In questo numero
RICERCA CERCASI di Luigi Meani

Moratti sì o Moratti no?
È vero che ormai la signora è felicemente impiantata
al Comune di Milano, come sindaco
della città meneghina,
ma la sua riforma della scuola continua a tenere banco
ogni giorno fra industriali, sindacalisti,
politici, professori e studenti.
Dopo aver illustrato tutti i punti della riforma,
vediamo ora quali sono le conseguenze
nel mondo dell’Università,
secondo alcuni addetti ai lavori.


La prima vittima
La ricerca e le modalità “d’arruolamento” del corpo accademico, sono sicuramente  due settori che si intrecciano profondamente con lo sviluppo e il progresso dell’Italia.
Purtroppo oggi,  la ricerca è un di quei settori che la politica non riesce a sostenere ed incentivare come dovrebbe.
Ma senza ricerca non c’è futuro. E allora, che fare? Sentiamo come dice a proposito il Presidente della CRUI, il professor Piero Tosi.
«La legge che ha messo mano alla revisione della carriera dei docenti, rappresenta la punta d’iceberg di un problema ben più ampio e preoccupante: la tendenza della politica a sottovalutare il valore dell’Università e a produrre per essa solo frammenti di riforma, privi di qualunque organicità e dettati solo dalle emergenze del momento».
Il Presidente Tosi sottolinea come: «Non a caso il provvedimento sullo stato giuridico ha sortito l’effetto senza precedenti di coagulare l’opposizione di tutte le componenti universitarie, dagli studenti ai Rettori. Esso, lo ribadiamo da lungo tempo, è il frutto di  un’idea sbagliata di Università, cioè quella che tende a separare la didattica dalla ricerca. La legge, infatti, se da una parte non accenna neppure al dovere dei docenti di fare ricerca documentabile, dall’altra analizza con dovizia di particolari i dettagli delle nuove procedure di reclutamento che, molto onestamente, non sembrano presentare innovazioni significative orientate alla valorizzazione del merito. Viene istituito il “titolo” di professore aggregato da riservare a ricercatori e tecnici laureati con tre anni di insegnamento, mentre il ruolo dei ricercatori scomparirà dopo il 2013. Questo proprio a fronte dell’adozione, da parte degli Atenei, della Carta europea dei diritti e dei doveri dei ricercatori che afferma principi che vanno esattamente nella direzione opposta. Su questo la CRUI è sempre stata irremovibile, nonostante fosse favorevole alla revisione delle procedure concorsuali, si è battuta sin dall’inizio contro l’abolizione del ruolo dei ricercatori».
Infine secondo il Professor Tosi: «Paradossalmente, mentre il decreto aspetta il parere delle Commissioni competenti, il decreto “milleproroghe” ha riconsegnato alle Università italiane il potere di bandire concorsi con le vecchie regole. Parafrasando Shakespeare verrebbe da dire “molto rumore per nulla”. Rimane oscura la logica che sta dietro a quella fretta legislativa che ha avuto, di fatto, una sola vittima: la ricerca italiana e coloro che le hanno dedicato energie e dedizione per anni».

Usa e getta
Sullo stretto legame tra risorse, ricerca e insegnamento il Dott. Augusto Palombini, Segretario Generali dell’ADI sottolinea come: «Sulla scorta di due raccolte di storie di giovani ricercatori, pubblicate dall'Adi, per generale ammissione, posso affermare che ciò di cui  maggiormente tali giovani sottolineano il bisogno si condensa in due nodi: la mancanza di meccanismi di valutazione efficaci per singoli e strutture, che possano premiare il merito e le capacità, e le condizioni di precarietà esasperata e malpagata che il mercato del lavoro offre ai giovani.
È su questi due fronti che naufraga la legge Moratti, al di là di altri, più spiccioli aspetti di concorsi “riservati” per piccole categorie, secondo logiche anacronistiche che si sperava ci fossimo lasciati alle spalle.
Per quanto riguarda il primo aspetto, in assenza di un meccanismo che premi la scelta di ricercatori validi, qualunque regola e vincolo potrà essere all'occasione piegato a malfunzionamenti e forzature. Si sarebbe dovuto intervenire prima sui meccanismi valutativi (ignorati) che su una discutibile riforma dei concorsi (enfatizzata), che da sola non va ad incidere sull'efficacia e la trasparenza del reclutamento.   
Quanto alla precarietà, a fronte di un invecchiamento costante della nostra classe docente (il 42% è ultracinquantenne), la posizione dell'Adi è quella, dopo il dottorato, di un ragionevole periodo a termine comunque caratterizzato da diritti, contributi e tutele, dopo il quale un giovane sia messo di fronte a un'assunzione oppure cambi lavoro ad un'età in cui può ancora riciclarsi. La legge Moratti perpetua gli attuali contratti precari e aggiunge altre forme di lavoro sempre a termine, creando i presupposti per un mondo in cui i ricercatori troveranno un posto fisso o la definitiva messa alle porte dal mondo della ricerca, con conseguente necessità di ricominciare da capo, ben oltre i 40 anni, con conseguenze sociali facilmente intuibili per i singoli e per il sistema».

Tutto ha un costo
Secondo Claudia Campone, Vicepresidente della FUCI vi è stata almeno un’inadeguatezza di metodo, infatti: «il Decreto Legge non tiene in conto i suggerimenti e le critiche provenenti dai diversi attori del mondo universitario. Questo atteggiamento diventa ancora più pericoloso e controproducente nel momento in cui il parere che si è evitato di considerare è stato quello dei soggetti incaricati di dare concreta attuazione a questa legge, ovvero i Rettori delle Università che avevano già espresso la loro opposizione. Quanto avvenuto risente fortemente dell’assenza di sinergia e di coordinamento necessari al buon funzionamento del mondo accademico. Infatti, le riforme di cui l’Università ha bisogno richiedono un ben diverso grado di condivisione ed è prevedibile che ancora una volta a fare le spese di questo mancata concertazione siano poi gli studenti.
Inoltre, la riforma non risolve i nodi cruciali dello status dei ricercatori e dei docenti. Anche per noi restano da discutere due temi fondamentali: la valorizzazione del merito e la condizione di precarietà. Infine, il criterio del merito non è sempre difeso.
Da ultimo, è triste segnalare come ancora una volta non si prevedano fondi adeguati a sostegno di questo provvedimento; ancora una volta si è scelta la strada della “riforma a costo zero” più volte denunciata dal mondo dell’università e dall’opinione pubblica.”
Da ultimo, più volte abbiamo cercato di interpellare l’UDU – l’unione degli studenti universitari – (vedere box) però ad oggi non ci è possibile ospitare alcun intervento del segretario nazionale Signor Giordano in quanto  pur se sollecitato più volte e per tempo non ha voluto rilasciarci alcune dichiarazione. Peccato poteva essere una voce in più che avrebbe aggiunto argomenti e avrebbe contribuito al nostro vivo desiderio di conoscere e capire.
Di una cosa comunque possiamo esser certi, ancora molti saranno i cambiamenti che attendono il mondo della scuola e non ci resta quindi che attendere e continuare a studiare ed ad impegnarci per formarci una capacità critica e di giudizio attraverso le basi della cultura.

Luigi Meani

www.timeandmind.com