In questo numero
LA PASSIONE DI GESÙ SECONDO MEL GIBSON di Elisa & Maria Marotta
 


Il nuovo film negli Usa è uscito all’inizio della Quaresima. In Italia nella Settimana Santa, poco prima di Pasqua. Prima ancora di essere visto, il film è stato contestato, soprattutto per le accuse di antisemitismo e le scene di violenza. Lui si difende appellandosi ai Vangeli.

«È il film più potente che abbia mai visto» ha detto il politologo Michael Novak. «Dal giorno in cui ho assistito alla sua proiezione, non sono riuscito a levarmelo dalla mente». Il film è uscito negli Usa appunto con la restrizione ai maggiori di 14 anni, per le scene cruente della crocifissione.

Il regista e i suoi successi
Una carriera costellata di successi. I personaggi interpretati da Mel Gibson rappresentano gli eroi e i modelli delle nuove generazioni: il ribelle superstite di Mad Max, alla ricerca di un mondo migliore; il detective di Arma Letale, concreto e determinato; il mitico Braveheart (William Wallace, che gli è valso l’Oscar): personaggi tutto d’un pezzo, forti e teneri, generosi e combattivi. Dopo Il patriota, che ha portato sugli schermi il più grande capitolo della storia del suo paese, Gibson si è misurato niente meno che con la figura di Gesù in The Passion of the Christ.

PERCHE' UN NUOVO FILM SU GESU'
Mel, che cosa l’ha spinta ha realizzare questo progetto?
«L’idea si è delineata gradualmente, da quando, verso i 35 anni, ho cominciato a indagare sulle radici della mia fede. Ho sempre creduto in Dio e alla sua esistenza. Ma verso i 30 anni stavo andando alla deriva e altre cose avevano preso il primo posto. A quel punto, mi sono reso conto che avevo bisogno di qualcosa di più, se volevo salvarmi. Sentii l’esigenza di fare una ricerca più approfondita del Vangelo, di ricostruire l’intera storia. È stato lì che l’idea ha cominciato a sfiorare la mia mente. Ho cominciato a vederla realisticamente, a ricrearla nella mia mente in modo che avesse un senso per me, così da esserne coinvolto. Questo è ciò che ho portato sullo schermo».
Sono stati girati già tanti film sulla vita di Cristo. Perché aggiungerne un altro?
«Non credo che gli altri film abbiano colto la forza reale di questa storia. O sono approssimativi nel racconto o hanno pessime colonne sonore. Questo film mostra la passione di Gesù Cristo proprio nel modo in cui è avvenuta. È come viaggiare indietro nel tempo e vedere gli eventi svolgersi esattamente come si sono svolti».
Come fa a essere sicuro che la sua versione sia così precisa?
«Racconto la storia così come è scritta nel Nuovo Testamento. Credo che il fatto, così come è realmente avvenuto, parli da solo. Il Vangelo è una sceneggiatura completa e questo è ciò che ho filmato».

UNA STORIA DI EROISMO
La sua specialità è l’azione, l’avventura, la storia d’amore. Perché ha deciso di fare un film religioso?
«Faccio quello che ho sempre fatto: raccontare storie. E nel linguaggio che conosco meglio: il cinema. Sono convinto che le storie più grandi siano storie di eroi. Le persone aspirano a qualcosa di superiore e indirettamente, attraverso l’eroismo, elevano in questo modo il loro spirito. Non esiste storia di eroismo più grande di questa, sull’amore più grande che si possa avere, cioè donare la propria vita per qualcuno. La Passione è la più grande storia di avventure di tutti i tempi. Dio che si fa uomo e gli uomini che lo uccidono. Se non è azione questa, niente lo è».
Chi vorrà vedere un film come questo?
«Credo che interessi tutti. La vicenda ha ispirato l’arte, la cultura, il comportamento, i governi, i regni, i paesi. Ha influenzato il mondo più di quanto si possa immaginare. È un evento cardine nella storia che ci ha resi ciò che oggi siamo. Credenti e non credenti, tutti ne siamo stati suggestionati.
Così tante persone sono alla ricerca del significato della vita e si fanno molte domande. Verranno cercando delle risposte, qualcuno le troverà, qualcun altro no».
Allora questo film non è solo per i cristiani?
«Gandhi è stato in cima alle classifiche dei film più noleggiati, ma non era un film solo per gli induisti. Il mio è per tutti, per credenti e non credenti, Gesù Cristo è, senza dubbio, una delle figure storiche più importanti di tutti i tempi. Citatemi una persona che ha avuto un impatto più grande sul corso della storia».

NON E' UN FILM CONTRO GLI EBREI

Ma se questo film mira a far rivivere il Vangelo, non risulterà offensivo per i non cristiani? Per esempio, il ruolo avuto dalle autorità ebraiche nella morte di Gesù.
«Questa non è una storia di ebrei contro cristiani. Gesù stesso era un ebreo, sua madre era un’ebrea e così lo erano i 12 apostoli. Come dice la Bibbia: “È venuto tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto”; e questo non si può nascondere. Ma questo non significa che i peccati del passato fossero peggiori dei peccati del presente. Cristo ha pagato il prezzo per i nostri peccati. La lotta tra bene e male e l’immenso potere dell’amore vengono prima della razza e della cultura. Questo film è sulla fede, sulla speranza, sull’amore e il perdono. Queste sono cose di cui il mondo potrebbe fare maggior uso, specialmente di questi tempi. Il film vuole infondere speranza, non offendere».
Alcune persone penseranno comunque che lei voglia imporre il suo credo agli altri. Non è così?
«Non ho inventato questa storia. L’unica cosa che io ho fatto è stata quella di credere a ciò che è scritto. È qualcosa che succede dentro di te e poi necessariamente si manifesta all’esterno. Io ho solo tentato di raccontarlo nel miglior modo possibile, meglio di quanto sia stato fatto finora. Quando hai a che fare con una storia realmente accaduta, è responsabilità del regista renderla il più accurata possibile. Chi ha una mentalità aperta la apprezzerà per quello che è».

SCENE DI CRUDA VIOLENZA
E le scene di violenza? Il pubblico non considererà inopportune quelle più realistiche?
«Per qualcuno sarà così, ma, dico io, questo è il modo in cui si sono verificati i fatti. Non c’è violenza senza motivo in questo film. Non credo comunque che sia adatto ai minori di 12 anni, a meno che non si tratti di un bambino molto maturo. È un film abbastanza forte. Penso che siamo stati abituati a vedere delle crocifissioni all’acqua di rose e che ci siamo dimenticati di quello che realmente avveniva. Sappiamo che Gesù è stato flagellato, che ha portato la sua croce, che gli sono stati messi dei chiodi alle mani e ai piedi, ma raramente ci soffermiamo a pensare cosa questo realmente significhi. Crescendo non mi sono reso conto di ciò che questo ha comportato per Cristo. Non mi sono reso conto di quanto deve essere stato duro. L’orrore di ciò che Gesù ha sofferto per la nostra redenzione non mi coinvolgeva realmente. Comprendere quello per cui è dovuto passare, anche solo a un livello umano, mi fa sentire non solo compassione, ma anche in debito: desidero ripagarlo, per quello che posso, per l’immensità del suo sacrificio».
Che dire della barriera linguistica? Lei ha girato in due lingue ormai morte, latino e aramaico. Non sarà un impedimento?
«Le pitture di Caravaggio non hanno i sottotitoli, ma la gente comprende il messaggio. Lo Schiaccianoci non ha i sottotitoli, ma la gente comprende il messaggio. Sono convinto che l’immagine supererà la barriera linguistica. È ciò che spero. C’è qualcosa di sorprendente nel vedere un film nel linguaggio originale. La realtà esce allo scoperto e ti prende, c’è un coinvolgimento completo. Ho fatto del mio meglio affinché lo spettatore abbia la sensazione di essere realmente presente».


Elisa & Maria Marotta

www.timeandmind.com