Era il 16 luglio del 1945. Nel New Messico
(Usa) fu fatta esplodere, alle ore 5 e 20
minuti del mattino, la prima bomba atomica
sperimentale, che fu soprannominata Trinity (mentre
i tecnici la chiamavano familiarmente il “gingillo”).
Il fisico americano Robert Oppenhaimer, a
capo del progetto Manhattan, disse,
appena vide l’esplosione: «Sono
diventato la morte». Le bombe successive
saranno terrificanti per l’umanità:
meno di un mese dopo, una bomba all’uranio
e una al plutonio furono lanciate rispettivamente
su Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto).
A distanza di 60 anni le conseguenze, legate
alla radioattività, di quell’atto
di guerra, tuttora, si accaniscono e infieriscono
contro i corpi dei sopravvissuti e dei loro
discendenti.
Un Nobel contro l’atomica
Ricorrendo
il sessantesimo anniversario del lancio dell’atomica contro il Giappone,
nei primi di ottobre del 2005 il Comitato
norvegese del Premio Nobel aveva fatto sentire
la sua voce in proposito. Il premio Nobel
per la Pace è stato assegnato a Mohammed
El Baradei, e a un ente dell’Onu di
cui quest’uomo è responsabile
dal 1997: l’Aiea (Agenzia internazionale
per l’energia atomica).
Un impegno istituzionale e diplomatico
contro le armi atomiche
El Baradei,
diplomatico egiziano di 63 anni (che probabilmente
succederà a Kofi
Annann alla guida dell’Onu), ha avuto
il merito di essersi impegnato nella denuclearizzazione
della Corea del Nord e a persuadere l’Iran
di non avventurarsi verso il baratro della
costruzione di armi atomiche. El Baradei
aveva inoltre, nel 2002, fatto pressioni
alla Casa Bianca affinché non venisse
intrapreso alcun intervento militare contro
l’Iraq prima che gli ispettori delle
Nazioni Unite non avessero constatato di
persona se Saddam Hussein stesse o no preparando
ordigni nucleari o, almeno, l’esistenza
di arsenali di armamenti bio-chimici. Quando
il premio Nobel gli fu consegnato, lo speaker
ufficiale lo motivò con queste parole: «Per
gli sforzi dedicati a prevenire l’uso
a scopi militari dell’energia nucleare
e per lo sforzo di assicurare che l’energia
atomica per scopi pacifici venga utilizzata
nel più sicuro modo possibile».
Quest’obiettivo stava tanto a cuore
anche a uno degli scienziati, “padri” della
bomba atomica: Enrico Fermi.
Il Trattato di non proliferazione
Nel maggio del 2005 i Paesi del mondo si
sono rincontrati per una revisione del patto
di non proliferazione nucleare, che risale
al 1968. Ma l’esito
della riunione planetaria è stato scoraggiante. Non sono stati presi
ancora accordi decisivi, destando ansia e preoccupazione all’Onu. Attualmente
sono cinque le potenze nel mondo che hanno ammesso di possedere armi nucleari
e hanno siglato il Trattato di non proliferazione, a cui hanno partecipato,
firmandolo, 188 Paesi: Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina. Tre i Paesi
che hanno la bomba atomica, ma non hanno firmato il Trattato: Israele, India
e Pakistan. Sono due gli Stati di cui si sospetta la produzione bellica legata
all’energia atomica: Corea del Nord (si teme che disponga già di
15 testate atomiche) e Iran. Entrambi i Paesi avrebbero fatto sapere al mondo
che mai rinunceranno all’opportunità di fabbricare e possedere
un proprio deterrente nucleare. L’ambiguità di quelle affermazioni
sta nella possibilità reale che l’interesse sia più verso
l’uso militare che verso l’uso civile del nucleare.
L’atomica
in mano ai terroristi
Il
massimo coordinatore delle Nazioni Unite,
Kofi Annan, ha comunque pubblicamente espresso
in tempi recenti, durante uno degli ultimi
vertici delle Nazioni Unite, la sua viva
preoccupazione circa il fatto che l’Onu
abbia praticamente rinunciato «a occuparsi
della questione della proliferazione nucleare,
di certo la minaccia più seria che
ci troveremo a dove fronteggiare nell’immediato
futuro, visto il pericolo che le armi nucleari
potrebbero rappresentare in mano ai terroristi».
Riguardo al problema degli armamenti atomici
anche papa Benedetto XVI è intervenuto
con una certa apprensione. Nel discorso tenuto
il 1° gennaio del 2006, in occasione
della giornata mondiale della Pace, ha fatto
un riferimento forte a che i governi si impegnino
per «un progressivo e concordato disarmo
nucleare», rivolgendosi sia agli Stati «che
in modo dichiarato od occulto possiedono
armi nucleari», sia a «quelli
che intendono procurarsele», e ha sollecitato
il rilancio «in maniera convinta e
congiunta» pure del disarmo convenzionale.
L’obiettivo caro al Papa è che
gli investimenti per gli armamenti siano
invece destinati agli aiuti per i Paesi poveri.
Le testate nucleari sparse nel pianeta
Si
contano oltre 27 mila ordigni nucleari, disseminati
qua e là sul pianeta,
secondo stime aggiornatissime (fornite dal Bulletin
of the atomic scientist). Gli arsenali
sono stracolmi. In particolare i magazzini
più forniti e traboccanti sono situati
in Usa e in Russia. Dal 1945 a oggi sono
state confezionate in tutto il mondo 128
mila testate nucleari. Il 55% di esse appartiene
all’America; il 43% alla Russia. Il
restante 2% a pochi altri Paesi. Finora un
solo Stato ha avuto il coraggio o l’onore
di uscire dal Club delle potenze nucleari:
il Sudafrica.
Russia e America:
non più giochi
pericolosi
Gli Stati Uniti, entro
il 2012, si sono impegnati a ridurre il loro
arsenale a 6mila testate pronte all’uso. Di queste, 4530 sono
testate nucleari strategiche; 780 sono invece
tattiche. Un po’ più di 5mila
non sono immediatamente operative: molte
sono tenute di riserva e molte altre sono
state smantellate. Adesso come adesso gli
Usa dispongono di un armamento nucleare pari
a 10.350 bombe atomiche. Da parte della Russia
il quantitativo delle armi nucleari ammonta
a 16mila testate, di cui sono effettivamente
operative 7200 unità, tra le quali
3800 sono strategiche. Non più utilizzabili
3400 testate, di altre (5400) non si sa bene
che fine abbiano o che fine abbiano fatto.
Probabilmente sono ritenute di riserva o
sono state smantellate.
Il nucleare in Europa
Le testate che fanno capo alla Francia sono
in tutto 288, installate su 4 sottomarini
nucleari, caricati con una sessantina di
missili nucleari, pronti per essere lanciati
dagli aerei cacciabombardieri Mirage.
La Gran Bretagna ha a disposizione, invece,
quasi 200 testate operative, anch’esse
imbarcate su 4 sottomarini, mentre sono stati
esclusi dall’utilizzo militare tutti
gli aeroplani in grado di trasportare missili
nucleari.
Il nucleare
in Cina e in altre parti dell’Asia
e Medio Oriente
La
Cina si trova in possesso di circa 400 testate
atomiche, di cui 120 strategiche. I missili
di cui dispone la potenza asiatica sono tutti
con basi a terra; gli esperimenti nucleari
militari eseguiti sinora su sottomarini,
infatti, si sono rivelati fallimentari. Ma
non è possibile una conoscenza esatta
dell’armamento nucleare cinese, data
la ritrosia di Pechino a dare comunicazioni
in materia. Ritrosia e riservatezza caratterizzano
anche la politica militare di Israele: pare
che Israele disponga dalle 75 alle 200 testate.
Alcune di uso tattico, altre a bordo di aerei,
altre installate su missili. L’India
e il Pakistan, infine, dispongono di un armamento
nucleare rispettivamente individuato in 60
testate missilistiche e aviotrasportabili
il primo, mentre il secondo ne possiede sino
a 25 quasi tutte a bordo di aerei.
Nicola Di Mauro
Ore
8 e 16 minuti del 6 agosto 1945:
Hiroshima è bombardata.
L’ordigno nucleare, denominato Little
Boy, è stato lanciato da
un B-29 (chiamato Enola Gay),
comandato dal colonnello Paul Tibbets
(ancora in vita), a capo di un equipaggio
di 11 uomini. Little Boy pesava 4 mila
e 400 kili ed era lunga 3 metri; dotata
di una potenza esplosiva superiore
a 15 mila tonnellate di tritolo. Furono
trucidate in un istante: 70 mila abitanti
(87 mila, secondo le stime fatte allora
dal governo nipponico). Il fungo successivo
al lancio e allo scoppio si elevò nel
cielo fino a un’altezza di 13
mila km. Ed era visibile a occhio nudo
a più di 500 km di distanza.
Il 9 agosto toccava identica sorte
a Nagasaki. La bomba, battezzata con
il soprannome di Fat man (la
sua forma ricordava le fattezze di
Wiston Churchill), prima di essere
sganciata diede qualche pensiero ai
piloti americani. Il carburante infatti
sembrava risultare agli sgoccioli.
L’obiettivo iniziale era la città di
Kokura. Ma nuvole e fumo ne impedirono
l’avvistamento. Approfittando
di una schiarita, i piloti americani
decisero di lanciare la bomba sul primo
centro abitato che avrebbero localizzato:
e fu avvistata Nagasaki. Il 15 agosto
del 1945 il Giappone firmava la resa
incondizionata, determinando così la
fine della seconda guerra mondiale.
4 mesi dopo le vittime dell’esplosione
atomica salirono a oltre 140 mila.
Il numero superò poi le 200
mila vittime. Cifra destinata a crescere
ancora nel corso degli anni e decenni
successivi. Ancora oggi, si contano
numerose vittime delle radiazioni,
e sono i discendenti dei sopravvissuti.
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