In questo numero
IL CIRENEO COSTRETTO MA CONTENTO di Domenico Sigalini

«Allora costrinsero un tale che passava,
un certo Simone di Cirene
che veniva dalla campagna,
padre di Alessandro e Rufo,
a portare la croce».
(Marco 15,21)


Sopraffazioni nella vita ce ne sono tante e tutti ne fanno e subiscono. Ti ribelli, le scansi, qualche volta non puoi sfuggirle. Ti capita sul lavoro, ti capita nello studio, le vivi nello sport, le sopporti con gli amici. Qualche volta ce ne fai una malattia, qualche altra ti adatti, l’importante è che non ti prenda la rivincita e le faccia tu agli altri, come nella naia si facevano i gavettoni o, spesso, qualcosa di più pesante e talvolta addirittura mortale.
In quel pomeriggio del venerdì più nero della storia mentre per la strade strette e contorte di Gerusalemme si snoda la più triste e la più crudele delle processioni, mentre Gesù carico della croce arranca su per le scale che ogni tanto alzano il livello del cammino fino a giungere alla sommità del Calvario, passa di lì per fare un giro in città forse per fare le ultime compere in preparazione alla festa, un uomo che viene dalla campagna. Simone si chiama, viene da Cirene e sarà per sempre ricordato come il Cireneo. Diventerà perfino un nome comune: fare il cireneo, addossarsi il peso delgi altri con o senza amore. Alla soldataglia che ha sempre diritto di vita e di morte su tutti non nasce in cuore un desiderio di alleviare il cammino della croce a Gesù, ma la paura che muoia prima di arrivare al Calvario. Lo hanno pestato in tutte le maniere senza pietà e senza legge, si sono divertiti di lui fin che ha voluto e potuto, si sono scatenati la rabbia della vita su di lui e ora rischiano di non vederlo morire come si deve o come sono stati incaricati di fare. Meglio evitare guai e sorprese. E costrinsero Simone di Cirene a portare la croce. La forza bruta dei soldati vince, Simone si adatta e sicuramente incrocia gli occhi di Gesù, in Lui inizia uno sconvolgimento della vita, vede Gesù da vicino, il suo sangue che ormai ha imbrattato tutto il tronco della croce gli segna i vestiti, le mani, il corpo. Fa fatica, ma è abituato al lavoro, lui sta bene, non ha passato la notte come Gesù e soprattutto non si sente un delinquente, è un povero forzato soltanto, a tempo e che passi più presto possibile. Se il vangelo lo ricorda come il padre di Alessandro e Rufo significa che in seguito ha avuto una storia nella prima comunità cristiana, che la sua vita è stata legata ai primi cristiani. Quante volte avranno voluto i suoi figli farsi raccontare da lui come aveva vissuto quei momenti. Papà tu hai visto Gesù? Che cosa ti ha detto? Che cosa pensavi vicino a Lui? Come ti ha guardato? Lo hai visto fare un piccolo sorriso quando gli hai tolto il peso dalle spalle? Era sfigurato, ma ricordi la sua forza, la sua bellezza, ti ha detto qualche parola?
La sera del venerdì sarà tornato a casa a purificarsi, perché il sangue dei delinquenti, dei maledetti da Dio contamina ogni uomo e tutto quello che tocca. Avrà passato un grande sabato diverso dagli altri sia per la rabbia per le angherie subite dai soldati, sia per quel contatto con il dolore intenso di un condannato a morte. Anche lui ha teso l’orecchio il primo giorno dopo il sabato, anche lui è rimasto sorpreso della notizia insperata. Avrà voluto vedere quel lenzuolo che i discepoli avevano subito custodito con cura, gli sarà nata la fede e la gioia di aver già fatto un tratto di strada con il suo Signore. Se tutti debbono portare la croce, lui l’aveva proprio presa sulle sue spalle e la costrizione di quel giorno si è cambiata in benedizione.

Domenico Sigalini

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