La prima vittima
La ricerca e le modalità “d’arruolamento” del
corpo accademico, sono sicuramente due
settori che si intrecciano profondamente
con lo sviluppo e il progresso dell’Italia.
Purtroppo oggi, la ricerca è un
di quei settori che la politica non riesce
a sostenere ed incentivare come dovrebbe.
Ma senza ricerca non c’è futuro.
E allora, che fare? Sentiamo come dice
a proposito il Presidente della CRUI, il
professor Piero Tosi.
«La legge che ha messo mano alla revisione della carriera dei docenti,
rappresenta la punta d’iceberg di un problema ben più ampio e
preoccupante: la tendenza della politica a sottovalutare il valore dell’Università e
a produrre per essa solo frammenti di riforma, privi di qualunque organicità e
dettati solo dalle emergenze del momento».
Il Presidente Tosi sottolinea come: «Non
a caso il provvedimento sullo stato giuridico
ha sortito l’effetto senza precedenti
di coagulare l’opposizione di tutte
le componenti universitarie, dagli studenti
ai Rettori. Esso, lo ribadiamo da lungo
tempo, è il frutto di un’idea
sbagliata di Università, cioè quella
che tende a separare la didattica dalla
ricerca. La legge, infatti, se da una parte
non accenna neppure al dovere dei docenti
di fare ricerca documentabile, dall’altra
analizza con dovizia di particolari i dettagli
delle nuove procedure di reclutamento che,
molto onestamente, non sembrano presentare
innovazioni significative orientate alla
valorizzazione del merito. Viene istituito
il “titolo” di professore aggregato
da riservare a ricercatori e tecnici laureati
con tre anni di insegnamento, mentre il
ruolo dei ricercatori scomparirà dopo
il 2013. Questo proprio a fronte dell’adozione,
da parte degli Atenei, della Carta europea
dei diritti e dei doveri dei ricercatori
che afferma principi che vanno esattamente
nella direzione opposta. Su questo la CRUI è sempre
stata irremovibile, nonostante fosse favorevole
alla revisione delle procedure concorsuali,
si è battuta sin dall’inizio
contro l’abolizione del ruolo dei
ricercatori».
Infine secondo il Professor Tosi: «Paradossalmente,
mentre il decreto aspetta il parere delle
Commissioni competenti, il decreto “milleproroghe” ha
riconsegnato alle Università italiane
il potere di bandire concorsi con le vecchie
regole. Parafrasando Shakespeare verrebbe
da dire “molto rumore per nulla”.
Rimane oscura la logica che sta dietro
a quella fretta legislativa che ha avuto,
di fatto, una sola vittima: la ricerca
italiana e coloro che le hanno dedicato
energie e dedizione per anni».
Usa e getta
Sullo stretto legame tra risorse,
ricerca e insegnamento il Dott. Augusto
Palombini, Segretario Generali dell’ADI
sottolinea come: «Sulla scorta di
due raccolte di storie di giovani ricercatori,
pubblicate dall'Adi, per generale ammissione,
posso affermare che ciò di cui maggiormente
tali giovani sottolineano il bisogno si
condensa in due nodi: la mancanza di meccanismi
di valutazione efficaci per singoli e strutture,
che possano premiare il merito e le capacità,
e le condizioni di precarietà esasperata
e malpagata che il mercato del lavoro offre
ai giovani.
È su questi due fronti che naufraga la legge Moratti, al di là di
altri, più spiccioli aspetti di concorsi “riservati” per
piccole categorie, secondo logiche anacronistiche che si sperava ci fossimo
lasciati alle spalle.
Per quanto riguarda il primo aspetto, in
assenza di un meccanismo che premi la scelta
di ricercatori validi, qualunque regola
e vincolo potrà essere all'occasione
piegato a malfunzionamenti e forzature.
Si sarebbe dovuto intervenire prima sui
meccanismi valutativi (ignorati) che su
una discutibile riforma dei concorsi (enfatizzata),
che da sola non va ad incidere sull'efficacia
e la trasparenza del reclutamento.
Quanto alla precarietà, a fronte
di un invecchiamento costante della nostra
classe docente (il 42% è ultracinquantenne),
la posizione dell'Adi è quella,
dopo il dottorato, di un ragionevole periodo
a termine comunque caratterizzato da diritti,
contributi e tutele, dopo il quale un giovane
sia messo di fronte a un'assunzione oppure
cambi lavoro ad un'età in cui può ancora
riciclarsi. La legge Moratti perpetua gli
attuali contratti precari e aggiunge altre
forme di lavoro sempre a termine, creando
i presupposti per un mondo in cui i ricercatori
troveranno un posto fisso o la definitiva
messa alle porte dal mondo della ricerca,
con conseguente necessità di ricominciare
da capo, ben oltre i 40 anni, con conseguenze
sociali facilmente intuibili per i singoli
e per il sistema».
Tutto ha un costo
Secondo Claudia Campone,
Vicepresidente della FUCI vi è stata
almeno un’inadeguatezza
di metodo, infatti: «il Decreto Legge
non tiene in conto i suggerimenti e le
critiche provenenti dai diversi attori
del mondo universitario. Questo atteggiamento
diventa ancora più pericoloso e
controproducente nel momento in cui il
parere che si è evitato di considerare è stato
quello dei soggetti incaricati di dare
concreta attuazione a questa legge, ovvero
i Rettori delle Università che avevano
già espresso la loro opposizione.
Quanto avvenuto risente fortemente dell’assenza
di sinergia e di coordinamento necessari
al buon funzionamento del mondo accademico.
Infatti, le riforme di cui l’Università ha
bisogno richiedono un ben diverso grado
di condivisione ed è prevedibile
che ancora una volta a fare le spese di
questo mancata concertazione siano poi
gli studenti.
Inoltre, la riforma non risolve i nodi
cruciali dello status dei ricercatori e
dei docenti. Anche per noi restano da discutere
due temi fondamentali: la valorizzazione
del merito e la condizione di precarietà.
Infine, il criterio del merito non è sempre
difeso.
Da ultimo, è triste segnalare come
ancora una volta non si prevedano fondi
adeguati a sostegno di questo provvedimento;
ancora una volta si è scelta la
strada della “riforma a costo zero” più volte
denunciata dal mondo dell’università e
dall’opinione pubblica.”
Da ultimo, più volte abbiamo cercato
di interpellare l’UDU – l’unione
degli studenti universitari – (vedere
box) però ad oggi non ci è possibile
ospitare alcun intervento del segretario
nazionale Signor Giordano in quanto pur
se sollecitato più volte e per tempo
non ha voluto rilasciarci alcune dichiarazione.
Peccato poteva essere una voce in più che
avrebbe aggiunto argomenti e avrebbe contribuito
al nostro vivo desiderio di conoscere e
capire.
Di una cosa comunque possiamo esser certi,
ancora molti saranno i cambiamenti che
attendono il mondo della scuola e non ci
resta quindi che attendere e continuare
a studiare ed ad impegnarci per formarci
una capacità critica e di giudizio
attraverso le basi della cultura.
Luigi Meani
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