È bello essere giovani, avere un’età che
ti permette di essere al massimo della salute,
della voglia di vivere, al massimo dei sogni.
Scoprire sempre qualcosa di nuovo dentro
di te e nel mondo, non avere ricordi che
ti pesano, tendere la vita come un arco verso
il futuro. E un vecchio? È da buttare?
Non ha più niente per cui vivere?
C’era un vecchio un giorno nel grande
Tempio di Gerusalemme. Si aggirava tra i
candelabri, conosceva tutti gli orari delle
preghiere, teneva dietro a tutti i cortei
della gente che portava offerte. Soprattutto
da un po’ lo incuriosiva quella piccola
processione di genitori che portavano davanti
all’Altissimo il loro primogenito.
Vedere un bambino, gli ridava fiducia. Il
Signore continua a benedire il suo popolo.
Ma lui aspettava qualcuno; glielo aveva fatto
capire la vita, la sua saggezza; gliene davano
sentore i tempi in cui viveva: il popolo
senza capo, senza gloria, adattato al ribasso.
Non può più tardare chi darà una
svolta a questo popolo seduto e ingessato.
Dio l’onnipotente non può averci
dimenticato. Leggeva con attenzione i segni
della vita, posava l’orecchio sulla
terra e ne intuiva i dolori del parto. Un
sussurro gli era arrivato da Betlemme. E
lo Spirito gliene aveva dato la certezza:
non sarebbe morto prima di vedere il messia.
E ogni giorno come una sentinella che annuncia
l’aurora la sua vita era tesa come
l’arco da cui scocca una freccia. A
qualcuno avrà certo fatto compassione.
Eccolo qui il vecchio pazzo che aspetta ancora
il messia. Non s’accorge che i Romani
ci hanno tolto tutto, non capisce che Erode
vede nemici dappertutto e fa trucidare anche
i suoi figli pur di stare a galla. Non importa
più niente a nessuno di noi. Siamo
stati abbandonati. Se Dio una volta c’è stato
ora non c’è più. Si è stancato
pure Lui di questa Palestina. È una
storia che si ripete sempre. La sentinella è beffata,
chi sogna il futuro è ritenuto illuso,
prevalgono le speranze spente dell’adattamento
e le consolazioni del sentirci tutti nella
fogna. Invece di puntellare chi potrebbe
uscire dalla fossa, chi ha la vista più lunga
lo si scoraggia e deprime. La stagione del
tenere i piedi per terra non finisce mai,
la speranza è al massimo una previsione.
Ma lui il vecchio Simeone ogni giorno anche
zoppicando va all’appuntamento con
la speranza. Qualcuno che apprezza le sentinelle
c’è sempre. In quel tempio,
davanti a quel vecchio molti si facevano
domande, ricordavano le cose imparate in
sinagoga, ripensavano alle profezie, rinasceva
nel loro cuore la speranza. Era un piccolo
resto, ma chi ha detto che le cose belle
della vita sono solo quelle che hanno uno
share televisivo alto? E finalmente l’attesa
si compie; è un batuffolo di carne,
un bambino, per di più povero; la
processione che lo accompagna è misera:
la mamma e il papà, due giovani di
campagna, con due piccioni e lui, il re l’onnipotente
con loro. Simeone ha la vista lunga: vede
la salvezza, vede al luce che illumina le
genti, vede la gloria del popolo d’Israele.
Vede un seme, ma gli si staglia davanti già la
pianta. Intuisce anche la pianta del dolore
perché a sua mamma non fa troppi complimenti.
Dolore e fatica saranno compagnia del messia,
ma la salvezza è qui. Ora posso morire
in pace. Tu Signore sii benedetto perché l’attesa è giunta
a compimento. Avessimo tutti nella vita un
vecchio che ci tiene aperta la speranza,
che non smette di alzarci lo sguardo troppo
ripiegato sul presente!
Domenico Sigalini
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