Lui è un militare. Sa che cosa significa
comandare e obbedire. Gli hanno sempre detto
che lui non deve pensare, sono i suoi superiori
che pensano per lui. Lui deve eseguire. Ci
mancherebbe anche che i soldati si mettessero
a votare su come difendersi o attaccare,
su che cosa è necessario fare per
conquistare una postazione invece che un’altra.
Io dico a uno fa questo e lui lo fa, a un
altro scatta e vieni qui e lui corre. Ho
obbedito anch’io per tanti anni e ora
so comandare.
Ma il centurione ha un cuore, ha una famiglia, ha un servo, forse un figlio che
gli muore. La vita non è così schematica: al cuore non si comanda,
agli affetti non si può dire di tacere, a una morte non si può reagire
attaccando o difendendo, comandando o distruggendo. Il tuo cuore è a pezzi
e non c’è più niente che puoi fare. Puoi rendere la tua faccia
dura come la pietra, ma il tuo cuore sanguina. Allora il centurione cerca al
di fuori della sua sicurezza una speranza. Ha visto Gesù tante volte,
lo ha dovuto pedinare per lavoro, spesso lo hanno mandato a sedare tumulti, a
fare deterrenza, perché dove passava Lui la vita non procedeva troppo
tranquilla. Suscitava speranze là dove c’era assuefazione e la speranza
mette movimento, attiva le coscienze, turba la quiete del dormitorio anche nella
lontana provincia di Palestina.
Il centurione doveva vigilare, sedare, contenere. Ma la speranza che Gesù gli
faceva nascere in cuore era grande anche per lui. Abituato a comandare e a mettere
sull’attenti, a dirimere le questioni con la forza, a puntare tutto sulla
strategia, sulla repressione, sul potere e spesso la violenza, il terrore, la
paura, si trovava davanti un uomo, Gesù, inerme, dolce, calmo, sorridente
eppure persuasivo, ascoltato, seguito, ammirato, osannato, soprattutto amato.
Per
questo appunto quando vede il suo servo in pericolo di vita pensa immediatamente
a Gesù e va da lui. Non fa più il
calmiere di tumulti, ma si mette umilmente
in fila e chiede: Se vuoi, puoi guarirmi
il servo, se vuoi puoi ridare pace a questo
mio cuore, se vuoi, so che a te non è impossibile
niente. Hai una forza nel tuo mondo come
io credo di avere con i miei soldati, sei
una sicurezza per me come io con il mio lavoro
lo voglio essere per gli altri. Ho studiato
e insegnato tante strategie, ma davanti a
questa morte falliscono tutte, non mi dicono
più niente. Ho qualcosa nella mia
travagliata esistenza che non posso controllare,
solo tu hai la chiave della mia vita. Ti
metto a nudo il mio cuore, è tuo:
Sollevalo, dagli speranza, fallo cantare
ancora d’amore per mio figlio. E Gesù ne
legge in profondità l’abbandono
fiducioso. Tuo figlio vive, il tuo servo è guarito,
la tua vita può tornare a cantare
a partire dalla fede profonda che hai. Quando
ti senti crescere dentro questa sete sai
ora dove trovare la sorgente, lascia perdere
le tattiche di mimetizzazione, abbandona
le cisterne screpolate e le paludi, e lascia
sgorgare questa sorgente limpida che il mio
Spirito fa nascere dentro di te.
Domenico Sigalini
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