«Entro il 2050 un terzo dell’umanità rischia
di restare senza acqua». Ha espresso
recentemente questo allarme la Fao, in occasione
della giornata mondiale dell’acqua
(22 marzo 2007). Il controllo delle risorse
idriche del pianeta costituiranno ben presto «la
ragione prima per cui scoppieranno le guerre»,
lo aveva dichiarato già nel 1995 Ismail
Serageldin vicepresidente della Banca Mondiale,
e lo ribadisce ancora oggi. Il rapporto del
Giec (Gruppo intergovernativo sull’evoluzione
del clima) di centinaia di scienziati e climatologi
riunitisi a Parigi lo scorso marzo è stato
esplicito nel prevedere come imminenti e
inevitabili lo scioglimento dei ghiacciai
e l’innalzamento del livello dei mari
causati dalla eccessiva ed elevata temperatura.
Le temperature, andando di questo passo con
l’emissione di gas inquinanti nell’aria,
aumenteranno da 1,5 gradi centigradi a 6,4.
E gli oceani si alzeranno dai 18 ai 60 centimetri.
Queste conseguenze faranno ridurre le riserve
d’acqua dolce in Asia centrale, nell’Africa
australe e nel Mediterraneo. Effetti negativi
si riscontreranno nelle zone polari, dove,
per esempio, la vita degli orsi bianchi è ormai
in serio pericolo. Tra non meno di quindici
anni, inoltre, è previsto lo scioglimento
totale delle nevi perenni del Kilimangiaro.
E in quasi tutta l’Europa si prevede
l’intensificarsi e l’aumentare
degli straripamenti di fiumi e laghi, nonché il
peggioramento della qualità dell’acqua.
Entro il 2080 il numero delle popolazioni
colpite dalle inondazioni costiere, costrette
ad abbandonare i loro insediamenti, aumenterà considerevolmente.
Saranno più di un miliardo, ma potranno
crescere a più di 3 miliardi se le
temperature saliranno ancora di 2 gradi centigradi,
le persone che soffriranno per scarsezza
d’acqua. L’Assemblea generale
delle Nazioni Unite ha dichiarato il periodo
di tempo 2005-2015: Decennio internazionale
dell’Acqua, durante il quale tutti
gli sforzi saranno tesi a garantire a tutti
gli abitanti della Terra l’accesso
all’acqua. Le prossime generazioni,
dunque, da qui a pochi decenni, in un modo
o in un altro, instaureranno un difficile
rapporto con l’acqua, soprattutto perché la
sua disponibilità non è uniforme
in tutto il pianeta; inoltre le contaminazioni
ambientali, provocate per il 95% dei casi
esclusivamente dall’uomo, e gli indiscriminati,
se non che selvaggi, meccanismi mondiali
di produzione industriale e di supremazia
geo-economica (in parole semplici: il comportamento
criminale delle multinazionali) mettono seriamente
a repentaglio il suo utilizzo. Secondo Alex
Zanotelli il problema non sta nelle quantità o
meno delle riserve d’acqua ma «nella
loro cattiva gestione e distribuzione».
Un diritto dei popoli e dell’umanità
Sono i mari a contenere la maggior parte
dell’acqua, ma la concentrazione
salina che naturalmente li caratterizza
ne inibisce il consumo. Solo il 3% dell’acqua
del pianeta è dolce. Il 99% di
questa percentuale è contenuta
nei ghiacciai (il cui scioglimento è prossimo)
e negli strati profondi della terra (che
subiscono da tempo un inquinamento ininterrotto
da parte di operazioni industriali e
agricole di grande portata). Si ha dunque
accesso solo all’1% delle riserve
idriche. Ma tale quantità risulterebbe
più che sufficiente a soddisfare
i bisogni del doppio o addirittura del
triplo della popolazione mondiale attuale.
Il problema grave scaturisce dal fatto
che il suo consumo viene alterato e corrotto
da agenti e fattori eco-industriali irresponsabili,
e che l’impiego e l’accessibilità di
questa risorsa naturale, di conseguenza,
non avvengono in modo equo, legittimo
e omogeneo tra i popoli, i gruppi umani,
gli stati e le nazioni. In base ad alcuni
rapporti stilati dall’Onu, che
in recenti promulgazioni ufficiali ha
considerato l’acqua un «diritto
dei popoli e dell’umanità»,
ha posto in chiara evidenza che l’intera
superficie del pianeta risente negativamente
di molteplici problemi legati all’acqua.
A subire un danno, in termini di sopravvivenza,
igiene e salute, sono i tre quarti della
popolazione mondiale, le regioni più popolate
del pianeta. La domanda dell’acqua,
negli ultimi 50 anni, si è progressivamente
incrementata, a un ritmo due volte superiore
alla crescita demografica. Ciò vorrebbe
dire che in capo a massimo venticinque
anni, la disponibilità d’acqua
per abitante si ridurrebbe della metà.
Mentre, tuttavia, per un cittadino dell’America
del Nord o della stessa Italia (che consumano
circa 350 litri d’acqua quotidianamente,
ma un americano, statunitense o canadese,
arriva a consumarne anche 1000 litri
al giorno), il problema non apparirebbe
in tutta la sua drammaticità;
costituirebbe invece una ferita mortale
per un bambino dell’Africa occidentale,
che spende metà della sua giornata
alla ricerca di una fonte idrica con
cui dissetare la famiglia per un giorno.
Secondo dati forniti dall’Oms,
che danno un’idea della spaventosa
realtà con cui sono costretti
a misurarsi i popoli del Sud del mondo,
il tempo impiegato da donne e bambini
per procurarsi l’acqua necessaria
in queste aree della terra, dirigendosi
presso sorgenti o pozzi il più delle
volte lontani e inquinati, supera i 10
milioni di anni. In Africa due abitanti
su tre non hanno accesso all’acqua.
In Africa e in Asia la situazione sta
peggiorando: attualmente la quantità d’acqua
disponibile per persona è dieci
volte inferiore a quella del 1950. La
Commissione mondiale dell’Acqua,
creata dalla Banca Mondiale, ha verificato
che le popolazioni povere della terra,
circa 200 milioni di persone, per garantirsi
un consumo giornaliero di acqua, pure
sporca e contaminata, sono costrette
a pagare dieci, dodici, venti volte di
più delle popolazioni che godono
di sistemi d’acqua corrente. Entro
il 2025 si è calcolato che rimarranno
prive di acqua più di tre miliardi
di persone. Attualmente una persona su
cinque non ha alcun accesso all’acqua
potabile. Il 40% della popolazione mondiale
non dispone di sistemi di fognatura e
quasi 4000 persone al giorno muoiono
a causa dell’insalubrità dell’acqua.
E si sono accertati purtroppo, secondo
le stime di diverse organizzazioni internazionali,
30 mila decessi al giorno per mancanza
d’acqua.
Le vittime e le malattie
I bambini sono le principali vittime di
questa penuria: ne muoiono circa 4000
al giorno, secondo i dati ufficiali dell’Unicef.
L’acqua infetta uccide per dissenteria
1 milione e 800 mila bambini all’anno.
Ogni piccolo nel Sud del pianeta è soggetto
a 4 o 5 attacchi di diarrea, che può diventare
una letale disidratazione. L’acqua
infetta è inoltre incubatrice
di malattie tropicali gravi come colera
e malaria, che mietono numerosissime
vittime in Africa e in Asia, ma anche
sono tramite di altre malattie parassitarie
altrettanto pericolose come la schistosomiasi
e il tracoma e il verme della Guinea.
Ogni anno questi tipi di patologie colpiscono
400 milioni di bambini. Secondo l’Oms,
anche l’Europa, per quanto riguarda
l’acqua, è un continente
a rischio: il 16% della popolazione che
abita il vecchio continente non gode
ancora dell’uso di acqua potabile.
E tuttora 140 milioni di europei non
hanno accesso all’acqua pulita
e a servizi sanitari. A fronte di questa
carenza elevatissime quantità d’acqua
sono invece oggetto di uno spreco senza
precedenti. Il Wwf ha reso noto che la
crisi idrica attuale può essere
determinata facilmente dal far scorrere
acqua dai rubinetti inutilmente o lavando
l’automobile con l’acqua
potabile. Situazioni di vita quotidiana
comuni, che interessano tutti, e che,
assommandosi all’inquinamento,
alla scomparsa delle paludi e all’innalzamento
del riscaldamento globale, provocheranno
ben presto gravi conseguenze nell’impiego
delle riserve idriche.
Chi di chi la colpa?
Ma
la natura è responsabile della
crisi della risorsa idrica mondiale solo
per il 2%. È l’uomo il verro
artefice di un irreversibile peggioramento.
Industrie e Multinazionali in testa (Nestlè,
Coca Cola, Danone, per citare alcune delle
dieci che hanno in mano il mercato mondiale
dell’acqua) assorbono, per il loro
scopo principale (il profitto), quasi l’80%
delle risorse d’acqua del pianeta.
Per produrre una tonnellata d’acciaio
si consumano 280 mila litri d’acqua.
Per un chilogrammo di carta si usano 700
litri di acqua. Per la fabbricazione di un’autovettura
si può arrivare a impiegare una quantità d’acqua
pari a cinquanta volte il peso dell’automobile.
Per la produzione di un chilo di carne bovina
in California si utilizzano 20.500 litri
d’acqua. In India, la Coca Cola estrae,
per la sua fabbricazione, 180 milioni di
litri d’acqua al giorno, inquinandone
dieci d’acqua potabile (finiscono nei
bacini idrici sostanze tossiche per l’organismo
umano come piombo e cadmio) per l’estrazione
di un solo litro di questa bevanda.
Nicola Di Mauro e Graziano Chiura
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