In questo numero
DECRESCERE PER SOPRAVVIVERE di Patrizia Spagnolo

 


Il fil contro il pil: la felicità interna lorda contro il prodotto interno lordo, la serenità di una vita tranquilla e a misura d’uomo contro lo stress di un’esistenza trascorsa a produrre e spendere. Da alcuni anni si dibatte su cosa sia necessario alla popolazione di un Paese per essere felice; economisti di vecchia e nuova generazione riflettono sul rapporto tra ricchezza e felicità, sostenendo che se il reddito porta da un lato maggiori opportunità e miglioramento delle condizioni di vita, dall’altro è associato ad un super lavoro che può avere effetti negativi sulla persona, a partire dall’ambito relazionale. Il pil, insomma, non basta: la ricchezza, se supera una certa soglia, fa più male che bene. Dobbiamo pensare al benessere umano in termini più ampi.
Come si costruisce una società soddisfatta e felice è venuto a raccontarcelo il Bhutan, Paese himalayano grande quanto la Svizzera, il cui re Jigme Singye Wangchuk nel 1972, allora giovanissimo, decise di dare la priorità non al pil ma al fil, convinto che il mantenimento delle tradizioni culturali e religiose, la protezione dell’ambiente, un governo responsabile, uno sviluppo economico sostenibile e l’annullamento della povertà fossero le carte vincenti da giocare. Solo di recente sono stati inseriti anche l’istruzione e l’assistenza sanitaria. E meno male, perché su questi fronti il Bhutan, come più volte denunciano le organizzazioni umanitarie, è ancora indietro.
Nonostante le profonde contraddizioni, il piccolo Paese buddista ha però contribuito in modo significativo a diffondere nel mondo la nuova “teoria” economica basata sul concetto che ciò che più conta è di essere in pace con l’ambiente e in armonia gli uni con gli altri. Teoria che sta facendo breccia in un mondo occidentale - entrato da tempo nella pericolosa zona del sovraconsumo – che ha scoperto di non essere felice.
E’ qui, dunque, che si inserisce il tema della “decrescita”, di cui tanto si parla oggi. Tema non nuovo, a dire il vero, ma che sta tenendo banco di fronte ai numerosi interrogativi sulla crescita economica illimitata, le questioni energetica e ambientale e il mal di vivere sempre più diffuso. Condivisibile nello spirito ma considerata da più parti “ingenua”, la teoria sottolinea i rapporti di causa-effetto tra la crescita del pil e l'esaurimento di risorse vitali, l'incremento esponenziale delle varie forme di inquinamento, la progressiva devastazione degli ambienti naturali e storicamente antropizzati, la disoccupazione, le guerre, il degrado sociale.
Occorre invertire la tendenza. E la sobrietà si pone come unica scelta da contrapporre alla crescita illimitata, con il ripensamento di un modello di produzione e consumo occidentale non più sostenibile basato sull’”economia del superfluo” e la dittatura del pil, che per crescere impone un continuo aumento della circolazione di merci (comprese le armi: pare che più della metà del prodotto interno lordo in Italia provenga dalla speculazione finanziaria e dalla produzione e commercio di merci nocive e pericolose...).
Campagne per la decrescita sono ormai avviate in tutto il mondo. Nato negli anni sessanta da una riflessione critica sui presupposti dell'economia, il movimento rimette in discussione le nozioni di crescita, povertà, bisogno, aiuto. Serge Latouche, professore emerito di economia all'Università di Parigi, è autore nel 2005 del “Manifesto del doposviluppo”, in cui sottolinea come rimettere radicalmente in questione il concetto di sviluppo sia “la condizione preliminare del sovvertimento politico, sociale e culturale. Il momento ci sembra favorevole per uscire dalla semiclandestinità dove siamo stati relegati finora”.
“Di fronte alla globalizzazione, che non è altro che il trionfo planetario del mercato, bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici non siano più centrali (o unici) -  continua Latouche -. L'economia dev'essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa folle corsa verso un consumo sempre maggiore. Ciò non è solo necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra, ma anche e soprattutto per fare uscire l'umanità dalla miseria psichica e morale. Si tratta di una vera decolonizzazione del nostro immaginario e di una diseconomicizzazione delle menti indispensabili per cambiare davvero il mondo prima che il cambiamento del mondo ce lo imponga nel dolore. Bisogna cominciare con il vedere le cose in altro modo perché possano diventare altre, perché sia possibile concepire soluzioni veramente originali e innovatrici”.
La parola d'ordine della rete è dunque "resistenza e dissidenza", come “atteggiamento mentale di rifiuto”, come “igiene di vita”. Nel 1999 i francesi Vincent Cheynet e Bruno Clémentin creano l’associazione “Casseurs de pub” (www.casseursdepub.org), ispirandosi ai canadesi di “Adbusters”, promotori della “Giornata del non acquisto”. I due nel 2004 dettano inoltre una sorta di decalogo, suggeriscono cioè alcuni comportamenti – un po’ “drastici”, a dire il vero - da mettere in pratica quotidianamente. Di decrescita si parla in Italia dal 2005: nasce il sito della Rete per la decrescita  (www.decrescita.it) che propone, accanto al “Manifesto del doposviluppo” di Serge Latouche, alcuni dei contributi più significativi sul tema.
“Il benessere è necessario, ma oltre un certo limite diventa un ostacolo. Dietro la creazione di bisogni illimitati, si nasconde una trappola”, scriveva Gandhi. Non occorre aderire al movimento della decrescita per rendersi conto che la trappola è scattata. Ma quanti sono disposti a fare propri stili di vita più consapevoli, all’insegna della sobrietà, senza per questo rinunciare alle conquiste che fino ad oggi hanno realmente migliorato la nostra vita? Nell’agosto 2006 papa Benedetto XVI metteva in guardia dal troppo lavoro, dai “pericoli di un’attività eccessiva, qualunque sia la condizione e l’ufficio che si ricopre, perché le molte occupazioni conducono spesso alla durezza del cuore”. E all’infarto.

Patrizia Spagnolo

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