Il fil contro il pil: la felicità interna
lorda contro il prodotto interno lordo, la
serenità di una vita tranquilla e
a misura d’uomo contro lo stress di
un’esistenza trascorsa a produrre e
spendere. Da alcuni anni si dibatte su cosa
sia necessario alla popolazione di un Paese
per essere felice; economisti di vecchia
e nuova generazione riflettono sul rapporto
tra ricchezza e felicità, sostenendo
che se il reddito porta da un lato maggiori
opportunità e miglioramento delle
condizioni di vita, dall’altro è associato
ad un super lavoro che può avere effetti
negativi sulla persona, a partire dall’ambito
relazionale. Il pil, insomma, non basta:
la ricchezza, se supera una certa soglia,
fa più male che bene. Dobbiamo pensare
al benessere umano in termini più ampi.
Come si costruisce una società soddisfatta e felice è venuto a
raccontarcelo il Bhutan, Paese himalayano grande quanto la Svizzera, il cui re
Jigme Singye Wangchuk nel 1972, allora giovanissimo, decise di dare la priorità non
al pil ma al fil, convinto che il mantenimento delle tradizioni culturali e religiose,
la protezione dell’ambiente, un governo responsabile, uno sviluppo economico
sostenibile e l’annullamento della povertà fossero le carte vincenti
da giocare. Solo di recente sono stati inseriti anche l’istruzione e l’assistenza
sanitaria. E meno male, perché su questi fronti il Bhutan, come più volte
denunciano le organizzazioni umanitarie, è ancora indietro.
Nonostante le profonde contraddizioni, il piccolo Paese buddista ha però contribuito
in modo significativo a diffondere nel mondo la nuova “teoria” economica
basata sul concetto che ciò che più conta è di essere in
pace con l’ambiente e in armonia gli uni con gli altri. Teoria che sta
facendo breccia in un mondo occidentale - entrato da tempo nella pericolosa zona
del sovraconsumo – che ha scoperto di non essere felice.
E’ qui, dunque, che si inserisce il tema della “decrescita”,
di cui tanto si parla oggi. Tema non nuovo, a dire il vero, ma che sta tenendo
banco di fronte ai numerosi interrogativi sulla crescita economica illimitata,
le questioni energetica e ambientale e il mal di vivere sempre più diffuso.
Condivisibile nello spirito ma considerata da più parti “ingenua”,
la teoria sottolinea i rapporti di causa-effetto tra la crescita del pil e l'esaurimento
di risorse vitali, l'incremento esponenziale delle varie forme di inquinamento,
la progressiva devastazione degli ambienti naturali e storicamente antropizzati,
la disoccupazione, le guerre, il degrado sociale.
Occorre invertire la tendenza. E la sobrietà si pone come unica scelta
da contrapporre alla crescita illimitata, con il ripensamento di un modello di
produzione e consumo occidentale non più sostenibile basato sull’”economia
del superfluo” e la dittatura del pil, che per crescere impone un continuo
aumento della circolazione di merci (comprese le armi: pare che più della
metà del prodotto interno lordo in Italia provenga dalla speculazione
finanziaria e dalla produzione e commercio di merci nocive e pericolose...).
Campagne per la decrescita sono ormai avviate in tutto il mondo. Nato negli anni
sessanta da una riflessione critica sui presupposti dell'economia, il movimento
rimette in discussione le nozioni di crescita, povertà, bisogno, aiuto.
Serge Latouche, professore emerito di economia all'Università di Parigi, è autore
nel 2005 del “Manifesto del doposviluppo”, in cui sottolinea come
rimettere radicalmente in questione il concetto di sviluppo sia “la condizione
preliminare del sovvertimento politico, sociale e culturale. Il momento ci sembra
favorevole per uscire dalla semiclandestinità dove siamo stati relegati
finora”.
“Di fronte alla globalizzazione, che non è altro che il trionfo
planetario del mercato, bisogna concepire e volere una società nella quale
i valori economici non siano più centrali (o unici) - continua Latouche
-. L'economia dev'essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita
umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa folle corsa verso un
consumo sempre maggiore. Ciò non è solo necessario per evitare
la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra, ma anche e soprattutto
per fare uscire l'umanità dalla miseria psichica e morale. Si tratta di
una vera decolonizzazione del nostro immaginario e di una diseconomicizzazione
delle menti indispensabili per cambiare davvero il mondo prima che il cambiamento
del mondo ce lo imponga nel dolore. Bisogna cominciare con il vedere le cose
in altro modo perché possano diventare altre, perché sia possibile
concepire soluzioni veramente originali e innovatrici”.
La parola d'ordine della rete è dunque "resistenza e dissidenza",
come “atteggiamento mentale di rifiuto”, come “igiene di vita”.
Nel 1999 i francesi Vincent Cheynet e Bruno Clémentin creano l’associazione “Casseurs
de pub” (www.casseursdepub.org), ispirandosi ai canadesi di “Adbusters”,
promotori della “Giornata del non acquisto”. I due nel 2004 dettano
inoltre una sorta di decalogo, suggeriscono cioè alcuni comportamenti – un
po’ “drastici”, a dire il vero - da mettere in pratica quotidianamente.
Di decrescita si parla in Italia dal 2005: nasce il sito della Rete per la decrescita (www.decrescita.it)
che propone, accanto al “Manifesto del doposviluppo” di Serge Latouche,
alcuni dei contributi più significativi sul tema.
“Il benessere è necessario,
ma oltre un certo limite diventa un ostacolo.
Dietro la creazione di bisogni illimitati,
si nasconde una trappola”, scriveva
Gandhi. Non occorre aderire al movimento
della decrescita per rendersi conto che la
trappola è scattata. Ma quanti sono
disposti a fare propri stili di vita più consapevoli,
all’insegna della sobrietà,
senza per questo rinunciare alle conquiste
che fino ad oggi hanno realmente migliorato
la nostra vita? Nell’agosto 2006 papa
Benedetto XVI metteva in guardia dal troppo
lavoro, dai “pericoli di un’attività eccessiva,
qualunque sia la condizione e l’ufficio
che si ricopre, perché le molte occupazioni
conducono spesso alla durezza del cuore”.
E all’infarto.
Patrizia Spagnolo
Per
continuare a leggere il Dossier abbonati
subito a Dimensioni Nuove |