“Io coi miei giochi da bambino vedevo
il mondo a colori e in tutti trovavo bontà in
questa sincerità di amore e sensualità ci
metto l’anima e il cuore”: ad
Assisi il convegno Il piacere, sentinella
di vita si è aperto con un omaggio
alle canzoni popolari italiane ed europee,
dalla canzone napoletana e pugliese al fado
portoghese. Un percorso in cui la musica
incarna il piacere dell’amore e della
vita, come afferma la cantante di fado Elisa
Ridolfi, che dice che la musica deve suscitare
passioni, perché unisce la passione
alla malinconia, in cui si assapora: “il
gusto di perdersi! È come un po’ la
situazione del silenzio; quando uno ha il
senso di malinconia addosso: è una
situazione intimistica, nella quale pensi
ai tuoi vecchi piaceri che non hai più e
quindi ti mancano… però sono
un bel ricordo. Godi un po’ della tua
vita fondamentalmente”. La musica,
quindi, collega la passione al piacere della
seduzione, perché secondo il prof.
Emmanuele Jannini, sessuologo e docente all’Università de
L’Aquila, “Il piacere della seduzione è l’idea
che tutti abbiamo di portare le molecole
del nostro cervello in una condizione in
cui ci si alimenta dell’altro/a, cioè il
piacere della seduzione è il momento
in cui ritroviamo qualcosa di noi stessi
nell’altro; ritroviamo una diversità che
ci arricchisce; ritroviamo, come dice il
termine seduzione, il portare a noi stessi
qualcuno che è diverso da noi”.
Dimmi come mangi
Inoltre, il piacere sessuale è collegato
al piacere alimentare: il mangiar bene
significa che sessualmente abbiamo una
vita serena. E lo spiega: “Se non
c’è questo piacere, c’è la
fame, che può essere la fame fisica,
ma può essere la fame d’amore,
che si sterilizza quando non ci sono desiderio
e passione”. Molte malattie dei ragazzi
sono sintomo di disagio sessuale, perché il
corpo è l’alimento centrale
del piacere: “È un discorso
della valorizzazione del corpo come luogo
della realtà; come luogo sicuramente
dell’esperienza di libertà,
ma anche come luogo dell’esperienza
della perdita. Ma soprattutto il corpo è relazione, è comunicazione;
quindi il piacere che è assunto
dal corpo in tutte le sue dimensioni, si
esprime attraverso il corpo e diventa un’imitazione”,
sostiene la sociologa della conoscenza,
prof.ssa Elena Besozzi, docente all’Università Cattolica
di Milano.
Il discorso sul piacere unito al cibo e
soprattutto ai sensi si collega al fattore
della ricompensa. Ancora il prof. Jannini
precisa: “Il nostro cervello è stato
attrezzato per essere ‘ricompensato’ in
termini biochimici tutte le volte che fa
qualcosa legato al sostentamento, cioè al
cibo, oppure alla passione amorosa, come
nel caso del sesso”. Il problema
della perdita di senso del piacere, secondo
la sociologa, dipende dalla discrasia tra
etica ed estetica: “Abbiamo assistito
ad una crisi del modello fondato sulla
forza dell’etica, quindi sui valori
di riferimento come guida al soggetto.
Siamo passati ad un processo di continua
estetizzazione della società. Estetizzazione
vuol dire che il bello prende il sopravvento
sul buono e sul giusto e lo ingloba; quindi
la bellezza fine a se stessa: apparire
in ogni occasione. Il far prevalere la
propria immagine su quella degli altri,
che ha una serie di manifestazioni molteplici
a livello di realtà sociale… Questo è un
modo di vivere che ci appiattisce sul presente
e ci lega al contingente, non chiedendoci
di fare scelte per il domani. Oggi ci sono
segnali di una insufficienza di questa
risposta estetizzante che ha bisogno di
riequilibrarsi con una ricollocazione,
in prospettiva etica, anche per avere la
possibilità di una qualità di
vita migliore”.
Essere per gli altri
Il corpo, in questo senso
etico, diventa il luogo della libertà della relazione
con l’altro: “Il piacere chiede
proprio l’incontro con altri e non
può chiudersi sul soggetto che prova
piacere; è un sentire che si apre
al sentimento, proprio perché vive
di relazione. Quindi si esalta nell’incontro
e non nel ripiegamento su se stesso”,
sostiene il filosofo Roberto Mancini, docente
all’Università di Macerata.
Perciò il piacere non è autoreferenzialità,
ma contatto e conoscenza della differenza.
Il piacere fa emergere la differenza tra
maschio e femmina. Il maschio è portato
a privilegiare il senso della vista; la
femmina sviluppa invece maggiormente quello
del linguaggio. Le crisi coniugali si giocano
nell’ 80% dei casi sul discorso dei
sensi: la non conoscenza dei propri pregi
e dei propri limiti è fonte di insanabili
crisi; l’uomo e la donna devono sapere
di essere diversi, e proprio per questa
diversità sono liberi di sperimentare
le contraddizioni della vita, perché il
corpo è il luogo della verifica.
E l’accordo avviene, secondo il prof.
Jannini, nel momento in cui: «Si
impara l’uno dall’altro, perché se
io uso il linguaggio di ‘Marte’ e
parlo con una ‘venusiana’,
non ci si capisce. Quindi devo imparare
un po’ la lingua che si parla su ‘Venere’ ed
aspetto che le ‘venusiane’ imparino
un po’ della lingua dei ‘marziani’».
Da questo riconoscimento che siamo diversi
ma compatibili deriva il fatto che il piacere
deve essere governato da regole certe,
pena il rischio -secondo la prof.ssa Besozzi-
di entrare nell’anarchia della comunicazione: “Il
piacere va ricollocato nella comunicazione.
Il piacere va ancorato dentro un governo;
noi siamo venuti fuori da un’esperienza
di un piacere assolutamente opposto al
dovere: prima il dovere, poi il piacere.
Poi abbiamo assistito ad una liberazione
del sesso e del corpo e quindi ad una estetizzazione
dell’esistenza, che chiede oggi di
essere ricollocata nella dimensione della
relazione con l’altro: la dimensione
dell’altro è la dimensione
della responsabilità”.
Piacere e responsabilità
La dimensione della responsabilità chiama
in causa il discorso della gioia, di cui
il piacere è il nucleo centrale.
Ancora il prof. Mancini precisa che il
piacere: “È un nucleo irrinunciabile
della gioia, che ha anche altre componenti:
il senso, la condivisione, la giustizia.
Però la gioia mi pare un tratto
emotivo ed affettivo irrinunciabile”.
E quindi una società in cui il piacere
perde il tratto della gioia, ma è solo
estetizzante, diventa una società chiusa
e ‘vecchia’, perché il
piacere chiede lo spazio dell’orizzonte,
che è infinito, che non deve essere
racchiuso nel concetto del ‘carpe
diem’. Quindi riscoprire il piacere
in una società anestetizzata significa: “liberarsi
da questa angoscia di morte, attraverso
una ricerca seria. Possiamo organizzare
la convivenza ed imparare a coesistere
senza riprodurre logiche di morte. A quel
punto abbiamo liberato lo spazio per un
piacere autentico”. Questa scoperta
del piacere come vitalità dell’armonia, è un
movimento di condivisione, che porta alla
soglia della gratitudine ed alla scoperta
dell’esperienza del dono, perché -ribadisce
ancora il prof. Mancini: “il piacere
non è un’invenzione nostra,
ma è la risonanza di qualcosa che
riceviamo. Evidentemente di qualcosa di
positivo! Un atto di gratuità e
di attenzione nei nostri confronti, che
viene da altri. Quindi il piacere è imparentato
con la gratitudine: è l’essere
gratificati”.
Piacere e gratitudine
La gratitudine presuppone anche un percorso
biblico, in cui il piacere è svuotamento
(kenosi). In questo senso, secondo la teologa
Rosanna Virgili, il piacere è legato
alla creazione, perché è il
luogo della condivisione: “Il piacere
secondo la Bibbia è quello che si
crea tra due persone che si pongono in relazione
ed è un luogo dell’incontro.
Il piacere è qualcosa puro, che è il
segno proprio di una comunione, che fa uscire
i due che si mettono in contatto, quasi dai
loro confini corporei, e li fa fondere come
se fossero pura anima. Quindi il piacere è qualcosa
che anima il corpo e fa aprire la carne stessa
su una finestra verso l’eternità”.
Una condivisione che rende belli, perché è l’evento
della Grazia: “Se c’è uno
statuto fondamentale nella Bibbia è che
non c’è una finalità ulteriore;
il piacere non è funzionale a nulla,
ma è assolutamente puro, perché è un
dono che l’uno fa all’altra e
quindi non potrebbe esistere fuori da un
contesto di Grazia”. Grazia che permette
al piacere di godere dello stare insieme,
cioè del ‘banchetto’ come
racconta il vangelo di Giovanni nel racconto
della ‘moltiplicazione del pane e dei
pesci’: “Quello è un momento
di grande piacere per diversi motivi, perché prima
di tutto c’è la condivisione
di un pasto, che è gratuito, che non è guadagnato
con il sudore della fronte, quindi in maniera
autonoma ed individuale, ma è proprio
il dono dell’altro; il miracolo della
gratuità. Questo pasto è sovrabbondante,
eccedente, per cui ognuno non solo può sfamare
il suo bisogno, ma in questo banchetto c’è qualcosa
di più. Il piacere non deriva solo
dalla soddisfazione di un bisogno, ma dall’assaggiare
qualcosa di ulteriore, quasi di superfluo.
L’altro aspetto del piacere del banchetto è quello
della orizzontalità. Infatti in quella
giornata, in cui banchettarono tutti insieme
e si erano seduti su un prato, il cibo si
moltiplica nel passaggio dalle mani dell’uno
alle mani dell’altro. Il banchetto
non può dare piacere se il rapporto
tra chi consuma questo banchetto è un
rapporto di dominio. Il piacere deriva proprio
dal rapporto di essere l’uno accanto
all’altro; l’uno abbracciato
all’altro in una dimensione di orizzontalità e
quindi di autentico scambio di comunione”.
Simone Baroncia |