In questo numero
ATOMO DA PAURA di Nicola Di Mauro

Sembrava un’angoscia archiviata.
Terminata la guerra fredda,
il ricatto atomico pareva essere
passato alla storia.
Invece, dopo solo alcuni anni
 l’umanità torna ancora una volta
a guardare l’abisso dell’orrore nucleare.


Era il 16 luglio del 1945. Nel New Messico (Usa) fu fatta esplodere, alle ore 5 e 20 minuti del mattino, la prima bomba atomica sperimentale, che fu soprannominata Trinity (mentre i tecnici la chiamavano familiarmente il “gingillo”). Il fisico americano Robert Oppenhaimer, a capo del progetto Manhattan, disse, appena vide l’esplosione: «Sono diventato la morte». Le bombe successive saranno terrificanti per l’umanità: meno di un mese dopo, una bomba all’uranio e una al plutonio furono lanciate rispettivamente su Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto). A distanza di 60 anni le conseguenze, legate alla radioattività, di quell’atto di guerra, tuttora, si accaniscono e infieriscono contro i corpi dei sopravvissuti e dei loro discendenti.

Un Nobel contro l’atomica

Ricorrendo il sessantesimo anniversario del lancio dell’atomica contro il Giappone, nei primi di ottobre del 2005 il Comitato norvegese del Premio Nobel aveva fatto sentire la sua voce in proposito. Il premio Nobel per la Pace è stato assegnato a Mohammed El Baradei, e a un ente dell’Onu di cui quest’uomo è responsabile dal 1997: l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica).

Un impegno istituzionale e diplomatico contro le armi atomiche
El Baradei, diplomatico egiziano di 63 anni (che probabilmente succederà a Kofi Annann alla guida dell’Onu), ha avuto il merito di essersi impegnato nella denuclearizzazione della Corea del Nord e a persuadere l’Iran di non avventurarsi verso il baratro della costruzione di armi atomiche. El Baradei aveva inoltre, nel 2002, fatto pressioni alla Casa Bianca affinché non venisse intrapreso alcun intervento militare contro l’Iraq prima che gli ispettori delle Nazioni Unite non avessero constatato di persona se Saddam Hussein stesse o no preparando ordigni nucleari o, almeno, l’esistenza di arsenali di armamenti bio-chimici. Quando il premio Nobel gli fu consegnato, lo speaker ufficiale lo motivò con queste parole: «Per gli sforzi dedicati a prevenire l’uso a scopi militari dell’energia nucleare e per lo sforzo di assicurare che l’energia atomica per scopi pacifici venga utilizzata nel più sicuro modo possibile». Quest’obiettivo stava tanto a cuore anche a uno degli scienziati, “padri” della bomba atomica: Enrico Fermi.

Il Trattato di non proliferazione
Nel maggio del 2005 i Paesi del mondo si sono rincontrati per una revisione del patto di non proliferazione nucleare, che risale al 1968. Ma l’esito della riunione planetaria è stato scoraggiante. Non sono stati presi ancora accordi decisivi, destando ansia e preoccupazione all’Onu. Attualmente sono cinque le potenze nel mondo che hanno ammesso di possedere armi nucleari e hanno siglato il Trattato di non proliferazione, a cui hanno partecipato, firmandolo, 188 Paesi: Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina. Tre i Paesi che hanno la bomba atomica, ma non hanno firmato il Trattato: Israele, India e Pakistan. Sono due gli Stati di cui si sospetta la produzione bellica legata all’energia atomica: Corea del Nord (si teme che disponga già di 15 testate atomiche) e Iran. Entrambi i Paesi avrebbero fatto sapere al mondo che mai rinunceranno all’opportunità di fabbricare e possedere un proprio deterrente nucleare. L’ambiguità di quelle affermazioni sta nella possibilità reale che l’interesse sia più verso l’uso militare che verso l’uso civile del nucleare.

L’atomica in mano ai terroristi
Il massimo coordinatore delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha comunque pubblicamente espresso in tempi recenti, durante uno degli ultimi vertici delle Nazioni Unite, la sua viva preoccupazione circa il fatto che l’Onu abbia praticamente rinunciato «a occuparsi della questione della proliferazione nucleare, di certo la minaccia più seria che ci troveremo a dove fronteggiare nell’immediato futuro, visto il pericolo che le armi nucleari potrebbero rappresentare in mano ai terroristi». Riguardo al problema degli armamenti atomici anche papa Benedetto XVI è intervenuto con una certa apprensione. Nel discorso tenuto il 1° gennaio del 2006, in occasione della giornata mondiale della Pace, ha fatto un riferimento forte a che i governi si impegnino per «un progressivo e concordato disarmo nucleare», rivolgendosi sia agli Stati «che in modo dichiarato od occulto possiedono armi nucleari», sia a «quelli che intendono procurarsele», e ha sollecitato il rilancio «in maniera convinta e congiunta» pure del disarmo convenzionale. L’obiettivo caro al Papa è che gli investimenti per gli armamenti siano invece destinati agli aiuti per i Paesi poveri.

Le testate nucleari sparse nel pianeta
Si contano oltre 27 mila ordigni nucleari, disseminati qua e là sul pianeta, secondo stime aggiornatissime (fornite dal Bulletin of the atomic scientist). Gli arsenali sono stracolmi. In particolare i magazzini più forniti e traboccanti sono situati in Usa e in Russia. Dal 1945 a oggi sono state confezionate in tutto il mondo 128 mila testate nucleari. Il 55% di esse appartiene all’America; il 43% alla Russia. Il restante 2% a pochi altri Paesi. Finora un solo Stato ha avuto il coraggio o l’onore di uscire dal Club delle potenze nucleari: il Sudafrica.

Russia e America: non più giochi pericolosi
Gli Stati Uniti, entro il 2012, si sono impegnati a ridurre il loro arsenale a 6mila testate pronte all’uso. Di queste, 4530 sono testate nucleari strategiche; 780 sono invece tattiche. Un po’ più di 5mila non sono immediatamente operative: molte sono tenute di riserva e molte altre sono state smantellate. Adesso come adesso gli Usa dispongono di un armamento nucleare pari a 10.350 bombe atomiche. Da parte della Russia il quantitativo delle armi nucleari ammonta a 16mila testate, di cui sono effettivamente operative 7200 unità, tra le quali 3800 sono strategiche. Non più utilizzabili 3400 testate, di altre (5400) non si sa bene che fine abbiano o che fine abbiano fatto. Probabilmente sono ritenute di riserva o sono state smantellate.

Il nucleare in Europa
Le testate che fanno capo alla Francia sono in tutto 288, installate su 4 sottomarini nucleari, caricati con una sessantina di missili nucleari, pronti per essere lanciati dagli aerei cacciabombardieri Mirage. La Gran Bretagna ha a disposizione, invece, quasi 200 testate operative, anch’esse imbarcate su 4 sottomarini, mentre sono stati esclusi dall’utilizzo militare tutti gli aeroplani in grado di trasportare missili nucleari.

Il nucleare in Cina e in altre parti dell’Asia e Medio Oriente 
La Cina si trova in possesso di circa 400 testate atomiche, di cui 120 strategiche. I missili di cui dispone la potenza asiatica sono tutti con basi a terra; gli esperimenti nucleari militari eseguiti sinora su sottomarini, infatti, si sono rivelati fallimentari. Ma non è possibile una conoscenza esatta dell’armamento nucleare cinese, data la ritrosia di Pechino a dare comunicazioni in materia. Ritrosia e riservatezza caratterizzano anche la politica militare di Israele: pare che Israele disponga dalle 75 alle 200 testate. Alcune di uso tattico, altre a bordo di aerei, altre installate su missili. L’India e il Pakistan, infine, dispongono di un armamento nucleare rispettivamente individuato in 60 testate missilistiche e aviotrasportabili il primo, mentre il secondo ne possiede sino a 25 quasi tutte a bordo di aerei.

Nicola Di Mauro

Ore 8 e 16 minuti del 6 agosto 1945: Hiroshima è bombardata. L’ordigno nucleare, denominato Little Boy, è stato lanciato da un B-29 (chiamato Enola Gay), comandato dal colonnello Paul Tibbets (ancora in vita), a capo di un equipaggio di 11 uomini. Little Boy pesava 4 mila e 400 kili ed era lunga 3 metri; dotata di una potenza esplosiva superiore a 15 mila tonnellate di tritolo. Furono trucidate in un istante: 70 mila abitanti (87 mila, secondo le stime fatte allora dal governo nipponico). Il fungo successivo al lancio e allo scoppio si elevò nel cielo fino a un’altezza di 13 mila km. Ed era visibile a occhio nudo a più di 500 km di distanza. Il 9 agosto toccava identica sorte a Nagasaki. La bomba, battezzata con il soprannome di Fat man (la sua forma ricordava le fattezze di Wiston Churchill), prima di essere sganciata diede qualche pensiero ai piloti americani. Il carburante infatti sembrava risultare agli sgoccioli. L’obiettivo iniziale era la città di Kokura. Ma nuvole e fumo ne impedirono l’avvistamento. Approfittando di una schiarita, i piloti americani decisero di lanciare la bomba sul primo centro abitato che avrebbero localizzato: e fu avvistata Nagasaki. Il 15 agosto del 1945 il Giappone firmava la resa incondizionata, determinando così la fine della seconda guerra mondiale. 4 mesi dopo le vittime dell’esplosione atomica salirono a oltre 140 mila. Il numero superò poi le 200 mila vittime. Cifra destinata a crescere ancora nel corso degli anni e decenni successivi. Ancora oggi, si contano numerose vittime delle radiazioni, e sono i discendenti dei sopravvissuti.

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