Ma credete proprio che io fossi così sciocca
da pensare di più a un piatto di capretto
arrosto che a Gesù? Quando ritornava
da quel covo di vipere che era Gerusalemme,
la mia gioia saliva alle stelle e che facevo?
Tutto quello che fa ogni mamma: ti vedo calato
di peso, che hai? Mangia. Hai dormito stanotte?
E in questi giorni ti hanno ascoltato? Hai
trovato un posto tranquillo per riprendere
forze? Ma questa tosse è un po’ che
ce l’hai? Non mi piace proprio.
E io che dovevo fare? Dimenticavo me stessa, la mia stessa anima per occuparmi
di Lui. Sì, forse ero troppo ingombrante, occupavo io tutta la scena,
quasi non lo lasciavo parlare. Temevo che un giorno o l’altro non sarebbe
più tornato da Gerusalemme. Si era fatti troppi nemici.
Mia sorella Maria è sempre stata una sognatrice. Lei lo aspettava, ma
non sapeva neanche prendergli il mantello e scuoterne la polvere. Le si riempivano
subito gli occhi di lui, non diceva né faceva niente, le bastava stare
a guardarlo e lasciarlo parlare. Ne era innamorata pazza. Un giorno ha sperperato
un capitale di profumo costosissimo per ungergli i piedi: non si accontentava
di lavarglieli. Non si curava di ciò che diceva la gente. Anche lei come
me aveva paura che prima o poi non sarebbe più tornato. E l’ha proprio
indovinata perché poco dopo non avremmo potuto nemmeno accostarne il cadavere,
quel giorno nefasto di Parasceve.
A me faceva rabbia questa sua calma, per lei i mestieri di casa si fanno da soli.
Lei rimane incantata, ma se non ci fossi io!
E quando è morto Lazzaro? Sono stata io a reagire subito, a correre incontro
a Gesù. Lei era rimasta in casa, senza forze, senza speranza. Era stata
ferita nell’amore. Quei 4 giorni di sepoltura, avevano sepolto anche la
sua forza di reagire.
Quando Gesù ha visto me mi ha subito detto di affidarmi a Lui e io l’ho
fatto. Lui era la forza che mi aveva sempre tenuto in piedi. Ancora una volta
era riuscito a tornare da Gerusalemme. E mi ha subito detto di chiamare Maria.
Sono stata io a dirle: il maestro ti chiama. Mi faceva pena. E Gesù ci
ha restituito Lazzaro, ma con quel dono che ha fatto a noi si è firmato
la sua condanna.
Non lo avremmo più visto dopo quel giorno.
Abbiamo pianto tanto assieme quando ci hanno riferito come ce lo hanno ammazzato
a Gerusalemme. Era il centro della nostra vita. Io mi affannavo ancora per la
casa, ma per chi? Maria restava muta, ma per chi?
Non so se questo dialogo con Marta ci aiuta a sciogliere i nostri tormentoni;
contemplazione o azione?
Sicuramente c’è un insegnamento inequivocabile: tanto l’azione
che la contemplazione devono avere al centro Lui. Nessuno deve occupare la scena. È solo
Lui che la riempie tutta. Noi con le nostre caratteristiche umane, le nostre
doti, i nostri modi di essere gli faremo un posto, quello centrale, ma con qualità diverse.
L’importante è che Lui sia il centro. È lo Spirito che delinea
in noi in maniera originale per ciascuno i tratti della sua umanità, ci
conforma a Lui in termini assolutamente originali, a seconda della nostra storia,
la nostra docilità. Lo Spirito vince le nostre resistenze, orienta i nostri
progetti a Lui.
Si può stare ad agire riempiendo noi la scena o si può stare a
contemplare per trattenere. Si deve invece sempre agire e contemplare per amore.
Una azione che non ha al centro Gesù ha il fiato corto, una contemplazione
che si ripiega su se stessa diventa subito sterile anche per chi la vive. La
parte migliore da scegliere è Lui e questo ce lo dobbiamo sempre rinnovare
nella coscienza, nei segni, nei gesti, nel programma, nei pensieri, nelle preoccupazioni.
Domenico Sigalini
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