Attende la mamma il suo bambino nella lunga
gestazione, attende il ragazzo la sua ragazza
all’uscita dalla scuola, attende il
giovane l’esito dell’ennesimo
colloquio di lavoro, attendono i genitori
che cigoli la porta di casa alle cinque del
mattino per tirare un sospiro di sollievo,
attende il bambino il sorriso del papà al
suo ritorno da scuola, attendono gli immigrati
il permesso di soggiorno in fila fin dalle
prime luci del mattino.
Non è attesa invece quella del terrorista che ha già la mano sulla
cintura esplosiva o sul telecomando del detonatore, non è attesa quella
del pedofilo che sta tirando le maglie dei suoi ricatti, non è attesa
la lunga coda di automobili che dobbiamo subire ogni giorno per andare e tornare
dal lavoro; non è attesa l’aria greve che prende la piazza per l’arrivo
dello spacciatore.
È attesa la tensione verso la vita, quella degli altri, la mia, quella
del mondo; non è attesa tutta quella percezione o orientamento alla morte
che spesso abita le nostre esistenze.
Verso chi è orientata l’attesa? Perché l’attesa ha
la capacità di tirarti dentro tutto, di ridefinire la tua stessa identità,
di farti crescere e di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi. È una
forza potente per concentrare energie, per dare organicità ai molteplici
impulsi, per canalizzare le qualità. Chi non aspetta niente, perde l’entusiasmo
del vivere; si sente come un pacco postale: già tutto è deciso,
niente di nuovo, tutto ritorna come sempre.
Avvento è il tempo di attesa e di preparazione al Natale, è diventato
il tempo dei regali, degli ingorghi di traffico nelle città, spesso degli
scioperi, sicuramente dei mercatini e dei consumi. Complice la fine dell’anno,
il freddo inverno, la vacanza dalla scuola, la necessità di fare l’inventario
in ogni luogo di stoccaggio delle merci, la riscossione della tredicesima, laddove
ancora non è scomparsa a causa della precarietà. Complice anche
una serie di sentimenti tenui che si sviluppano per tradizione verso i bambini
che diventano oggetto di regali, di giocattoli, che assumono il senso spesso
del potersi far perdonare la trascuratezza abituale nei loro confronti o verso
i genitori o i nonni per cancellare qualche cattiva coscienza di abbandono o
per significare un minimo di gratitudine. Per rispondere a queste complicità l’industria
del consumo si è attrezzata al massimo. Non c’è un altro
momento di origine religiosa che sia stato così ben sfruttato ai livelli
commerciali quanto il Natale. Le tradizioni nate da significati religiosi profondi
sono a poco a poco diventate vere e proprie operazioni commerciali, tanto che
oggi l’unico che viene dimenticato in questo incrocio di regali è proprio
il festeggiato. È il classico caso in cui il consumo ha scippato il significato
fondamentale della festa. L’attesa allora diventa soltanto fare la spesa:
di regali, di emozioni, di buoni sentimenti.
Invece noi, come quei pastori possiamo ancora commuoverci davanti a quell’insignificante
bambino e come loro “andiamo, vediamo, conosciamo.. “andarono, trovarono,
videro, si stupirono, tornarono, glorificavano e lodavano. Come sempre le cose
più importanti sono invisibili agli occhi. Sono verbi da coniugare per
dare sapore alla nostra vita, perché in quella notte, in questa notte
noi possiamo scoprire il sole. Le mille luci delle nostre case sono solo la strada
per arrivare al sole. Le luci si spegneranno, ma ci porteremo via il sole che
non perderemo più.
Domenico Sigalini
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