Giacchetta stretta (una misura in meno),
pantaloni larghi (due misure in più),
scarpe sfondate, bombetta, bastone di bambù.
Baffetti neri, sorriso triste, occhi dolci
alle ragazze per reagire (invano) al destino.
Il successo (la leggenda?) di Charles Spencer
Chaplin, alias Charlot, è tutta qui.
Una macchietta disegnata su misura. Incollata
addosso. Quando, ormai regista ricco e famoso,
proporrà altri personaggi, deve confrontarsi
con l’insuccesso commerciale. E la sua
vita, quella vera, sembra fare tutt’uno
con quella sullo schermo, tanto la realtà supera
la fantasia. Persino alla fine: muore il giorno
di Natale. Nel 1977, trent’anni fa esatti.
La povertà fa
miracoli
Chaplin nasce il 16 aprile 1889, in un
sobborgo londinese, secondo figlio di una
cantante in continua ricerca di lavoro
e di un guitto da music-hall,
con un debole per l’alcol e per un’altra
donna. E sùbito, il suo nome finisce
sui giornali: i genitori annunciano il
lieto evento sul Magnet, periodico
del settore. Ma già l’anno
dopo, i due si separano (lui morirà nel
1901; lei, a lungo malata di mente, nel
1928). Charles e il fratello Sidney, quattro
primavere in più, finiscono in orfanotrofio.
Poco dopo, tentano la strada del palcoscenico.
Necessità economiche. Voglia di
riscatto. Indubbie capacità. A sette
anni, Charles canta. A 14, le prime parti
teatrali. A 19, entra nella compagnia di
varietà di Fred Karno, ne diventa
uno dei più apprezzati elementi
e con questa va in tournée negli
States: un mondo più libero e con
molte possibilità. Nel 1913, ad
Hollywood, il giovane trasformista è notato
dal direttore della casa cinematografica
Keystone. Accetta. Gira le prime comiche.
Stipendio base: 150 dollari la settimana.
Un successo. Soltanto nel 1914 realizza
35 comiche. Nelle sale si rinforzano le
poltrone: le vibrazioni causate dalle risate
degli spettatori sono troppo forti. Stipendio
incredibile: diecimila dollari la settimana.
Nasce Charlot. Decine di pellicole. Il
vagabondo con bombetta e bastone di bambù,
maldestro e sempre nei guai, in lotta contro
le convenzioni, conquista il pubblico.
Nel ’18, contratto astronomico: un
milione di dollari. L’anno dopo,
con Douglas Fairbanks, David Wark Griffith
e Mary Pickford, fonda la United Artists.
Nascono capolavori dove si sommano ironia
e risvolti sociali: Vita da cani, Charlot
soldato (nel 1918; antimilitarista)
o Il monello, suo primo lungometraggio,
largamente autobiografico, presentato nel ’21.
Alcuni film successivi - come Il pellegrino (1923), La
febbre dell’oro (1925), Il
circo (1928) e Luci della città (1931)
- suscitano discussioni. Non sulle sue
doti d’attore-regista: le sale sono
sempre “tutto esaurito”. Ma
perché lui (strapagato) “fotografa” la
società con l’occhio del “realista” (ante-litteram)
o con quello del censore. Perché,
certo, in quegli anni l’America,
e non solo, sta vivendo la “grande
depressione”, post crollo borsistico
di Wall Street nel 1929. Ma a certi americani,
guai a toccargli l’America, anche
se è Charlot a farlo.
Il dubbio è risolto nel ’36
con un esito negativo. Nelle sale, infatti,
si proietta Tempi moderni: Charlot,
operaio meccanico, compie gesti ripetitivi
sulla catena di montaggio, tra ingranaggi
che quasi lo ingoiano. Una storia che passa
alla storia. Non soltanto del cinema. Immancabili
gli applausi dei lavoratori-spettatori.
Immancabili, e altrettanto prevedibili,
le critiche del “sistema”.
Già, perché con questo film
lui, Charlie Spencer Chaplin, dopo aver
girato il mondo in lungo e largo, proprio
lui - straricco, che non rinuncia alle
comodità e alle donne - si permette
di biasimare il sistema sociale (pur causa
di milioni di disoccupati) e di suggerire
una redistribuzione dei redditi a favore
dei meno abbienti. Proprio lui, cittadino
inglese “ospite” negli Usa,
si permette di fare un film destinato anche
all’estero - e quindi, di rilanciare
altrove la provocazione -, dove critica
il “dogma” della produttività,
del fordismo, della catena di montaggio,
in una parola del profitto, che ha fatto
(e settant’anni dopo, continua a
fare) la fortuna degli “stars & stripes”.
Poi, le donne. I benpensanti (e non solo)
gli rimproverano la vita amorosa. In effetti,
in 87 anni, il nostro ha quattro mogli
(e varie “scappatelle”), tutte
molto più giovani di lui. E quasi
tutte, oltre ad avergli dato undici figli
riconosciuti, gli hanno creato problemi.
Nel 1920, per esempio, spedisce al fratello
una copia de “Il monello”,
nel timore che gli venga sequestrato dai
legali della prima moglie, Mildred Harris,
sposata nel 1918, quando lei ha 16 anni
e lui 29 (e lasciata pochi mesi dopo).
La seconda, Lita Grey, è maritata
nel 1924: lei 16, lui 35. La terza, Paulette
Goddard, convola nel ’33: ventidue
anni di differenza, e anche questa esperienza
dura poco. La quarta, Oona O’ Neil, è sposata
nel 1944: lei 19, lui 55 (“soltanto” 36
anni di più). Con lei, che gli dà otto
figli, vive sereno sino alla fine.
Nel frattempo, il regista-attore riesce
a farsi altri nemici. Nel 1940 realizza Il
grande dittatore, eccezionale sberleffo
di Hitler (quanto somiglianti i baffetti!)
e del nazismo. Per inciso: Chaplin ironizza
anche sugli ebrei, ma quando, dopo la guerra,
viene a conoscere il dramma della Shoah,
lui stesso dichiara che avrebbe preferito
non fare quel film. Nel ’47, altra
critica al capitalismo, con Monsieur
Verdoux: per curare la moglie malata
e il figlio, un uomo finge di amare e poi
uccide ricche zitelle, per intascarne il
patrimonio.
Gli States ricambiano a modo loro. In un
periodo (abbastanza comprensibilmente)
antisovietico, nel ’47, per le sue
simpatie alle idee di sinistra, è accusato
di filo-comunismo. E cinque anni dopo,
mentre è in Gran Bretagna, con la
scusa che lui è sempre rimasto cittadino
inglese, gli ritirano il permesso di tornare
negli Usa. Risultato: nel ’53 la
famiglia Chaplin sceglie l’esilio
volontario e si stabilisce in Svizzera,
a Vevey. Produce altri film: Un re
a New York (1957) e La contessa
di Hong Kong (1967), dove dirige nientemeno
che Marlon Brando e Sophia Loren, nelle
parti rispettivamente di un diplomatico
statunitense e una nobile russa.
Poi, arrivano i riconoscimenti. Tardivi.
Che hanno il sapore del meglio tardi che
mai. Nel 1972 torna negli Stati Uniti -
l’“atmosfera” è cambiata
- per ritirare un Oscar speciale alla carriera “per
l’incalcolabile contributo dato alla
trasformazione del cinema nell’arte
del nostro secolo” (per inciso: non
ha mai vinto un Oscar come attore o come
regista). Nel ’75, la regina Elisabetta
II lo nomina baronetto. Muore nel sonno,
nella villa di Vevey, il 25 dicembre del
1977, a 88 anni. Ironia della sorte, lo
costringono a muoversi anche da morto:
il 3 marzo successivo la tomba è trovata
vuota. La bara, forse trafugata per un
riscatto, è recuperata dopo due
mesi. E da quel momento, come in chiusura
dei film, si può scrivere “The
End”.
A noi oggi non resta che rivedere
ancora una volta le sue pellicole e attraverso
il suo ruolo di clown - per certi aspetti
simile a quello degli antichi giullari
- scoprire comportamenti ingiusti, se non
ipocriti, che pervadono ancora i rapporti
umani: l’amore
egoistico, il perbenismo, la rincorsa al
successo e al profitto. E dopo il sorriso
e l’applauso al maestro, impegnarci
anche noi, ciascuno per la sua parte, a costruire
un mondo migliore di come l’abbiamo
trovato. Proprio come ha fatto, a suo modo,
con le sue capacità, Charles Spencer
Chaplin.
Lorenzo Boschetto |