Alessandro Roncaglio ha 79 anni e abita a
Torino, nel quartiere di Mirafiori. Al parco
Colonnetti, nello stesso quartiere, nel 1985 è stato
inaugurato un piccolo campo della pace, per
ricordare i caduti di Boves, quelli di Cefalonia,
quelli del Martinetto, ma anche i morti più recenti
nelle troppe guerre più recenti. Tanti
ragazzi. Ragazzi che testimoniano come
una sola guerra sia una guerra di troppo.
All’inaugurazione del campo della pace è intervenuto anche Primo
Levi, il quale è morto l’anno successivo. È morto “di
lager” a distanza di più di quarant’anni. Il campo della pace
c’è tuttora. Si trova pressappoco nell’area in cui (al tempo
della seconda guerra mondiale) c’era un campo di aviazione, usato (dopo
l’8 settembre del ’43) dagli occupanti tedeschi. L’area è contigua
con via Artom, che si chiama così perché proprio in quella zona
(il posto preciso non si sa) è stato sepolto Emanuele Artom, un ebreo
antifascista catturato in Val Pellice e trucidato dopo tredici giorni di torture.
Il
piccolo monumento di bronzo che c’è al
campo della pace l’ha realizzato Alessandro
Roncaglio. Non è un caso, perché lui è un
fabbro provetto, ma soprattutto perché è uno
che ha il diritto di testimoniare sulla
guerra e sulla pace. Infatti a 17 anni è stato
deportato a Mauthausen.
Vita da ragazzo
La famiglia di Alessandro veniva da Soncino, vicino a Cremona. A Soncino il papà Giovanni
era “indesiderato” fin dal 1922 perché era antifascista. Così lui,
la moglie e i figli piccoli erano emigrati dal 1929 a Torino, dove vivevano (assieme
a molte altre famiglie) alla Regia Nave, una vecchia grande cascina in via Vigliani,
la cui forma (dal piano stradale più in alto) ricordava un nave.
Alessandro ricorda così la sua vita di scuola alla elementare “Re
Umberto I” di piazza Bengasi: Il sottoscritto ha recuperato la
penna dopo molti anni, perché prima gli era un po’ antipatica. Il
curriculum della mia scuola elementare si è svolto in modo un po’ particolare
seguendo una certa numerazione: infatti, secondo la mia logica, la prima elementare
si doveva fare in un solo anno, la seconda in due anni e la terza in tre e fu
così che all’età di 12 anni mi trovai in quarta elementare,
che io ritenni superflua, tanto è vero che mi rimboccai le maniche e mi
avviai al lavoro. Per dire il vero Alessandro continuò ad avviarsi
al lavoro, perché fin da bambino (prima delle ore di scuola) andava a
scaricare le casse ai mercati generali.
Nel tempo libero (poco), i giochi di ragazzi: per
noi un bastone diventava una spada, un ferro
della vecchia palizzata del dazio si trasformava
in una freccia e tutti nuovi ragazzi della
via Pal si andava a conquistare la montagnola,
un fosso, portando scompiglio tre le rane.
Dalle finte lotte tra gruppi di case e di
cascine, con arresti e scambi di prigionieri
fittizi, avevamo appreso quel senso di eroismo
di giovani: a volte troppo generosi
e troppo educati.
Vita da ragazzo in tempo
di guerra
La guerra naturalmente cambiò tutto: anche quella vita di ragazzi senza
pretese e con tanti valori. Al tempo dell’8 settembre 1943 (quando fu firmato
l’armistizio con gli Alleati, l’esercito italiano fu lasciato allo
sbando e i tedeschi divennero truppe d’occupazione), Alessandro lavorava
in una fabbrica metalmeccanica (la Morando) e aiutava i suoi genitori che avevano
l’appalto di lavanderia al campo d’aviazione. I nostri soldati
in parte ritornarono ai loro paesi, in parte si diedero alla fuga sulle alture,
facendo la vita “ribelle”, ed in parte si arruolarono nell’esercito
della repubblica sociale,* brigate
nere, X M.A.S.. Ai bombardamenti degli anglo-americani, alle sevizie dei nazisti,
rappresaglie, deportazioni nei lager, lavori inumani, si aggiunse la guerra fratricida… Alessandro
collaborava alla lotta di liberazione: conosceva benissimo il campo volo, perché prendeva
le ceste di biancheria da lavare e le riportava... Perciò riusciva a sabotare
i “responsabili di morte più diretta”: i bimotore da bombardamento
tedeschi.
Un domenica mattina, il 14 gennaio 1945, la mamma era andata a messa in via Passo
Buole e, al suo ritorno alla Regia Nave, trovò una mitragliatrice della
X M.A.S. e un autocarro, sul quale venivano fatti salire Alessandro e suo padre.
Assieme ad altri parenti impegnati nella Resistenza, padre e figlio Roncaglio
vennero infine portati alle carceri in via Asti, dove si trovarono assieme a
diversi altri che entro pochi giorni sarebbero stati giustiziati.**
Vita da ragazzo in lager
Alessandro e suo padre subirono una sorta di processo-farsa e furono dichiarati
innocenti quanto all’accusa di banda armata. Innocenti, furono portati
in tram (il numero 21) al comando tedesco e consegnati ai nazisti. Il 24 gennaio
iniziarono entrambi il viaggio verso il campo di sterminio. Non c’è logica
in tutto questo, ma nella violenza dell’uomo contro l’uomo non c’è mai
logica.
Alessandro ha raccontato la sua storia e anche la sua vita in lager in uno splendido
libro che si intitola 106 giorni (il tempo della sua permanenza a Mauthausen)***. È un
libro che vale la pena di leggere e che deve essere letto così com’è,
perché è la storia di un ragazzo che diventa uomo nella più assurda
e atroce delle esperienze, costretto a una fatica insostenibile e senza senso,
consapevole di quanti morivano intorno e vicino a lui. Un ragazzo che riesce,
nonostante tutto, a mantenere dignità e saldezza di valori.
Ad un certo momento, in lager, Alessandro venne a sapere che il padre si trovava
nella sua stessa baracca. Ogni baracca, però era divisa in due parti,
tra le quali non c’era modo di comunicare. Il padre era ormai estenuato
dal campo di sterminio. Una sera, come un automa, Alessandro si trova davanti
al “Vasceram” (lavatoio): con un nodo alla gola, guardai quel mucchio
di cadaveri destinati al crematorio, poi scoppiai in pianto dirotto e inconsolabile.
Mi sentii toccare la spalla, e un compagno mi disse: “Vieni, Sandro, ti
fa male star qui”, poi mi accompagnò in baracca.
Alla fine dei 106 giorni, giunse anche la liberazione. Alcuni dei carnefici erano
ancora lì e su di loro si sarebbe potuta sperimentare la vendetta. Ma
racconta Roncaglio: ci vedemmo scheletriti ma ci sentimmo uomini. Dentro
di noi palpitava l’anima che ci proibiva di metterci allo stesso livello
dei nostri torturatori: sentimmo la nostra dignità che chiudeva con fierezza
alla violenza, che spezzava la scala della violenza, la catena della vendetta.
Non scendemmo al livello del crimine; il desiderio di libertà e di liberazione
dallo straniero, che ci aveva fatto dei deportati, riaffiorò nel nostro
spirito desideroso di giustizia, ma non di inciviltà: la nausea del delitto
ci aveva sempre più attaccato inspiegabilmente al senso di giustizia con
cui punire chi ha sbagliato, ma non ucciderlo.
Vita da uomo in mezzo ai ragazzi
Dopo la liberazione il difficile ritorno, l’incontro con la mamma sul ponte
della ferrovia vicino alla Regia Nave, il vuoto per il padre rimasto (come molti
milioni di altri) nella notte e nella nebbia. Difficile anche il reinserimento
nella Torino stremata dalla guerra e dal male: la mia coscienza mi poneva
su di un piedistallo non solo di innocenza ma di benemerenza politica e sociale.
Invece ero umiliato da freddezza ed apatia: addirittura il mio nome era diventato “Mauthausen” pronunciato
spesso con scherno e in tono canzonatorio. Di qui (e dal ricordo che la
notte e la nebbia non ha cancellato) l’impegno a testimoniare sempre.
Così Alessandro fa il fabbro, si sposa, ha tre figli, alcuni nipoti e
non smette mai di raccontare. Racconta senza astio e con vivacità, ragazzo
tra i ragazzi che incontra nelle scuole e nel quartiere. Viene perfino invitato
al Maurizio Costanzo Show (un posto dove si raccontano tutti quanti)
e ci rimane malissimo, perché la sua storia viene fatta passare come una
storia di dolore e invece è una storia di vita e di valori. Di valori
di cui dare testimonianza. Ancora adesso, a distanza di 61 anni, quando le voci
sono molto meno numerose e meno forti. Quando purtroppo sono sempre di meno quelli
che hanno voglia di ascoltare.
Alessandro fonda un centro di documentazione:
non è un museo, è un salone
nel sotterraneo di una grossa scuola, in
cui sono raccolte storie di vita. Storie
di vita nel lager e oltre. Qui Alessandro
incontra i ragazzi, racconta la Storia (quella
che non si può dimenticare) e, magari,
mangia con gli studenti una pizza, scherza
e canta una canzone. Forse non canta più così bene
come quando era ragazzo alla Regia Nave,
ma importa poco. Ha ancora molto di dire
e ancora molto da fare.
Si può scrivere ad Alessandro
Roncaglio per chiedergli testimonianza:
Associazione C.C.D.R. (Centro Culturale
Deportazione Resistenza)
Strada Castello Mirafiori, 45
10135 TORINO
* La repubblica
sociale è il governo
fascista, collaborazionista con i tedeschi,
nella parte d’Italia occupata.
** Le
persone che si trovarono in via Asti
con Alessandro e con suo padre e che
furono giustiziate dai nazifascisti
sono ricordate a Torino come “martiri
del Martinetto”.
*** Alessandro
Roncaglio, 106 giorni, Torino,
Lighea, 1994 (da cui sono state tratte
le testimonianze in corsivo). Non è un
libro stampato, ma fotografato. Alessandro
ha voluto che fosse pubblicato come l’aveva
scritto lui, a mano e con tutte le sue
scelte ortografiche, anche quelle più “personali”.
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