Otto anni e una pianola
giocattolo. La piccola Laura Abela forse
non sapeva ancora che da quello strumento,
dono dei suoi genitori, non si sarebbe
più allontanata, ma di certo l’aiutò a
trovare subito un’attrazione fatale
per la musica. Attrazione che, crescendo,
assunse i contorni della passione, presto
tramutati in lezioni di classica al pianoforte
e al violino.
Gli strumenti, però, non bastavano all’artista in erba. Ci aggiunse
la voce e così incominciò a staccarsi dagli spartiti di Beethoven & Co.
per mettere in note le emozioni che passavano dal suo cuore per finire sui tasti
in bianco e nero.
Decise di sviluppare queste qualità lontano dalla sua Brescia, dov’è nata,
puntando verso San Francisco. Due anni di “apprendistato”, poi il
ritorno, pronta per il grande salto. Su suggerimento del papà, aggiunse
un apostrofo al nome, poi si chiuse in una sala d’incisione.
Ne uscì con un album dal titolo giapponese, Okumuki, e con un
singolo, Radio star, che la proiettarono subito all’attenzione
del pubblico. Nel disco, L’Aura si muoveva a suo agio tra rock e pop, cantando
ora in italiano ora in inglese, intrecciando i generi con la melodia giusta.
Il successo le fornì il passaporto per entrare, l’anno scorso, a
Sanremo e fare la sua bella figura con il brano Irraggiungibile, che
rilanciò Okumuki arricchito da altri due pezzi inediti.
Adesso è scoccata l’ora della conferma con la seconda prova, Demian,
titolo ispirato all’omonimo libro di Herman Hesse, che segue le coordinate
del primo lavoro: canzoni che sfumano dal pop al jazz, dalla ballad d’autore
al rock con l’aggiunta però di una maggiore maturità espressiva
e compositiva. Segno che L’Aura ha fatto tesoro dei concerti e delle esperienze
raccolte nell’ultimo anno, la prova tangibile che sta crescendo bene.
Con quale atteggiamento
ti sei avvicinata a questa seconda incisione
dopo l’affermazione
di “Okumuki”?
C’erano sicuramente molte aspettative
intorno a me e, forse, a soffrirne di più è stato
il mio produttore, che ha sentito la responsabilità di
consegnare un disco all’altezza del
primo. Siamo entrambi giovani, per cui
abbiamo vissuto la prova con un po’ di
tensione. Personalmente, ho cercato di
non pensare a quanto fatto in passato e
credo di aver realizzato un album diverso
da Okumuki.
Musicalmente, l’album è eterogeneo,
ogni brano assume una sua specifica identità.
Perché?
Concepisco le canzoni come degli “esserini”,
delle creature che vanno a occupare uno
specifico posto nel mondo e, quindi, con
una loro personalità. È chiaro
che poi ognuna di esse avrà un suo
volto diverso dall’altro, che meglio
si adatta a ciò che desidero raccontare.
Varietà che, però, è caratterizzata
dalla tua voce particolare che trovo maturata.
Ha giovato di certo questi anni in cui
ho potuto esibirmi dal vivo e dal costante
studio del canto. Il primo album conteneva
qualche ingenuità, mi sono buttata
nell’incisione senza rete, c’era
molta improvvisazione, sia da parte mia
che dei musicisti. Per Demian,
invece, ogni dettaglio è stato curato
senza nulla togliere alla spontaneità:
sono davvero soddisfatta del risultato
ottenuto.
È importante
studiare?
È fondamentale. Chi non studia, non cresce, e alla lunga ha il fiato
corto. Qualcuno dice che è inutile, che uccide la creatività. È una
balla colossale che raccontano quelli che non sono bravi. Se non alimenti ed
espandi il dono di fare musica che hai ricevuto, raccogli pochi frutti. È necessario
aprirsi a nuovi orizzonti, esplorare altri territori.
Quando componi,
sai già quale fisionomia
dare alla canzone?
No, la versione definitiva prende forma
in un secondo tempo. Mentre scrivo, non
so mai quale direzione prende la canzone:
mi siedo e lascio correre le mani sui tasti
del piano. Non penso mai “adesso
compongo un brano pop o rock”. Anzi,
credo che ogni mio pezzo si presti ad avere
arrangiamenti differenti.
In uno dei brani, “Beware! The modern
eye!” ti scagli contro i mass media.
Per quali ragioni?
Ci manipolano come vogliono, ci spiano
e monitorano in ogni gesto della nostra
vita. Allora, ho deciso di spegnerli, per
quanto possibile. Non guardo più la
tv, per esempio, ed è stata un’ottima
decisione: ora ho più tempo per
dedicarmi ad altro.
Un altro pezzo interessante è “Turn
around”, dove tocchi il tema della
morte.
È la storia di un ragazzo orfano e nello scriverla ho pensato ai tanti
adolescenti delle favelas brasiliane rimasti senza genitori. Li ho immaginati
da soli mentre “parlano” comunque con la mamma e il papà. È una
riflessione che s’intreccia inevitabilmente anche con il dolore che,
prima o poi, incontriamo tutti, ma una persona scomparsa, in fondo, non ci
lascia mai: vive nel ricordo, nei nostri pensieri, ci accompagnerà per
sempre.
Il filo conduttore
dei testi e lo stesso titolo dell’album prendono spunto
da un’opera di Hesse. Cosa ti ha
ispirato del libro?
In realtà, è accaduto il
contrario. Le canzoni, difatti, non sono
nate dopo la lettura di quel libro. Ho
scoperto solo più tardi che le composizioni
avevano parecchi punti di contatto con
il romanzo, giocati sulla dualità tra
il bene e il male nell’esistenza. È stato
curioso, perché è un autore
che conoscevo poco.
Su quale terreno
comune s’incontrano
la tua musica e un autore come Hesse?
In parecchi dei suoi libri emerge un tema
che mi affascina, cioè la ricerca,
da parte dell’uomo, di se stesso
e del suo spirito. Una ricerca che passa
attraverso varie esperienze, legate anche
alla cultura orientale, che Hesse riesce
a descrivere con estrema purezza, occidentalizzando
determinati concetti.
Quanto può aiutare la musica a
trovare un’altra dimensione?
Tantissimo. Quante volte ascoltando una
canzone o anche osservando una montagna
o un bosco, ci si abbandona alla loro bellezza… E
nella mente affiorano pensieri e voci che
in altre situazioni ti sfuggono, echi del
passato che rintracci solo nei sogni, indispensabili
però per vivere. D’altra parte,
senza sogni, l’uomo diventa una macchina
arida.
Una canzone come cura ai mali del vivere?
Perché no? Credo che la musica possa
comunque dare una mano a risolvere grossi
problemi. Ascoltare un brano quando passi
un momento brutto è confortante.
In questo senso, penso anche alla musicoterapia
e ai positivi risultati che ha ottenuto.
È cambiata
la vita dopo la tua affermazione?
Non è forse elegante dirlo, ma intanto
ho guadagnato dei soldi. Non sono tanti,
ma comunque mi ha fatto piacere, soprattutto
considerando che ho 22 anni e che non è così facile
avere un lavoro al giorno d’oggi. Non
parliamo poi di un lavoro che piace, come
nel mio caso. Certo, c’è anche
il rovescio della medaglia: non è facile
gestire l’ansia e la responsabilità di
questo mestiere; da te dipendono comunque
un sacco di persone: se non “funzioni”,
ne risentono anche gli altri. Ma sono contenta,
le cose vanno bene.
Claudio Facchetti |