Nella folla che quel giorno di Pentecoste
si stava preparando al grande sabato possiamo
immaginare un giovane di Antiochia di Siria.
Voleva fare festa con i suoi amici. Aveva
sentito parlare della bellezza di Gerusalemme,
studiava medicina e voleva cavarsi questa
soddisfazione.
Al Tempio di Gerusalemme c’è sempre la possibilità di qualche
evento grandioso. Gli ebrei non badano a spese. Celebrare la libertà è nel
DNA della loro esistenza etnica. Qui a Gerusalemme si incontrerà presto
con un certo Saulo, è lui che darà nerbo alla sua vita. Vuol farsi
una Pasqua se non proprio da fariseo, o da professionista, almeno da intellettuale
della Torah. Ma quel venerdì, mentre sta completando i preparativi della
festa viene disturbato, e forse anche disgustato, dalla piazzata inscenata dalla
legione romana per mettere a morte il solito sobillatore. Molto probabilmente
non è dalla parte di Gesù, ma forse ne incrocia lo sguardo, ne
subisce il dramma. Come lo stanno maltrattando, ai suoi occhi di medico interessa.
Lo segue, lo vede inchiodare sulla croce, ha ancora negli orecchi i colpi secchi
su quei chiodi, lo vede morire, ne sente l’ultimo grido. Potrebbe descrivere
lo spasimo della morte. E se ne torna a far festa, a rivivere il grande sabato.
Il sacrificio nel Tempio è sempre solenne, i sommi sacerdoti li vede più distesi,
più tranquilli. Pilato è presente ufficialmente agli auguri. Hanno
tutti l’aria di essersi tolti una pietra dallo stomaco. Con gli amici si
congratula della ritrovata calma.
Ma anche lui il giorno dopo il sabato è impigliato nel giro di voci che
popola la Santa Sion, ascolta le parole appassionate di Pietro: quel Gesù che
avete crocifisso, Dio lo ha risuscitato e lo ha costituito Signore.
È sconvolto da questo coraggio e da questo annuncio e non ha più pace.
Gli ritorneranno spesso alla mente questi discorsi. In seguito vedrà che
anche Saulo, dopo aver reagito da talebano per un po’ di tempo, ne rimarrà impigliato,
radicalmente cambiato.
Ma chi è questo Gesù? Ma è proprio vero che Dio in lui,
viveva, agiva, parlava, si è manifestato, ha preso dimora, si è presentato
come uomo?
Per rispondere a queste domande deve cambiare radicalmente; deve riesprimere
ogni immagine di Dio che si è costruita dentro; deve andare in profondità a
scavare nella Torah, così si rimette a leggere le Scritture, i profeti
e soprattutto si mette ad indagare accuratamente ogni cosa fin dall’origine.
Deve risalire a Nazareth, descrive l’intima decisione di Maria, la sua
visione di mondo, di vita, i suoi sogni di salvezza, e il suo dialogo di amore
con Dio che cerca nella libertà di due creature che si amano perdutamente
una risposta di amore, il suo sì, la sua gioia.
E si rende conto che questo affondo nella decisione trinitaria di Dio deve essere
collocato in un preciso e concreto giorno della storia. Un numero calcolato di
giri della terra attorno al sole, il giro che la terra ha fatto nell’anno
in cui Quirino, governatore della Siria, da cui anche lui proviene, ha ordinato
un censimento per conto di Augusto l’imperatore. Questo è il punto
di arrivo della sua ricerca. Ebbene quel Gesù che aveva visto crocifisso
e raccontato da testimoni oculari come risorto, lui quel Gesù ha cominciato
la sua avventura umana nel massimo della debolezza, avvolto in fasce come ogni
bambino.
Nel descrivere quelle fasce non può non richiamarsi a un sudario, a un
lenzuolo che lo avrebbe avvolto ancora nella nuda terra e i pastori spaventati
gli richiamano lo spavento delle donne al sepolcro. Quel Gesù è nato
a Betlemme, dove Dio ha iniziato ad abitare la nostra vita e l’ha salvata
dall’intimo.
La Pasqua è iniziata in una catapecchia, la sua vita è iniziata
fuori dall’albergo, per finire fuori dalle mura della città. Dentro
nella vita dell’uomo, nel massimo della condivisione della sua povertà,
ma fuori dal mondo artefatto che si era costruito, dal mondo di peccato che non
gli permetteva più di dialogare con Dio.
Noi possiamo essere quel giovane
Luca che ha incontrato il risorto. Ma prima lo dobbiamo
incontrare bambino, non per lasciarci prendere
da atmosfere o sentimenti tenui, ma per fare
come i pastori nel loro itinerario: “andarono
in fretta, trovarono, videro, riferirono,
tornarono, glorificando e lodando”. È un
pellegrinaggio che non potrà mai finire.
Domenico Sigalini
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