Dio. Non è facile
parlare di Dio, noi che abbiamo eretto un
pantheon di idoli: denaro, sesso, affari,
potere, prestigio, successo. Parlare di Dio
in questa Europa che si è rifiutata
di mettere il suo nome in capo alla sua Costituzione.
C’è chi uccide in nome di
Dio, chi vive ‘come se Dio non esistesse’,
mentre avanza silenziosa una letale indifferenza
che colpisce Dio nel cuore delle masse.
Kolakowski, un filosofo polacco, afferma: “Il
mondo senza Dio si presenta come un caos
opprimente, eterno. È un mondo amputato
di ogni senso, direzione, punti di riferimento.
Un mondo alla deriva”.
E un grande profeta, Henri de Lubac ammonisce. “Non è vero
che l’uomo possa organizzare la terra
senza Dio. È vero invece che, senza
Dio, non si può che organizzarla
contro l’uomo”.
Aveva ragione Martin Buber, il filosofo
ebreo, quando scriveva nei suoi frammenti
autobiografici: “Dio è la
più pesante di tutte le parole umane.
Nessun’altra è tanto imbrattata,
tanto lacerata. Di generazione in generazione,
con i loro partiti religiosi, gli esseri
umani hanno lacerato questa parola: per
essa hanno ammazzato e per essa sono morti.
Una parola che conserva ancora le impronte
delle loro dita e del loro sangue. Sono
uomini che dicono buffonate e che firmano
con il nome di Dio; si ammazzano gli uni
gli altri, e sempre nel nome di Dio”.
L’esplosione
del sacro selvaggio
“Nel Medioevo – nota Massimo
Introvigne, uno dei più competenti
studiosi di nuove religioni – la
ragione ha dapprima cercato in inglobare
la fede, quindi ha preteso di farne a meno,
infine l’ha combattuta in modo esplicito.
Nell’epoca post-moderna si rovescia
questa scenario. L’epoca della crisi
della ragione è il tempo in cui
si ripresenta una fede non necessariamente
cristiana – talora superata, a diverso
titolo e in diverso grado, dalla ragione”.
È il tempo della New Age, dei ‘nomadi spirituali’ che stanno
ancora cercando la carovana giusta, delle sette che proliferano prosperose. La
secolarizzazione ‘quantitativa’ avanza, ma si fa più insistente
il richiamo del sacro e il risveglio del senso religioso, pentecostali americani
in testa. La profezia di alcuni sociologi che presagiva il crollo del religioso
sotto l’urto della società industriale, della scienza e della tecnica,
si rivela fallimentare. Giovanni Paolo II traccia i caratteri di questa post-modernità. “Il
tempo delle certezze sarebbe irrimediabilmente passato, l’uomo dovrebbe
imparare a vivere in un orizzonte di totale assenza di senso, all’insegna
del provvisorio e del fuggevole. Parecchi autori, nella loro critica demolitrice
di ogni certezza contestano anche le certezze della fede” (Fides et
Ratio, 91). In breve: siamo allo sbando.Su questo panorama esplode la ’magia’ dell’11
settembre 2001, con le due torri giganti
che sprofondano su se stesse, travolgendo
nel crollo duemila vittime: un evento che
segna profondamente la coscienza dell’Occidente.
“Assenza di Dio – Ossessione
del divino”
Un panorama articolato, quello della post–modernità.
Con spinte religiose opposte.
“Assenza di Dio, ossessione del divino: sembra una formula adatta a rendere
in estrema sintesi il clima religioso prevalente da qualche tempo in Italia e
in Europa in generale. Assenza di Dio in quanto calo vistoso della rilevanza
pubblica della pratica religiosa e del suo influsso sociale. Ossessione del divino
in quanto ‘persistenza della religiosità, nonostante le previsioni
di ateismo generale e di secolarizzazione totale avanzate, sognate o temute negli
anni ’60 in particolare, una persistenza tipicamente individuale, un fenomeno
di interiorità, esaltato ed evidenziato nella diffusione di nuove religioni
e in un nuovo senso del sacro” (V. Croce, Trattato del Dio cristiano,
Elledici, Leumann 2004). Si diffida della ragione pur esaltandola.
Si diffida della verità stessa, negandole
il diritto di esistere e mettendola anzi
sotto accusa. Umberto Eco parla di ‘passione
morbosa per la verità’. ‘Vivere
senza certezze’ è il nuovo slogan.
Contrattacca papa Wojtyla: “Credere
nella possibilità di conoscere una
verità universalmente valida non è affatto
fonte di intolleranza. Al contrario è condizione
necessaria per un dialogo sincero e autentico.
Soltanto a queste condizioni è possibile
superare le divisioni e percorrere insieme
un cammino verso la verità tutta intera” (Fides
et Ratio, 92).
Il Dio pallido del deismo
Il deismo è una corrente religiosa
sorta in Europa, particolarmente in Inghilterra
e Francia, tra il Seicento e il Settecento.
Sì, Dio esiste, afferma il deismo. Esiste come Causa Prima, Creatore e
Ordinatore dell’universo e dell’uomo. Ma a creazione compiuta, questo
Dio si è ritirato nel suo cielo, chiuso nella sfera della sua assoluta
trascendenza. “Il gran Celibatario dei cieli” dicevano sprezzanti
gli spiriti liberi. Lascia la creazione al suo destino, uomo compreso. È un
Dio freddo, che non scalda il cuore. Il deismo condanna ogni Chiesa storica,
come il cristianesimo, in nome della ragione e della libertà di coscienza.
Nota Daniel Rops, il noto scrittore cattolico. “Nato in Inghilterra, il
deismo conserva un Dio, ma lontano diluito, pallido, che non interviene nella
città degli uomini e non esige un atto di fede. A questo Dio ignoto, che
si comincia a chiamare Essere Supremo, non si riconosce nessuna qualità e
nessun potere. Se egli impone una religione, è una religione naturale,
vecchia come il mondo, e nella quale tutti i credo si confondono”.
Tipica è l’affermazione di Einstein che professò una religione ‘cosmica’,
di ispirazione buddhista. “Il sentimento religioso di uno spirito profondamente
devoto alla scienza, è uno stupore estatico di fronte all’armonia
delle leggi della natura, che rivelano una intelligenza talmente superiore che,
confrontato ad essa, tutto il pensiero e l’agire degli uomini appare del
tutto insignificante”. È una pagina scritta per il New York
Times Magazine, 9 novembre 1930, citata in Einstein di A. Bertino,
Accademia Sansoni, Milano 1971.
Accade ancora oggi di sentire affermare da scienziati, medici, uomini di cultura,
che il Dio in cui credono è l’Essere Supremo, il Principio Ultimo,
l’Assoluto trascendente.
In una ricerca recente sulla religiosità dei giovani di oggi, condotta
dall’Istituto Yard in Italia, risulta che mentre il 64,4% si ritrova nella
religione cattolica, l’11,3% crede in una Entità Superiore, senza
riferimento a nessuna religione (cfr. Civiltà Cattolica, 15 aprile 2006).
Si noti la differenza radicale tra la concezione di Dio del deismo e quella della
tradizione ebraico–cristiana. Mentre il Dio del
deismo è del tutto indifferente alla
vicenda umana, il Dio biblico, al contrario, è un
appassionato dell’uomo, come ci insegna
papa Ratzinger nella sua prima enciclica ‘Dio è amore’,
un amore in cui eros e agape confluiscono.
Un Dio che ha camminato nel deserto con il
suo popolo di elezione, Israele; un Dio che
donandoci il suo stesso unico Figlio, Gesù Cristo,
si è fatto uomo tra gli uomini per
camminare con loro sulle strade aspre della
vita, al punto di sacrificare la sua vita
per loro. Un Dio che ci accoglie nel suo
Regno, figli nel Figlio.
Ateismo scientifico e ateismo umanistico
Un
chiarimento iniziale. Si parla spesso e
ateismo e agnosticismo. Sono due posizioni
differenti.
L’ateismo è la negazione radicale
di Dio, negazione che assume colorazioni
diverse: l’ateismo scientifico è diverso
da quello umanistico.
L’agnosticismo è l’atteggiamento
di chi sospende il suo giudizio perché di
Dio non possiamo dire nulla, in quanto è un
discorso che sfugge alle categorie umane
e quindi inaccessibile alla mente dell’uomo.
L’agnosticismo è oggi forse
la posizione dominante nel mondo della
cultura, perché meno drastico nelle
sue conclusioni.
L’ateismo
scientifico
Si basa sull’autonomia assoluta
delle branche del sapere scientifico
(fisica, astrofisica, chimica, neurobiologia,
genetica, ecc.). Si radicalizza nel conflitto
tra scienza e fede. La filosofia che
sottostà a questo rifiuto di Dio è quella
tipica dell’Ottocento: il materialismo
positivista. Per dirla con Engels e la
concezione marxista, l’unica realtà del
mondo è la materia, assoluta,
eterna, infinita, in continua evoluzione.
Non c’è posto per valori
spirituali come Dio, fede, religione,
ecc.
“A partire dal secolo di lumi fino ad oggi - ha affermato Giovanni
Paolo II - il caso Galileo ha costituito una sorta di mito. Era il simbolo del
preteso rifiuto da parte della Chiesa del progresso scientifico o dell’oscurantismo
dogmatico opposto alla libera ricerca della verità. Un mito che ha influenzato
i secoli successivi fino ad oggi”. Ma che ormai appartiene al passato.
Occorre tuttavia riconoscere con il card. Poupard, che ha presieduto la Commissione
vaticana per lo studio del caso Galileo: “Per quanto limitato sia oggi
l’ateismo scientifico, non si può negare che la sua influenza sui
modi di pensare e di agire dei nostri contemporanei sia grandissima. Le mirabili
realizzazioni della tecnica con la diffusione di una mentalità scientifica
non critica hanno generato un sentimento di esaltazione prometeica che conduce,
da una parte, ad una diffidenza profonda davanti alle affermazioni scientificamente
incontrollabili della fede, e dall’altra, a una autoaffermazione di sé,
dove Dio appare come rivale dell’uomo”.
Una ricerca condotta da Achille Ardigò e Franco Garelli nel 1989 sulla
religiosità degli esponenti della ricerca scientifica in Italia, quasi
tutti docenti universitari, ha dato i seguenti risultati: atei 21,5%; agnostici
25,2%; deisti 18%; credenti in un Dio unico e personale 18% (Valori, scienza
e trascendenza, Edizioni Fondazione Agnelli, Torino 1989). Recentissima
l’ennesima fiammata dell’ateismo
scientifico. Piergiorgio Odifreddi, matematico
illustre, si presenta con un pamphlet Perché non
possiamo essere cristiani (e men che meno cattolici).
Richard Dawkins, il noto cosmologo britannico,
esce con The God Delusion, Margherita
Hack, astrofisica, non si lascia scappare
occasione per proclamare la sua fede ateista,
ecc.
L’ateismo umanistico
Si fonda sulla proclamazione dell’autonomia
radicale dell’uomo, della sua assoluta
libertà fuori da ogni condizionamento.
E il grande Condizionatore sarebbe Dio.
Più recente di quello scientifico, è sorto
nei secoli XIX e XX ed è tuttora
vivissimo. Il dilemma di fondo è:
o Dio o l’uomo, o la grandezza di
Dio o la grandezza dell’uomo. Dio,
in breve, è il grande Concorrente
dell’uomo. Il quale vuole riappropriarsi
della pienezza della sua libertà e
dignità a costo di eliminare Dio.
Feurbach, il filosofo ispiratore di Marx, affermava. “Solo un uomo povero
ha un Dio ricco… Bisogna dirigere e orientare sull’uomo la capacità di
adorazione e di culto del cuore dell’uomo. L’uomo è il Dio
dell’uomo”.
Proseguendo in questa logica si afferma a tutt’oggi che Dio è una
creazione dell’uomo e non viceversa. Dio è insomma una proiezione
dell’uomo che aliena in lui i valori di libertà e grandezza esclusivi
dell’uomo.
Enzo Bianchi: “La spiritualità dell’ateo”
Sul tema del dialogo in questione si è espresso,
con una presa di posizione condivisa
dalle due sponde, Enzo Bianchi, il priore
di Bose. Titolo: ‘La spiritualità degli
atei’. Ne diamo qualche stralcio. “Agnostici
e atei non credono in Dio, non si sentono
coinvolti da questa presenza perché non
la sentono reale, ma sono consapevoli
che invece le religioni che professano
Dio fanno parte della storia umana, della
società, del mondo. Come essi
non trovano ragioni per credere, altri
invece le trovano e sono felici; gli
uni pensano che questo mondo basti loro,
gli altri sono soddisfatti di avere la
fede. Ma proprio questo fa dire che l’umanità è una,
che di essa fanno parte religione e irreligione
e che, comunque, in essa è possibile,
per credenti e non credenti, la via della
spiritualità. Spiritualità intesa
non in senso stretto religioso, ma come
vita interiore profonda, come fedeltà-impegno
nelle vicende umane, come ricerca di
un vero servizio agli altri attenta alla
dimensione estetica e alla creazione
di bellezza nei rapporti umani. Spiritualità soprattutto
come antidoto al nichilismo che è lo
scivolo verso la barbarie: nichilismo
che credenti e non credenti dovrebbero
temere maggiormente nella sua forza di
negazione di ogni progetto, di ogni principio
etico, di ogni ideologia”.
E qui Bianchi afferma decisamente la possibile presenza di una spiritualità del
non credente. “No al nichilismo, dunque, ma allora emerge l’urgenza
di riconoscere la presenza di una spiritualità anche negli atei e negli
agnostici, capaci di mostrare che, se anche Dio non esistesse, non per questo
ci si può permettere tutto: persone che sanno scegliere cosa fare in base
a principi etici di cui l’uomo, in quanto tale, è capace. E la grande
tradizione cattolica chiede ai cristiani di riconoscere che l’uomo, qualsiasi
essere umano, proprio perché secondo la nostra fede è creato a
immagine e somiglianza con Dio, è capace di discernere tra bene e male
in virtù di un indistruttibile sigillo posto nel suo cuore e della ragione
di cui è dotato. I non credenti sono capaci di combattere l’orrore,
la violenza, l’ingiustizia; sono capaci di riconoscere ‘principi’ e ‘valori’,
di formulare diritti umani, di perseguire un progresso sociale e politico attraverso
una autentica umanizzazione”. E conclude: “Vorrei che noi cristiani
potessimo ascoltare atei e agnostici, potessimo confrontarci con loro, senza
inimicizie, soprattutto attraverso un confronto delle nostre spiritualità,
di ciò che in profondo ci muove nel nostro agire. Lo spirito dell’uomo è troppo
importante perchè lo si lasci nelle mani di fanatici e di intolleranti,
oppure di spiritualità alla moda. Certo, ogni religione si nutre di spiritualità,
ma c’è posto anche per una spiritualità senza religione,
senza Dio” (la Repubblica, 28 febbraio 2007).
Interessante, su
questo tema, la proposta di Bertinotti di dotare la Camera di una ‘stanza
della meditazione’ sul modello di quella
allestita al Parlamento tedesco. “Penso
a un luogo di ispirazione ecumenica in cui
tutti possano interrogarsi sul senso dell’esistenza,
tanto più di fronte al precipitare
delle barbarie, ai segni delle guerre e dei
terrorismi che lacerano la comunità umana.
Tutti, anche gli atei che si affacciano ai
grandi temi della vita”.
Il Dio di Gesù Cristo nella visione
trinitaria
“All’Angelus del 10 settembre
1978 papa Giovanni Paolo I affermò: “Dio è papà,
più ancora, è Madre”.
La cosa suscitò scalpore di tipo
giornalistico, ma invitò pure a
riflettere su un tema che la teologia femminista
americana agitava da tempo in modo polemico,
qualificando come patriarcalista la concezione
di Dio come Padre, derivata da una presunta
lettura maschilista della Bibbia” (
V. Croce, ivi, 171). Nella Bibbia, soprattutto
nell’A.T., troviamo immagini di un
Dio paterno, materno e anche sponsale,
vivacemente sviluppate dai profeti Osea
ed Ezechiede. Jahveh ama il suo popolo
con tenerezza infinita. L’alto senso
della trascendenza di Dio permette all’Autore
sacro di usare con libertà sovrana
le metafore più ardite, appunto
quelle della generazione e dell’allattamento,
della gelosia e della passione amorosa,
scrive perfino che Dio grida come una partoriente.
Ha sorpreso, nella ricerca di Dio, l’intervento
di Benedetto XVI che sia nella sua prima
enciclica Deus caritas est, sia nel Messaggio
per la Quaresima 2007, ha parlato di un
Dio in cui eros e agape sono presenti. “L’amore
di Dio è anche eros”. Dio è appassionato
dell’uomo, innamorato della sua creatura.
L’amore di Dio per l’uomo non
si esaurisce nell’amore paterno–materno,
ma assume i toni e i colori dell’amore
sponsale. Dio anela a un rapporto intimo
e profondo con l’uomo, Dio non è felice
se non entra in sintonia profonda con l’uomo.
“L’amore di cui Dio ci circonda è senz’altro agape
perché tutto ciò che l’uomo è ed ha è dono
divino, ma è anche eros”, amore ardente per la sua creatura. “I
testi biblici – afferma papa Ratzinger citando Osea ed Ezechiele, – indicano
che l’eros fa parte del cuore di Dio: l’Onnipotente attende il
sì delle sue creature come un giovane sposo quello della sua sposa.
Purtroppo – continua il papa – fin dalle sue origini, l’umanità,
sedotta dalle menzogne del Maligno, si è chiusa all’amore di Dio
nell’illusione di una impossibile autosufficienza; Dio però non
si è dato per vinto, anzi il ’no’ dell’uomo è stato
come la spinta decisiva che l’ha indotto a manifestare il suo amore in
tutta la sua forza redentrice. È il mistero della Croce”.
E qui il papa punta il suo discorso su
Gesù Cristo, il Figlio del Padre,
donato a noi fino al sacrificio estremo.
Tanto che il papa esclama: “Quale
più ‘folle’ eros di
quello che ha portato il Figlio di Dio
a unirsi a noi fino al punto di soffrire
come proprie le conseguenze dei nostri
delitti?”. E Benedetto XVI conclude: “Cristo
trafitto in croce! È lui la rivelazione
più sconvolgente dell’amore
di Dio, un amore in cui eros e agape si
illuminano a vicenda. Sulla Croce è Dio
stesso che mendìca l’amore
della sua creatura”. Sulla Croce
il Dio pallido e assente del deismo, ricupera
il suo vero volto. È il Dio di Gesù Cristo.
A siglare l’amore del Padre e del
Figlio ecco lo Spirito Santo. Amore reciproco
e vicendevole tra Padre e Figlio. Per la
riflessione dell’Occidente lo Spirito
Santo è il vincolo dell’amore
eterno, colui che unisce il Padre e il
Figlio : “Ecco sono tre: l’Amante,
l’Amato e l’Amore” dice
Sant’Agostino. Per la sapienza dell’Oriente
lo Spirito è “l’estasi
di Dio”, colui nel quale il Padre
e il Figlio escono da sé per donarsi
nell’amore.
“Senza lo Spirito, che è disceso sul Cristo e da lui è stato
effuso su ogni carne, la salvezza dell’uomo resterebbe incompiuta: l’abisso
che ci separa nel tempo dagli eventi pasquali della risurrezione, rimarrebbe
incolmato, e lo stesso Gesù si ridurrebbe a uno splendido modello lontano
da noi, ma non sarebbe il Vivente in noi e per noi. Lo Spirito attualizza l’opera
del Cristo, rendendola presente ed operante nella varietà della storia
umana: egli è lo ‘Spirito di verità’, lo Spirito
cioè della fedeltà di Dio, che raggiunge le diverse situazioni
storiche e le redime tutte nel suo amore trasformante e vivificatore” (Bruno
Forte).
Con il mistero trinitario si chiude il cerchio
della nostra salvezza. E Dio ritorna all’orizzonte
dell’uomo per salvarlo ancora con il
suo amore.
Carlo Fiore
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