In questo numero
L’AURA SPLENDENTE DI MUSICA di Claudio Facchetti

L’incontro casuale tra le sue canzoni
e un romanzo di Hesse
ha dato vita a “Demian”,
prova di maturità dell’artista.
Un album variegato,
capace di emozionare sempre.

 


Otto anni e una pianola giocattolo. La piccola Laura Abela forse non sapeva ancora che da quello strumento, dono dei suoi genitori, non si sarebbe più allontanata, ma di certo l’aiutò a trovare subito un’attrazione fatale per la musica. Attrazione che, crescendo, assunse i contorni della passione, presto tramutati in lezioni di classica al pianoforte e al violino.
Gli strumenti, però, non bastavano all’artista in erba. Ci aggiunse la voce e così incominciò a staccarsi dagli spartiti di Beethoven & Co. per mettere in note le emozioni che passavano dal suo cuore per finire sui tasti in bianco e nero.
Decise di sviluppare queste qualità lontano dalla sua Brescia, dov’è nata, puntando verso San Francisco. Due anni di “apprendistato”, poi il ritorno, pronta per il grande salto. Su suggerimento del papà, aggiunse un apostrofo al nome, poi si chiuse in una sala d’incisione.
Ne uscì con un album dal titolo giapponese, Okumuki, e con un singolo, Radio star, che la proiettarono subito all’attenzione del pubblico. Nel disco, L’Aura si muoveva a suo agio tra rock e pop, cantando ora in italiano ora in inglese, intrecciando i generi con la melodia giusta. Il successo le fornì il passaporto per entrare, l’anno scorso, a Sanremo e fare la sua bella figura con il brano Irraggiungibile, che rilanciò Okumuki arricchito da altri due pezzi inediti.
Adesso è scoccata l’ora della conferma con la seconda prova, Demian, titolo ispirato all’omonimo libro di Herman Hesse, che segue le coordinate del primo lavoro: canzoni che sfumano dal pop al jazz, dalla ballad d’autore al rock con l’aggiunta però di una maggiore maturità espressiva e compositiva. Segno che L’Aura ha fatto tesoro dei concerti e delle esperienze raccolte nell’ultimo anno, la prova tangibile che sta crescendo bene.

Con quale atteggiamento ti sei avvicinata a questa seconda incisione dopo l’affermazione di “Okumuki”?
C’erano sicuramente molte aspettative intorno a me e, forse, a soffrirne di più è stato il mio produttore, che ha sentito la responsabilità di consegnare un disco all’altezza del primo. Siamo entrambi giovani, per cui abbiamo vissuto la prova con un po’ di tensione. Personalmente, ho cercato di non pensare a quanto fatto in passato e credo di aver realizzato un album diverso da Okumuki.

Musicalmente, l’album è eterogeneo, ogni brano assume una sua specifica identità. Perché?
Concepisco le canzoni come degli “esserini”, delle creature che vanno a occupare uno specifico posto nel mondo e, quindi, con una loro personalità. È chiaro che poi ognuna di esse avrà un suo volto diverso dall’altro, che meglio si adatta a ciò che desidero raccontare.

Varietà che, però, è caratterizzata dalla tua voce particolare che trovo maturata.
Ha giovato di certo questi anni in cui ho potuto esibirmi dal vivo e dal costante studio del canto. Il primo album conteneva qualche ingenuità, mi sono buttata nell’incisione senza rete, c’era molta improvvisazione, sia da parte mia che dei musicisti. Per Demian, invece, ogni dettaglio è stato curato senza nulla togliere alla spontaneità: sono davvero soddisfatta del risultato ottenuto.

È importante studiare?
È fondamentale. Chi non studia, non cresce, e alla lunga ha il fiato corto. Qualcuno dice che è inutile, che uccide la creatività. È una balla colossale che raccontano quelli che non sono bravi. Se non alimenti ed espandi il dono di fare musica che hai ricevuto, raccogli pochi frutti. È necessario aprirsi a nuovi orizzonti, esplorare altri territori.

Quando componi, sai già quale fisionomia dare alla canzone?
No, la versione definitiva prende forma in un secondo tempo. Mentre scrivo, non so mai quale direzione prende la canzone: mi siedo e lascio correre le mani sui tasti del piano. Non penso mai “adesso compongo un brano pop o rock”. Anzi, credo che ogni mio pezzo si presti ad avere arrangiamenti differenti.

In uno dei brani, “Beware! The modern eye!” ti scagli contro i mass media. Per quali ragioni?
Ci manipolano come vogliono, ci spiano e monitorano in ogni gesto della nostra vita. Allora, ho deciso di spegnerli, per quanto possibile. Non guardo più la tv, per esempio, ed è stata un’ottima decisione: ora ho più tempo per dedicarmi ad altro.

Un altro pezzo interessante è “Turn around”, dove tocchi il tema della morte.
È la storia di un ragazzo orfano e nello scriverla ho pensato ai tanti adolescenti delle favelas brasiliane rimasti senza genitori. Li ho immaginati da soli mentre “parlano” comunque con la mamma e il papà. È una riflessione che s’intreccia inevitabilmente anche con il dolore che, prima o poi, incontriamo tutti, ma una persona scomparsa, in fondo, non ci lascia mai: vive nel ricordo, nei nostri pensieri, ci accompagnerà per sempre.

Il filo conduttore dei testi e lo stesso titolo dell’album prendono spunto da un’opera di Hesse. Cosa ti ha ispirato del libro?
In realtà, è accaduto il contrario. Le canzoni, difatti, non sono nate dopo la lettura di quel libro. Ho scoperto solo più tardi che le composizioni avevano parecchi punti di contatto con il romanzo, giocati sulla dualità tra il bene e il male nell’esistenza. È stato curioso, perché è un autore che conoscevo poco.

Su quale terreno comune s’incontrano la tua musica e un autore come Hesse?
In parecchi dei suoi libri emerge un tema che mi affascina, cioè la ricerca, da parte dell’uomo, di se stesso e del suo spirito. Una ricerca che passa attraverso varie esperienze, legate anche alla cultura orientale, che Hesse riesce a descrivere con estrema purezza, occidentalizzando determinati concetti.

Quanto può aiutare la musica a trovare un’altra dimensione?
Tantissimo. Quante volte ascoltando una canzone o anche osservando una montagna o un bosco, ci si abbandona alla loro bellezza… E nella mente affiorano pensieri e voci che in altre situazioni ti sfuggono, echi del passato che rintracci solo nei sogni, indispensabili però per vivere. D’altra parte, senza sogni, l’uomo diventa una macchina arida.

Una canzone come cura ai mali del vivere?
Perché no? Credo che la musica possa comunque dare una mano a risolvere grossi problemi. Ascoltare un brano quando passi un momento brutto è confortante. In questo senso, penso anche alla musicoterapia e ai positivi risultati che ha ottenuto.

È cambiata la vita dopo la tua affermazione?
Non è forse elegante dirlo, ma intanto ho guadagnato dei soldi. Non sono tanti, ma comunque mi ha fatto piacere, soprattutto considerando che ho 22 anni e che non è così facile avere un lavoro al giorno d’oggi. Non parliamo poi di un lavoro che piace, come nel mio caso. Certo, c’è anche il rovescio della medaglia: non è facile gestire l’ansia e la responsabilità di questo mestiere; da te dipendono comunque un sacco di persone: se non “funzioni”, ne risentono anche gli altri. Ma sono contenta, le cose vanno bene.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com