In questo numero
LA TURCHIA VERSO L'UE di Graziano Chiura

Nessuno vuole una guerra religiosa,
ma le difficoltà per far entrare
la Turchia in Europa sono tante.
Il rischio maggiore è la destabilizzazione
dell’Europa dei popoli a cui farebbe seguito
quella sociale ed economica..


La particolarità della Turchia consiste, a differenza di altri Stati a prevalenza di religione islamica, nell’essersi innestata, già nel 1923, nel solco della modernità occidentale, con il costituirsi della Repubblica turca, laicista e nazionalista di Mustafà Kemal Ataturk. Molte riforme hanno modernizzato, nel tempo, in profondità il Paese: la separazione tra Stato e religione islamica; la modifica del sistema giudiziario con l’adozione di codici sul modello europeo; la scolarizzazione obbligatoria estesa anche alle femmine; l’abolizione della poligamia e del velo alle donne; l’abolizione della pena di morte. Ma l’identità turca rimane a tutt’oggi duplice, radicata in parte nella civiltà europea e in parte nel patrimonio culturale religioso islamico. Tale identità crea però tensioni e incomprensioni all’interno del Paese e rende complesso il dialogo con l’Europa. Nel 1952 aderì alla Nato, assumendo un ruolo strategico militare importante nell’area Medio Orientale. Nel 1995 concluse con l’Europa un accordo di unione doganale. Attualmente persegue l’obiettivo di aderire all’Unione europea. Si tratta di una sfida ambiziosa e coraggiosa, ma dagli esiti incerti. Non è possibile prevedere se la Turchia diventerà un membro europeo, poiché ci sono ancora troppe questioni che se, non risolte, possono bloccare, in qualunque momento, il processo di adesione. Intanto non è stata ancora rimossa, per un proficuo dialogo, la reciproca diffidenza nei confronti di una islamizzazione dell’Europa e di una cristianizzazione della Turchia. Desta poi molta apprensione negli europei il costituirsi di una Europa non identitaria, ma geopolitica. Gli islamici non possono continuare a «predicare la tolleranza senza la reciprocità».

Agricoltura, soldi e cannoni

Tra i trentacinque capitoli da negoziare, quasi tutti complessi e delicati, due creano particolare apprensione negli Stati europei. Il primo attiene alla libera circolazione di milioni di persone e dei lavoratori turchi. Il secondo riguarda l’ingente somma da versare a sostegno dell’agricoltura turca. Infine la resistenza maggiore degli Stati europei all’ingresso della Turchia consiste nel fatto che i rapporti di equilibrio all’interno dell’Ue sono destinati a mutare. Nel Parlamento europeo alla Turchia, con oltre settanta milioni di cittadini, verrebbe assegnato un numero di eurodeputati inferiore alla sola Germania, ma superiore alla Francia, al Regno Unito e all’Italia. Entrare in Europa, significa per la Turchia rinunciare al ruolo regionale di primo piano nell’area del Medio Oriente. Con la Turchia in seno il ruolo geopolitico dell’Ue muterebbe e diverrebbe significativo in tutta l’area che va dal Medio Oriente all’Asia centrale. Forse questa prospettiva spaventa molti Stati europei, ma potrebbe rivelarsi un’operazione vincente sul piano internazionale. In ambito economico la Turchia rappresenta già un enorme affare; per quanto riguarda le esportazioni l’Italia è al secondo posto dopo la Germania. Ha partecipato anche l’Eni alla costruzione di un nuovo strategico corridoio energetico tra l’est e l’ovest, che rifornirà di greggio i mercati europei e internazionali. L’oleodotto inaugurato nel luglio scorso parte da Baku (Azeirbagian) passa da Tblisi (Georgia) e arriva al porto di Ceyhan (Turchia).

Le difficoltà interne
La Turchia, costantemente vigilata dai militari e dai gruppi sociali legati all’ideologia kemalista custodi della laicità dello Stato, si trova a dover affrontare un momento di crisi. L’economia, sebbene disponga per il momento di ingenti capitali stranieri, tende a rallentare; se nel 2004 il Pil è cresciuto del 9,9%, nel 2005 del 7,4%, nel 2006 si attesterà intorno al 5%. L’inflazione aumenta, la lira turca viene svalutata e i tassi d’interesse sui prestiti aumentano. Nel Paese sta crescendo il peso politico degli integralisti islamici, che continuano ad aprire moschee e iniziano a condizionare la vita dei musulmani turchi, come il ritorno dell’uso del velo alle donne. Diminuisce il consenso dei turchi nei confronti della politica del premier Recep Tayyip Erdogan, sostenuto dal partito "Giustizia e sviluppo" (Akp) di tradizione islamica "moderata", che ha vinto le elezioni nel novembre del 2002. Erdogan, nonostante sia un convinto sostenitore dell’ingresso della Turchia nell’Ue, è ancora troppo cauto nel prendere provvedimenti che possano favorire l’adesione. Nel giro di pochi anni dall’inizio dei negoziati, dall’ottobre 2004 a oggi, la percentuale dei turchi favorevoli all’adesione si è ridotta dall’80% al 60%. Il premier con la sua politica ambigua è riuscito a scontentare all’interno i kemalisti, i nazionalisti e gli integralisti islamici, e all’esterno gli europei. I Kurdi situati nel sud-est della Turchia, ostacolati dai nazionalisti turchi, sono molto interessati a un rapido processo democratico del Paese, poiché aspirano ad un’ampia autonomia. Erdogan, chiamato a pronunciarsi sul tema delle libertà a Strasburgo il 28 giugno 2006, ha sostenuto la validità di limitare la libertà di espressione, se viene lesa la sensibilità islamica. Inoltre ha proposto «un’alleanza delle civiltà» contro il rischio di una crescente «islamofobia» in Occidente. Affermazioni che lasciano perplessi, ma che forse hanno lo scopo di ottenere consensi in patria in vista delle elezione politiche del 2007.

Le minoranze religiose discriminate
In questo contesto di estrema incertezza s’inserisce l’invito rivolto dal Governo turco e accolto dal Papa di visitare la Turchia dal 28 al 30 novembre 2006. Se da parte delle autorità turche l’invito va nella direzione di allentare la morsa a cui la Turchia è sottoposta sia all’interno che all’esterno, e di far emergere un’immagine laica e rassicurante, la presenza del Papa in Anatolia, culla del cristianesimo antico, assume d’altro canto una valenza storica. Il prossimo 30 novembre, nel giorno della festa di Sant’Andrea, l’apostolo fondatore della Chiesa d’Oriente, la presenza a Istanbul del Pontefice romano accanto al Patriarca Bartolomeo I sarà motivo di gioia per i cattolici e gli ortodossi, impegnati a ritrovare l’unità religiosa. Benedetto XVI, pochi giorni dopo il martirio a Trebisonda sul Mar Nero di don Andrea Santoro avvenuto il 5 febbraio scorso, ha rivelato di aver ricevuto una sua lettera scritta insieme ad alcune donne georgiane della comunità cristiana della parrocchia Santa Maria in Trebisonda che «Mi invitano ad andare». Nelle lettere scritte da Urfa e da Trebisonda del sacerdote fidei donum italiano, ora raccolte in un libro (intitolato Lettere dalla Turchia, Città Nuova), don Santoro descrive il suo impegno a ricercare il dialogo fra i cristiani e gli islamici per costruire la pace anche a rischio della propria vita. In Turchia sono sempre più numerose le sofferenze e i pericoli che ogni giorno corrono i cattolici, in particolare dei convertiti che hanno lasciato l’Islam. Ancora nel luglio scorso è stato ferito in un’agguato a Samsun sul Mar Nero, padre Pierre Brunissen fidei donum francese, che aveva sostituito per pochi mesi don Santoro a Trebisonda.
Molte sono le restrizioni a cui è sottoposta poi la Chiesa ortodossa in Turchia, in parte anche a causa di Cipro. L’isola, occupata e divisa in due dal 1974 , nella parte nord è sottoposta al controllo militare turco e gli ortodossi subiscono limitazioni alla loro libertà religiosa. Come passo indispensabile per la continuazione dei negoziati con l’Ue, la Turchia deve riconoscere la Cipro europea e aprire il prima possibile porti e aeroporti turchi al traffico proveniente da essa. Nello scorso mese di luglio 2006 è stata raggiunta un’intesa, grazie alla mediazione dell’Onu, tra la Cipro-greca e la Cipro-turca, per la ripresa del dialogo interrotto nel 2004, dopo la mancata riunificazione di Cipro, attraverso un referendum approvato solo dalla parte turca. Nello stesso mese il Parlamento europeo, con una dichiarazione firmata da 403 eurodeputati, ha iniziato a interessarsi alla tutela del patrimonio religioso greco-ortodosso e cattolico maronita a rischio di distruzione, situato nella parte nord di Cipro.
A soffrire in Turchia è anche la Chiesa cristiana armena. Gli armeni subirono sotto l’impero Ottomano nel 1915 una terrificante persecuzione, che costò a questo popolo oltre un milione di morti. Tale sterminio è sempre stato rimosso dalla memoria storica turca. Alcuni intellettuali per avere parlato e scritto sull’eccidio degli armeni sono stati condannati, come lo storico turco Taner Akçam. Il riconoscimento del genocidio armeno è un altro dei passi avanti che è chiamata a fare la Turchia per entrare nell’Ue. Un passaggio considerato dagli europei indispensabile, affinché possa iniziare un dialogo tra i turchi e gli armeni. In un recente libro (intitolato Il genocidio degli armeni, il Mulino), Marcello Flores ha ricostruito la dolorosa vicenda degli armeni.
Infine, dopo secoli di pacifica convivenza, oggi gli Ebrei non si sentono più al sicuro in Turchia, gravi attentati di matrice fondamentalista islamica sono avvenuti nel 2003 nelle sinagoghe di Neve Shalom e a Beth Israel a Istanbul.

Graziano Chiura

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