Il ritorno della Cina tra le grandi potenze
appare come il fatto più importante
del nuovo secolo. La Cina contemporanea ingloba
nella sua cultura millenaria la modernità materialista
occidentale. La realtà che ne scaturisce è di
difficile comprensione, nonostante si stiano
intensificando gli studi sulla Cina. Il suo
risveglio, se ci affascina per la sua vitalità specialmente
economica, nello stesso tempo, ci turba per
la sfida che ci obbliga ad affrontare. Il
Dragone rosso è incantato e ossessionato
dalla modernizzazione, perché non
sa se, e fino a quando, sarà in grado
di continuare a crescere. Oggi la Cina al
centro della globalizzazione è consapevole
delle grandi opportunità che ha davanti,
ma teme di non avere il tempo per realizzare
ciò che vorrebbe. L’attuale
regime cinese autoritario e liberista governa
riuscendo a coniugare il comunismo con il
capitalismo, una formula inaugurata da Deng
Xiaoping alla fine degli anni ’70.
Non è possibile al momento capire
cosa avverrà in Cina, se vi sarà un
inasprimento totalitario oppure una svolta
democratica.
Pcc: il nuovo imperatore
Il primo periodo del dominio comunista
in tutta la Cina è caratterizzato
dalla figura di Mao Zedong e dura dal
1949, anno della sconfitta dei nazionalisti
di Chiang Kaishek e presa del potere,
fino al 1976, anno della sua morte. Il
secondo periodo iniziato con Deng Xiaoping è ancora
in corso con i suoi successori e segna
il passaggio da una economia pianificata
a una economia di mercato. Deng, scomparso
Mao, diviene presidente della Repubblica
popolare cinese e avvia subito una serie
di riforme economiche in ambito agricolo
e industriale. Costituisce nei primi
anni ’80 zone economiche speciali
nella fascia costiera meridionale vicina
a Hong Kong. In questa area, agevolata
dal potere comunista attraverso sgravi
fiscali e facilitazioni amministrative,
si sviluppa un’economia di mercato
efficiente, redditizia e aggressiva.
Nel giro di pochi anni arrivarono ingenti
investimenti stranieri attratti da un
costo del lavoro estremamente basso,
limitate garanzie sociali e abbondante
manodopera a disposizione. Inoltre lo
sviluppo fu reso possibile dal sistema
delle partecipazioni industriali tra
cinesi e statunitensi, giapponesi, europei.
Tale efficiente modello venne poi diffuso
in altre zone della costa orientale e
funzionò da moltiplicatore della
ricchezza cinese. In particolare all’inizio
degli anni ’90 Deng scelse la cosmopolita
Shanghai, situata a nord della costa
orientale, per realizzare la metropoli
simbolo della modernizzazione economica
finanziaria della Cina. Jiang Zemin,
succeduto a Deng morto nel 1997, ha consolidato
la sua linea politica fatta di apertura
all’economia di mercato e autoritarismo.
Zemin con la teoria delle Tre rappresentanze
ha cooptato gli imprenditori nel Partito
comunista cinese e ha investito il Pcc
del compito di rappresentare e sostenere
gli imprenditori, gli intellettuali e
il popolo, in modo da attribuire al Partito
la regia e la difesa del capitalismo
e della società cinese. Durante
il suo mandato la Cina l’11 dicembre
2001 è entrata a far parte del
Wto (Organizzazione mondiale del commercio).
Hu Jintao, nuovo presidente dalla Repubblica
popolare dal marzo 2003, non solo ha
confermato la linea politica del predecessore
Zemin, ma si è spinto a teorizzare
la realizzazione di una “società armonica” di
ispirazione confuciana in linea con le
direttive del nuovo imperatore: il Pcc.
Per Jintao «La democrazia occidentale
non è fatta per la Cina».
La forza del regime comunista cinese
continua a fondarsi sul Partito e sull’esercito.
C’è da parte della quarta
generazione comunista al potere la presunzione
e l’arroganza che i problemi della
Cina debbano essere risolti esclusivamente
con la crescita economica e con il controllo
della società. Credere però che
il consenso al regime possa scaturire
dal solo benessere è un azzardo.
Nel Partito sono presenti due componenti
contrapposte in lotta tra loro e l’esito
dello scontro si prefigura incerto. L’ala “riformista”,
composta dall’aristocrazia del
Partito, i figli degli alti funzionari,
e dalla borghesia rossa legata al merito,
imprenditori, commercianti e professionisti, è ostacolata
e combattuta dall’ala dell’estrema
sinistra. Nel marzo del 2006 la maggioranza
dell’ultra sinistra presente nell’Assemblea
Nazionale del Popolo ha impedito l’approvazione
della legge sulla proprietà immobiliare.
Una legge molto attesa dai cinesi, in
particolare dagli imprenditori e dagli
investitori stranieri. Riconosciuta e
inserita in Costituzione la proprietà privata
nel 2004 , in assenza di una legge che
la regoli e la tuteli, essa non può estendere
tutti gli effetti legali alla società.
Mentre i cittadini possono comprare e
vendere le loro abitazioni, i contadini
non possono diventare proprietari delle
terre che coltivano né acquistarne
altre per potere migliorare la propria
condizione economica. Nelle città e
nelle campagne le speculazioni edilizie
provocano espropri, i cinesi vessati
da indennizzi irrisori protestano perché non
sono in grado di far valere i loro diritti.
Filtrano notizie di disordini con l’intervento
di reparti antisommossa specialmente
dal Guangdong, provincia vicina ad Hong
Kong, unica metropoli dove c’è libertà di
stampa e da lì vengono diffuse
al mondo intero. Le multinazionali e
le imprese straniere sono preoccupate
soprattutto per la stabilità del
Paese, incominciano a dare segni di insofferenza
per i vincoli e le limitazioni che devono
accettare per potere essere presenti
in Cina.
Le sfide della quarta generazione
comunista cinese
La situazione cinese è molto complessa
e difficile da gestire. I dirigenti comunisti
sono costretti a far fronte a uno sviluppo
economico caotico e squilibrato, dispiegato
prevalentemente nelle zone costiere, ma
poco sviluppato nelle province del centro
e dell’ovest, che sta provocando
una quantità enorme di problemi.
Non possono rallentare la crescita economica
e nello stesso tempo devono impedire che
le contestazioni non la frenino o la blocchino.
Inoltre avvertono che il fattore tempo
sta diventando moltiplicatore di conflitti.
Il comunismo cinese, dopo aver sovvertito
il principio di eguaglianza che era alla
base del maoismo, adesso deve far fronte
alla diseguaglianza che ha creato tra i
cinesi. La sfida più grande, che
spetta alla quarta generazione comunista, è quella
di realizzare una distribuzione equa della
ricchezza tra i cinesi, in modo da recuperare
consenso. Prima tutti i servizi sociali
erano gratuiti, ora sono fruibili solo
dietro compenso. Nelle campagne si è venuto
a creare un divario enorme tra il reddito
annuo dei contadini e gli abitanti delle
città, in media i primi guadagnano
trecento euro e i secondi mille euro. Ogni
anno almeno venti milioni di contadini
vanno a cercare fortuna in città,
tra questi aumentano le fila dei disperati
disposti a fare qualunque lavoro per cercare
di sopravvivere. Nell’Assemblea del
popolo del 2006 è stato avviato
un programma di aiuti ai contadini per
cercare di migliorare il loro tenore di
vita, ma ci vorrà del tempo per
vedere qualche risultato. Entro il 2007
per porre rimedio all’alta dispersione
scolastica verranno esentati dal pagare
le tasse per la scuola dell’obbligo
gli studenti residenti nelle aree rurali.
Per quanto riguarda i figli dei contadini
emigrati in città l’esenzione è affidata
alle autorità provinciali. A partire
dagli anni ’80 si è verificata
una migrazione massiccia, in molti casi
forzata, verso i centri urbani che è ancora
in corso. Finora non meno di duecento milioni
di cinesi si sono spostati dalle campagne
e sono andati a popolare le città già esistenti
o quelle create dal nulla come Shenzhen
o Suzhou. Le metropoli di Shanghai e di
Pechino modernissime hanno superato i venti
milioni di abitanti e continuano a crescere.
Chongqing conta trenta milioni di abitanti.
Non si sa quanto potranno ancora espandersi
tali metropoli, se riusciranno a reggere
o se collasseranno. Sono in via di progettazione
o di realizzo nuove città, sia per
decongestionare quelle già esistenti,
sia per sperimentare modelli urbani innovativi.
Con la politica del figlio unico imposta
ai cinesi dal comunismo nel 1979, molti
nodi stanno già venendo al pettine.
Sempre più spesso i figli unici
crescono viziati dai genitori e dai nonni
e finiscono per assumere un modello di
vita individualista. Modello decisamente
in contrasto con la società cinese,
considerato che i figli presto saranno
chiamati a dover prendersi cura degli anziani
in assenza di assistenza pubblica. Una
responsabilità che molti giovani
già gravati da impegni personali
e di lavoro difficilmente riusciranno a
sostenere. Del resto il consistente invecchiamento
della popolazione viene già considerato
per il futuro un elemento di debolezza
della potenza cinese. Cresce il fenomeno
del disagio giovanile che sfocia sempre
di più nella piaga delle dipendenze,
causato dalla elevata conflittualità sociale.
Il suicidio è la causa più diffusa
di morte tra i giovani cinesi. I maschi
si trovano, specialmente in campagna, in
difficoltà a trovare mogli per la
scarsità di femmine eliminate con
aborti selettivi o appena nate. A tal proposito
i dirigenti stanno discutendo di passare
alla politica dei due figli per coppia.
Oggi i cinesi benestanti si distinguono
anche per avere una famiglia numerosa,
perché oltre a poterli mantenere
hanno comprato a caro prezzo il diritto
ad avere più figli. L’inquinamento
favorito da una legislazione tollerante
ha raggiunto livelli preoccupanti al limite
del disastro ambientale e sanitario. Molte
aziende inquinano ma non vengono sanzionate,
per la difficoltà ad individuare
le responsabilità, poiché la
proprietà appartiene in parte ai
privati e in parte agli enti pubblici.
Nel nord del Paese è in aumento
il fenomeno della desertificazione, mentre
nel sud sono sempre più frequenti
disastri causati dai fiumi. In Cina la
fobia del controllo da parte della nomenklatura
costringe i cinesi a vivere in un clima
di sospetto e paura. Non esiste libertà religiosa,
non esiste un sindacato indipendente, né libertà di
associazione, né libertà di
stampa. Ogni dissenso viene tollerato se
rimane in privato, ma duramente represso
se manifestato in pubblico. Esistono ancora,
dopo il periodo maoista, i luoghi di “correzione”,
campi di lavoro che in cinese si chiamano laogai.
In essi sono rinchiusi alcuni milioni tra
delinquenti comuni, oppositori politici
e fedeli religiosi, dove lavorano in condizioni
disumane. Un passo avanti è stato
fatto nella richiesta del riesame delle
condanne a morte. Una legge, approvata
nel novembre scorso, stabilisce che tutte
le sentenze delle corti locali debbano
essere ratificate dal Tribunale popolare
supremo di Pechino, aumentano così le
garanzie dei condannati e forse diminuiranno
le esecuzioni, che ogni anno si stimano
oltre cinquemila. Le minoranze etniche
dei tibetani e degli uiguri sono oppresse.
Il Tibet fu invaso dalle truppe cinesi
nel 1950, parte della produzione artistica
e culturale fu distrutta con i monasteri
durante la Rivoluzione culturale maoista.
Hu Jintao, attuale presidente della Cina,
che fu capo del Partito in Tibet dal 1988
al 1992, impose nel 1989 la legge marziale
per impedire rivolte separatiste. Nel 2006 è stata
ultimata la costruzione della ferrovia
più alta del mondo, che collega
Pechino a Lhasa in 40 ore di viaggio e
copre 4200 km. Essa viene dai tibetani
percepita come uno strumento per completare
la colonizzazione cinese del Tibet. Lo
Xinjiang è la provincia più a
occidente della Cina, terra degli uiguri,
etnia turcomanna di religione mussulmana,
preziosa per i suoi giacimenti di petrolio,
anch’essa subisce la colonizzazione
cinese, ed è tenuta sotto stretto
controllo per il rischio di ribellioni
e spinte separatiste.
Il nazionalismo cinese
Il regime autoritario liberista cinese
cerca di forgiare una generazione proiettata
verso un avvenire di successo. Nei testi
di storia le gesta di Mao sono sostituite
con i progressi della modernizzazione
del Paese, viene esaltata l’importanza
del mercato, della Borsa e della ricerca.
Le Olimpiadi di Pechino del 2008, l’Expo
internazionale di Shanghai del 2010 e
il centenario della fondazione del Partito
comunista cinese del 2021 saranno eventi
vetrina per celebrare la potenza della
Cina e del Partito. Con lo sfaldarsi
dell’ideologia maoista si rafforza
il nazionalismo cinese. Tra cinesi e
giapponesi cresce il risentimento e la
rivalità. I cinesi non riescono
dimenticare le sofferenze inflitte dall’occupazione
militare giapponese negli anni trenta
e nel periodo della seconda guerra mondiale.
I giapponesi temono la vitalità economica
e il riarmo cinese. Cina e Giappone ormai
si sfidano per la supremazia in Asia
orientale. Un segnale inquietante del
nazionalismo cinese è il provvedimento
anti-secessione, preso dal regime comunista
nel 2005, che autorizza l’invasione
dell’isola di Taiwan, qualora si
dichiari indipendente. Jintao, ancora
in lotta per consolidare il suo potere
nel Partito, mantiene una posizione inflessibile
nei confronti di Taiwan. Non rassicurano
affatto le continue affermazioni dei
leader comunisti al mondo che la Cina
non ha nessuna mira espansionistica,
perché stridono con il comportamento
del regime monopartitico. Il Dragone
rosso all’estero ovunque possa
farlo rafforza la sua influenza, in particolare
economica, e all’interno modernizza
e potenzia con ingenti spese le sue forze
militari. Nel gennaio 2007 la Cina ha
colpito con un missile un suo satellite
nello spazio, dimostrando di possedere
la tecnologia militare per abbattere
i satelliti come la Russia e gli Stati
Uniti. La forza e al tempo stesso la
debolezza del regime di Pechino è legata
al Partito comunista. Il Partito Stato
che dal 1949 ad oggi, nelle varie fasi
politiche, ha conservato la caratteristica
di essere imprevedibile e di essere un
corpo estraneo dentro la civiltà cinese.
Un Partito camaleonte, che fin dalla
sua fondazione a Shanghai nel 1921 dà l’impressione
di navigare a vista, pronto a sfruttare
qualunque occasione torni utile alla
classe dirigente al potere. C’è il
rischio per la Cina, con una crescita
del Pil nel 2006 del 10,5%, in assenza
di riforme politiche, che lo sviluppo
economico risulti sempre meno sostenibile
e che possa interrompersi presto la modernizzazione
del Paese. Nessuno al momento può immaginare
che cosa potrà accadere in futuro
alla Cina.
Graziano Chiura
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