Il re divenne
triste; tuttavia, a motivo del giuramento
e dei commensali, non volle opporle un
rifiuto. Subito il re mandò una
guardia con l’ordine che gli fosse
portata la testa. La guardia andò,
lo decapitò in prigione e portò la
testa su un vassoio, la diede alla ragazza
e la ragazza la diede a sua madre. I discepoli
di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne
presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
(Marco
6,26-29)
Nella vita spesso occorre fare i conti
con le infinite nostre indecisioni. Scopriamo
il bene, ne restiamo affascinati, lo vogliamo
compiere, ci entusiasma la visione positiva
che ci è nata in cuore, ma non ci
decidiamo mai. C’è sempre
qualcosa che ci blocca: ora un sentimento,
altre volte un legame affettivo, spesso
la paura di un confronto con gli altri.
Si tratta di fare i conti con se stessi
e con la nostra convinzione. Si vuol fare,
ma la decisione è coperta da tanti
se e da tanti ma. Erode ha una vicenda
matrimoniale fallita in partenza. Si crede
onnipotente e si prende la moglie del fratello.
Il fatto crea grande scandalo nella gente.
Se i nostri governanti si comportano così,
che legge stanno difendendo? Che esempio
possono essere?
La coscienza del popolo è precisa e la coscienza di Erode è scossa.
Ascolta volentieri le parole di Giovanni Battista. Lui è sincero, dice
quel che pensa, la sua parola viene da lontano, evoca dialoghi profondi con Dio.
La sua vita austera lo porta a dire sempre l’essenziale, non è implicato
con niente e con nessuno. La sua voce è pulita, la sua testimonianza parla.
E’ un uomo che ascolti volentieri, perché, anche se non lo condividi,
fa verità nella tua vita. E quando sei nel disordine, la verità è l’unico
spiraglio di pace che si apre per la tua coscienza. Erode ascolta volentieri
Giovanni. Vienimi spesso a trovare, tu mi destabilizzi, ma la tua parola mi sveglia,
mi fa sentire vivo.
Poi intervengono tutti i lacci della vita, la comodità, il tran tran dei
rapporti, i sensi che per qualche momento di ubriacatura ti addormentano la vita.
E sei vittima degli intrighi. Preferisci stare dalla parte del dato di fatto.
Come puoi rivoluzionare a questo punto la vita? Giovanni però è tutto
di un pezzo. Forse spera di convertire, l’ascolto attento di Erode potrebbe
avverare un cambiamento. Gli basta poco per un colpo di reni nella sua coscienza.
L’animo è sensibile, un po’ di orgoglio onesto ce l’ha
dentro.
E arriva la famosa festa, il famoso ballo,
il malefico intrigo di Erodiade. Lui, Erode, è un
entusiasta, in mezzo a tutti questi accomodamenti
della vita di corte, nelle pastoie di un
potere che sempre più lo ingabbia,
si accende una luce, una estasi: la figlia
balla troppo bene, sono troppo belli questi
ritmi, questa innocenza, questa leggiadria.
Erode si sveglia, quel che di bello in lui
c’è di sogno e di ribellione
alla routine ha il sopravvento: vali metà del
mio regno, del mio presente, di quello che
credo di avere. Te lo do perché lo
meriti. Mi hai risvegliato orgoglio assopito
e addomesticato. Finalmente vedo nella mia
famiglia un guizzo di novità. Metà del
mio regno. E invece gli viene chiesta la
voce della sua coscienza. Il male è più tenace
del bene nelle vita perdute. Il guizzo di
gioia che per un attimo lo aveva portato
al meglio di sé si spegne e si frantuma,
la piccola speranza di poter cambiare, di
scrollare di dosso il giogo di una coscienza
continuamente addormentata, la sete di verità sulla
vita gli viene spenta. La testa di Giovanni
il Battista è la sua testa, è la
testa del suo sogno di pulizia, di bontà desiderata,
della sua nostalgia di una vita diversa, è la
decisione che gli è sempre mancata
di cambiare. Divenne triste, ma non volle
opporle rifiuto. Che ti costava Erode dare
un taglio netto alla tua vita sbagliata?
Che mi costa buttarmi senza riserve in quella
fessura di luce che mi si è aperta
nella vita? Perché sono sempre capace
di sotterrare ogni speranza di cambiamento,
di negare ogni voglia di bene? Non voglio
più essere una trappola di me stesso.
Domenico Sigalini
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