Una favola di Esopo racconta: una
mosca caduta in una pentola di carne, si
consola: «Ho mangiato, ho bevuto, ho
fatto il bagno: cosa voglio di più?
Se muoio, pazienza!». Quanto è diffusa
questa mentalità tra i giovani «consumisti»?
Cosa fare per farli uscire dal fatalismo,
suscitare capacità critica, un minimo
di attenzione al futuro?
Desiderio e nostalgia
A volte ti pare di aver
perso la fede. Ma probabilmente l’hai
solo lasciata atrofizzare, senza preoccuparti
di farla rivivere.
«L’espressione “perdere la fede”, come se fosse una
borsa o un mazzo di chiavi, mi sembra sciocca - diceva il grande Georges
Bernanos -, perché non siamo noi che perdiamo la fede, ma è la
fede che smette di informare la nostra vita».
Certo molti pensieri e molti desideri profondi
e puliti attraversano inconsapevolmente
la tua anima. Ma quella gioiosa e serena
brezza che viene dalla fede non ti rende
semplicemente felice.
Con Dio a tu per tu
La scrittrice francese
Simone de Beauvoir racconta che da ragazza
risolse una volta per tutte il problema
dell’esistenza
di Dio. Si mise davanti a un orologio e
comandò a Dio di farsi vedere entro
cinque minuti. Dio naturalmente non obbedì,
e Simone decise, con tutta sicurezza, che
Dio non esisteva e non ci pensò più.
Il fatto può sembrare assurdo o
banale, ma non lo è. Il problema
di «continuare» a credere alla
tua età è importante e Simone
aveva voluto risolverlo drasticamente,
sfidando Dio.
Anche a te qualche volta sarà venuto
in mente: «Se Dio esiste, perché non
si fa vedere? Perché non fa giustizia
e non cambia il mondo?».
La svolta
per ripartire
Di fronte al problema di Dio e della fede,
non manca oggi chi scaccia il pensiero
come un argomento fastidioso e difficile.
E c’è anche chi ne parla in
tono scanzonato, quasi per nascondere con
una battuta la serietà del tema: «Io
Dio non l’ho visto, ma non mi dispiacerebbe
incontrarlo...». «Personalmente
non credo in Dio, ma se per caso dovesse
esistere, tanto meglio».
Probabilmente non hanno più avuto
l’occasione di riciclare e
dare un senso nuovo a quella fede che hanno
ricevuto da bambini e che oggi sembra difficile
da capire e da ritrovare.
«La Chiesa cattolica è una dimora dalle cento porte divine»,
afferma lo scrittore e giornalista inglese Gilbert K. Chesterton: «non
ci sono due convertiti che siano entrati dalla stessa porta». Spesso
riscopriamo la fede e ridiventiamo cristiani per strade diverse e impensate:
ogni maturazione che ci coinvolge davvero assume molte tonalità personali.
Ma tutte conducono a una trasformazione profonda, al bisogno di cancellare
le esperienze negative vissute per camminare in fretta verso la vita nuova.
Pur tra tanto benessere, manchiamo oggi
di molte cose di cui sentiamo l’esigenza.
La fede è la più importante,
perché è l’unica che
dia senso al resto, colore a tutto. Mentre
senza la fede le ombre diventano insostenibili. «È l’oscura
luce della fede che dà un po’ di
chiarore alle nostre notti, e le trasforma
in notti sante» (Karl Ralmer).
PUNTI FERMI CERCASI
I giovani «normali»
Tanti
tuoi amici, i cosiddetti «giovani
normali», spesso sono insensibili
e scontenti, privi di motivazioni e stimoli,
menefreghisti e indifferenti. Si direbbe
che chiedano soltanto di dar corso a tutte
le loro emozioni e di essere lasciati in
pace. Anche se essi stessi denunciano il
malessere della loro età. Un atteggiamento
disinvolto e sgangherato, che a ben vedere
maschera il disagio.
Pieni di contraddizioni
Chi punta la lente
sui giovani, li scopre pieni di contraddizioni.
Vogliono vivere sempre più a lungo
in famiglia; fumano anche se fa male, ma
non sopportano chi si droga e vorrebbero
colpire duramente gli spacciatori; sono indifferenti
alle istituzioni e alla politica, schiavi
di e-Pod, di computer e telefonini.
Perché si vive
e come si deve vivere?
Un vuoto però che la società si
affretta a riempire. Andrea: «Cresce
il consumo che non ti pone troppe domande,
un modello di realizzazione di sé a
portata di mano. Sappiamo descriverci,
parlare di noi. Siamo a volte incastrati
in personaggi tutti psicologici, spesso
costruiti con la complicità di amici
e genitori. Manca un discorso personale,
affettuoso e non psicologico, che sia una
chiamata a lavorare e a investire la propria
vita in modo bello e generoso. Chi prende
a giornata questi giovani d’oggi?
Più volte mi sono chiesto: “Cosa
devo fare in questa vita? Perché si
vive e come si deve vivere?”. Di
solito di fronte a questi dubbi mi estraniavo
accendendo la radio e non pensandoci più.
Ma sono soddisfatto? No! Vorrei fare qualcosa
di più, ma non so neanche io cosa.
Forse qualcuno conosce il suo fine, il
motivo per cui è nato?».
Alla ricerca di senso
Celeste, una ragazza
alla vigilia della maturità, ogni giorno che passa
sente venir meno la voglia di reagire:
non riesce a parlare, ad arrabbiarsi, a
gridare e neanche a piangere. Afferma di
essere caduta nel vuoto, non trova più una
ragione per lottare. Dice: «La verità è che
io sono sempre stata malata di solitudine
e di carenza affettiva; solo che prima
lo nascondevo bene, adesso non ho la forza
di farlo».
Cesare Martino dell’Università Lateranense,
a un convegno sul tema «I giovani
di Roma tra fede e indifferenza» ha
parlato della solitudine giovanile e del
silenzio giovanile: «Vi sono luoghi
di ritrovo giovanili assordanti con un
frastuono che copre il silenzio per alcuni
versi, un silenzio di protesta contro le
parole vane, i luoghi comuni, i modi di
dire e di fare che stancamente si ripetono.
La solitudine giovanile nasce dalla percezione
di non essere riconosciuti e amati, ma
solo intrattenuti per motivi occasionali,
per scopi minimi, per qualche cosa che è provvisorio:
per una gita, per un compito in classe,
per una serie di episodi slegati dalla
vita cui è difficile assegnare un
senso unitario». E questo nel disagio
di una crescente complessità della
vita, delle strutture sociali, nell’inadeguatezza
di ciò che si riceve in termini
educativi per poterli affrontare.
Il disorientamento
Qualcuno ha già gettato la spugna
e cerca di mimetizzarsi, quasi scomparire
dal mondo, prendere le distanze dalle miserie
di ogni giorno, fuggire dalla vita. Nicola
ha chiesto pubblicamente «scusa per
essere nato»: « Vorrei vedere
un po’ più in là, capire
un po’ meglio, scendere a vivere.
Chiedo vita, ma che grigiore! Sembra che
questa mia vita sia il mio lavoro, il mio
successo, quello che farò, non ciò che
sono, ciò che sarò. Mi accorgo
che viviamo alla giornata, campiamo a morire,
senza disegni. Siamo impantanati in quest’ossessione
ritmica da discoteca, da rock volgare».
Umberto De Vanna
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