
La composizione, infatti, è questo: raccogliere materiale e organizzare idee (non necessariamente proprie, anzi, più probabilmente altrui).
L'errore più tipico, in materia, è saltare una delle due fasi: cominciare a scrivere senza aver cercato abbastanza materiale, oppure raccogliere molto materiale e poi buttar giù le idee senza darvi una strutturazione adeguata (per poi accorgersi, in entrambi i casi, di non aver tempo per rimediare!).
Occorre, pertanto, procedere con ordine, prima di tutto rispetto al tempo-lavoro: il 10% del tempo disponibile per la comprensione del compito e la definizione dell'obiettivo; il 40% per la raccolta e l'organizzazione delle idee; un altro 40% per la stesura del testo; e un buon 10% per rilettura e correzione.
Con ordine, in secondo luogo, rispetto al lavoro di composizione vero e proprio: si tratta di «buttar giù» (con grande cura, però!) una scaletta; si tratta, come per il montaggio di un film, di mettere le immagini in sequenza, le idee in fila… dall'inizio alla fine.
Durante la stesura, poi, nascono nuove idee, si comprendono meglio certe intuizioni, si scartano certe intuizioni… il pensiero si articola ulteriormente, la scaletta diviene ipotesi di lavoro, da seguire e verificare al tempo stesso nel corso della stesura, i diversi punti della scaletta vanno definiti, sviluppati ed esemplificati.
Se, attraverso la stesura del testo, si desidera che il lettore condivida le nostre idee, bisogna fornirgli sufficienti spiegazioni ed informazioni, usare argomenti che possano essere condivisi, impiegare argomenti che possano essere ricollegati all'esperienza del destinatario.
Un testo, insomma, diviene convincente quando accompagna un po' per volta il lettore verso la tesi o idea centrale. La lunghezza di un testo, in questo senso, «corrisponde» al tempo necessario per coinvolgere e convincere il lettore.
Nel passaggio dalla scaletta al testo, il problema è la continuità: si rende necessario un uso accorto dei connettivi (quindi, dunque, pertanto, così, infatti, allora, pertanto, poiché, in questo modo, ma…) e di frasi ed espressioni di raccordo («Dopo aver… passiamo ora a…», «Mi spiego:… », «Per dirla diversamente… », «Volendo riassumere… », «Abbiamo così avuto modo di… » ecc.).
Il must, almeno, è semplice da enunciare: costruire il filo del discorso.

-> Trasforma il paragrafo appena letto (tutto 1.6) in una scaletta.
-> Cerca, nel dossier, il paragrafo che corrisponde a questo schema:

  • lo fanno anche i bambini
  • parallelo con la musica:
  • teoria e pratica
  • emisfero sinistro/emisfero destro
  • conclusione

Redigere (redazione)
Il problema della redazione di testi lunghi e complessi (relazioni, ricerche, tesi; articoli scientifici, libri, ipertesti) è uno solo: governare il tutto, dall'inizio alla fine.
Uno solo, del resto, il trucco per concepire e ideare un buon testo: progettarlo prima.
In tema, ci limitiamo ad un rimando: alla prossima sezione del dossier.

Narrare il piacere
Lo fanno anche i bambini, ma narrare come si deve non è semplice, è letteratura.
Prendiamo in considerazione un'altra arte: la musica. Come per suonare uno strumento occorre molto studio (anche della teoria musicale), molta pratica, molto esercizio… e del genio (e cioè molto lavoro dell'emisfero sinistro, affinché il dèmone nascosto nella parte destra del cervello possa emergere), così per raccontare scrivendo occorre una grande padronanza della lingua scritta (esercizi da emisfero sinistro, come quasi tutti quelli affrontati in questa sede) e un bel genio della parola (emisfero destro).
Ciò scritto, taciamo.

Dal primo all'ultimo, per ciascuno degli otto gradini illustrati, per qualsiasi grado della scrittura, vale questa bella citazione: «Ciò che è stato scritto senza passione, verrà letto senza piacere» (S. Johnson).

PROGETTARE TESTI

Ci vorrà anche un po' di fortuna, un relatore disponibile (e reperibile!), una commissione bendisposta, ma la riuscita di una tesi, o di una tesina, dipende anche da elementi maggiormente governabili. Primo fra tutti l'aver progettato e pianificato lo scritto.
Ecco alcuni accenni.

Il modello del volo
Che cosa fa un aereo? Vola: mantiene la quota e tiene la rotta, possibilmente senza troppi stalli. E poi? Atterra: possibilmente senza precipitare! E prima? Decolla: possibilmente con grazia. E prima ancora?
L'operazione a monte del decollo, fatta di piani di volo, permessi accordati dalla torre di controllo, posizionamento sulla pista, riscaldamento dei motori, check up generale, rifornimento di carburante ecc. si chiama rullaggio.
Le quattro fasi del volo ben rappresentano quanto, nella nostra cultura, va sotto il nome di testo (orale o scritto; verbale, iconico o audiovisivo): un inizio, una parte centrale, una conclusione e, a monte, quasi invisibile, un gran lavoro di preparazione.
Un film, un romanzo, un libro, un articolo di cronaca, un discorso in pubblico, una lettera, una fiaba, la dichiarazione dei redditi, un fumetto, una tesi… non solo ciascuno di questi testi presenta detta tripartizione; tale strutturazione in tre parti si ripete, all'interno, più volte: un libro ha un inizio, un centro e una conclusione; i capitoli che lo compongono presentano un inizio, una parte centrale e un finale; e i paragrafi che compongono i capitoli sono fatti di inizio, centro e fine.
Insistiamo: la strutturazione del testo in tre parti, nella nostra cultura, è elemento ineludibile, prescrizione, criterio di adeguatezza, parametro di accettabilità, oggetto di valutazione.
Progettare testi (rullaggio) è avere in mente un modello tripartito: decollo, volo, atterraggio.

-> Hai l'abitudine di progettare i testi (scarabocchiando, imbastendo una scaletta, appuntandoti alcune idee) o sei di quelli che cominciano subito a scrivere (e poi si piantano) o di quelli che non cominciano mai (rimandano ad un'ispirazione… che non viene)?

What?/Who?
Che cos'è, di cosa si tratta? La facilità della scrittura dipende dall'aver chiaro il what: di cosa voglio -o devo- scrivere, che cosa intendo dirne?
Il successo, invece (anche commerciale), dipende dall'individuazione del o dei destinatari: per chi intendo scrivere, a chi voglio -o devo- rivolgermi?
Per progettare un testo complesso occorre dare risposta (meglio se per iscritto, molto meglio) a queste due domande.
Dalla precisione della prima, dipenderà niente meno che lo riuscire a scrivere. Dal dettaglio della seconda, il taglio da dare all'argomento e il linguaggio da impiegare.

-> Tieni a mente queste due domande, anzi tre: di cosa devo parlare, che cosa posso dirne, a chi devo rivolgermi. La progettazione di un testo comincia rispondendo (per scritto, in brutta!) a questi interrogativi.

Pertinenza e scopo
Ancora non basta: il processo di definizione e precisazione va portato avanti fino a specificare l'impostazione che si intende dare al lavoro e l'obiettivo che ci si prefigge di raggiungere con la trattazione.
Argomenti molto generali, infatti, raramente generano buoni testi: ampiezza e complessità rendono difficile governare il processo di scrittura. Meglio limitarsi, limitando l'argomento, precisando il punto di vista, individuando uno scopo.
Difficile, per es., scrivere un testo su «I videogiochi» o «Il teatro» (foss'anche solo la «Storia del teatro»). Già più fattibile affrontare la stesura di una tesi su «I videogiochi: aspetti ludici ed educativi» (abbiamo escluso la dimensione tecnologica e l'aspetto commerciale) o su «Storia del teatro del '900: alcune esperienze». Decisamente più abbordabili questi altri titoli: « I videogiochi: aspetti ludici ed educativi. Consigli per insegnanti e genitori»; oppure: «La nascita del laboratorio teatrale: alcune esperienze».
Due trucchi. Primo: prendere familiarità con l'argomento individuato (sfogliando qualche libro o una enciclopedia o simili). Secondo: lavorare per punti elenco… a cascata.
Ecco un esempio, dato per argomento di partenza l'insegnamento dell'italiano.

  • insegnamento italiano
  • ai bambini
  • agli stranieri
  • lingue neolatine
  • altre lingue
  • vocabolario
  • sintassi
  • casi specifici
  • le preposizioni
  • in Italia
  • all'estero

Ci si occuperà, dunque, dell'insegnamento delle preposizioni a degli adulti di lingua madre non neolatina (ed è ancora abbastanza vasto, ma accettabile per una tesi).
Tutto questo processo di definizione va reso esplicito in fase di presentazione del lavoro: nelle primissime pagine della tesi (mostrare l'argomento, esporre il punto di vista e lo scopo, argomentare il tutto, cioè le scelte operate).
Ecco, ripreso, l'es. precedente: «La parola inglese "by" corrisponde all'italiano "da", ma non ogni "da" si traduce con "by", e viceversa. Le preposizioni, nell'apprendimento di una lingua straniera sono... un bel problema. Come insegnare l'uso delle preposizioni? Ecco la questione di cui ci siamo interessati. Abbiamo ristretto l'area di interesse all'insegnamento delle pre­posizioni semplici ad immigrati extracomunitari di origine norda­fricana. Dopo aver individuato le strategie impiegate nelle gram­matiche tradizionali abbiamo escogitato due modalità di insegna­mento e le abbiamo sperimentate…».

-> Prova a precisare in 15-20 parole, oppure attraverso uno schema per punti elenco, questi due titoli: «La Cina», «La televisione».

Premessa e conclusione
Parlando, scrivendo, presentandosi a qualcuno, sostenendo un esame, affrontando un colloquio di selezione: in tutti questi casi (ed in innumerevoli altri) non si può fare dopo, in un secondo tempo, «una prima buona impressione».
L'inizio di un testo, nonché la sua conclusione, va particolarmente curato. Nella prima pagina e nell'ultima, infatti, ci si gioca l'atteggiamento con cui il lettore affronterà (o diserterà) la lettura. Vanno scritte e riscritte, magari anche dopo aver completato tutto il resto.
Un buon inizio (e un bel finale) dovrebbero essere capaci di stupire, incuriosire, attirare l'attenzione, lanciare il discorso (un'accattivante sigla d'apertura, insomma).
Ecco un trucco: partire da un'affermazione che sembra non c'entrare niente, svilupparla appena, mostrare l'inatteso collegamento con il proprio argomento, andare al sodo.
Sbagliare è ancora più facile: basta cominciare ripetendo le parole del titolo, usare farsi fatte («Fin dall'Antichità, l'uomo…», «Oggi più che mai…» e simili), essere scontati («Il problema ecologico è davvero gravissimo», «Come risolvere il problema del traffico?» ecc.), annoiare («Come risulta dagli studi più recenti in materia, anche la soluzione del difficile problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti urbani, che non riguarda solo le società industrializzate, ma anche i paesi in via di sviluppo…») e quindi cominciare come se l'argomento non fosse stato ancora introdotto (con il lettore, in buona sostanza, che non capisce di cosa si sta parlando!).

-> Scrivi l'introduzione,  le prime 20 parole, dei titoli che hai appena sviluppato nell'esercizio  precedente: 2.4.

La tesi: domande e risposte
Un po' di risposte, frutto di esperienza e figlie del buon senso, per placare l'ansia di fronte ad una tesi che si avvicina.

Quanto deve essere lunga la tesi?
Tutte le pagine che servono per sviluppare l'argomento definito nel titolo (e circoscritto da sottotitolo e introduzione), non una di più, non una di meno.

Da dove bisogna cominciare?
Dal titolo! Non basta averlo consegnato in segreteria, occorre averlo capito, studiato, fatto proprio scrivendone altri simili ma-un-po'-diversi, dando una propria definizione di ogni singola parola che lo compone, valutando la possibilità di definirle in altro modo (secondo diverse scuole di pensiero), allungandolo fino a farne una sorta di manifesto programmatico della propria ricerca.

E il secondo passo?
L'ultima pagina dallo scritto: l'indice. Si tratta di ipotizzare e costruire (scrivere) due o tre scalette possibili, due o tre possibili pieghe, direzioni o strade, che la ricerca potrebbe prendere e che lo scritto dovrebbe rispecchiare.
L'articolazione tra i diversi capitoli, o parti della testi, potrebbe seguire un'evoluzione di questo tipo:

  • generale -> particolare (e/o v.v.)
  • esperienza -> conoscenza (e/o v.v.)
  • ipotesi -> conferma/smentita -> altra ipotesi -> conferma/smentita…
  • esposizione dati -> elaborazione/interpretazione -> conclusione
  • confronto oggetti -> confronto criteri -> confronto modelli
  • casi -> costruzione modello -> applicazioni del modello -> valutazione modello

In ogni caso, il capitolo iniziale della tesi dev'essere di problem posing: enunciazione dell'argomento, il problema che si intende affrontare, sua precisazione, individuazione degli aspetti problematici (interrogativi) cui il percorso di ricerca dovrebbe dare risposta, strumenti e metodo che si intendono utilizzare per affrontare il problema, loro giustificazione.
Scritto questo, il resto è in discesa.

Che cosa ci si guadagna?
La domanda non è affatto impertinente: guadagnarci qualcosa è di fondamentale importanza, ma è assai diverso a seconda dei soggetti in gioco.
Dal punto di vista dello scrittore/scrittrice: si porta a termine un percorso (se si ha un po' di fortuna, si riesce anche a coltivare un interesse personale). Dal punto di vista del lettore: ci deve essere un guadagno (ed è bene che la tesi stessa lo metta in evidenza… con classe)! Il lettore deve guadagnarci… almeno, almeno una qualche risposta al problema posto in apertura.

Quali sono gli errori più comuni?
Primo: scrivere senza pensare (cominciare a scrivere senza essersi chiariti argomento, taglio, obbiettivi del percorso di ricerca). Secondo: scrivere senza progettare (cominciare a buttare giù un capitolo senza essersi fatti un'idea della strutturazione di tutto l'insieme). Terzo: scrivere senza organizzare (cominciare a scrivere senza aver messo in ordine, schedato, il materiale raccolto per l'occasione). Ultimo: non scrivere, rimandare l'inizio della scrittura ad un magico momento di ispirazione.

ERRATA CORRIGE


L'errore degli errori, l'abbaglio in assoluto più diffuso, nello scrivere, è quello di non rivedere il testo, di non correggere gli errori… che pur ci sono.

-> Nel dossier, per es., c'è una frase che inizia violando clamorosamente le norme che regolano la sintassi delle congiunzioni avversative. Trovala!

Orto-scrittura
«Anche un viaggio di mille miglia - dice un antico proverbio cinese - comincia con un solo passo». Allo stesso modo, la progettazione di un testo complesso comincia evitando gli sbagli più comuni (nella scrittura al computer). Ecco alcune indicazioni:

  1. è: si scrive con l'accento verso sinistra (maiuscolo: È);
  2. poiché, perché, affinché: vanno con l'accento verso destra;
  3. la punteggiatura va attaccata alla parola e fatta seguire da spazio (così: «ma, allora» e non così: «ma ,allora»; o peggio: «ma , allora»);
  4. le parole straniere vanno in corsivo;
  5. le pagine vanno numerate;
  6. il testo va giustificato: cioè non va allineato né a destra né a sinistra né al centro, ma su tutta la pagina;
  7. è buona norma, infine, ricordarsi di salvare il proprio lavoro su appositi supporti.

Regole d'uniformità
La scrittura è sottoposta a regole: necessarie allo scambio linguistico, instabili nel tempo e -se del caso- violabili volutamente (licenze… più o meno poetiche).
Una di queste norme consiste nel dare regolarità (simmetria ed uniformità) allo scritto. Questo principio di stile vale, più che mai, per costruzioni a punti elenco, bibliografie e sitografie: preso uno stile, va portato avanti (con coerenza ossessiva!).

La revisione del testo
C'è poco da fare: tutto subito gli errori non si vedono (e sul monitor si vedono meno facilmente che su carta). La correzione di un testo, dunque, va fatta ad una ragionevole distanza di tempo dalla sua redazione.
Il lavoro di revisione, poi, deve prendere di mira due aspetti: la forma e il contenuto.
Rispetto al contenuto, valgono due principi generali: le tesi sostenute devono emergere con chiarezza e facilità; ogni paragrafo deve contenere un'idea principale (non due, non nessuna).
Quanto alla forma si tratta di: prediligere frasi brevi e dalla sintassi poco complessa; evitare periodi incompleti, sospesi, con costruzioni sintattiche sovrapposte; eliminare le asimmetrie; curare il lessico, togliere le ripetizioni.

Scrivere costa
«Se non hai un amico che ti corregga – dice la saggezza dei proverbi - paga un nemico». Vale, più che mai, per (re)imparare a scrivere: scrivi molto e tutto fai correggere, sottoponi all'altrui parere, paga qualcuno che legga i tuoi scritti!
Scrivere costa… e non sempre paga.

Francesco Cravero & MariaGrazia Ciravegna

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