In questo numero
CHARLIE CHAPLIN A 30 ANNI DALLE SUE COMICHE di Lorenzo Boschetto    

Charlot, un personaggio incollato addosso.
Se proporrà altri personaggi,
Chaplin deve confrontarsi con l’insuccesso.
E la sua vita, quella vera, sembra fare
tutt’uno con quella sullo schermo,
tanto la realtà supera la fantasia.
Persino alla fine:
muore il giorno di Natale. del 1977.


Giacchetta stretta (una misura in meno), pantaloni larghi (due misure in più), scarpe sfondate, bombetta, bastone di bambù. Baffetti neri, sorriso triste, occhi dolci alle ragazze per reagire (invano) al destino. Il successo (la leggenda?) di Charles Spencer Chaplin, alias Charlot, è tutta qui. Una macchietta disegnata su misura. Incollata addosso. Quando, ormai regista ricco e famoso, proporrà altri personaggi, deve confrontarsi con l’insuccesso commerciale. E la sua vita, quella vera, sembra fare tutt’uno con quella sullo schermo, tanto la realtà supera la fantasia. Persino alla fine: muore il giorno di Natale. Nel 1977, trent’anni fa esatti.

La povertà fa miracoli
Chaplin nasce il 16 aprile 1889, in un sobborgo londinese, secondo figlio di una cantante in continua ricerca di lavoro e di un guitto da music-hall, con un debole per l’alcol e per un’altra donna. E sùbito, il suo nome finisce sui giornali: i genitori annunciano il lieto evento sul Magnet, periodico del settore. Ma già l’anno dopo, i due si separano (lui morirà nel 1901; lei, a lungo malata di mente, nel 1928). Charles e il fratello Sidney, quattro primavere in più, finiscono in orfanotrofio. Poco dopo, tentano la strada del palcoscenico. Necessità economiche. Voglia di riscatto. Indubbie capacità. A sette anni, Charles canta. A 14, le prime parti teatrali. A 19, entra nella compagnia di varietà di Fred Karno, ne diventa uno dei più apprezzati elementi e con questa va in tournée negli States: un mondo più libero e con molte possibilità. Nel 1913, ad Hollywood, il giovane trasformista è notato dal direttore della casa cinematografica Keystone. Accetta. Gira le prime comiche. Stipendio base: 150 dollari la settimana.
Un successo. Soltanto nel 1914 realizza 35 comiche. Nelle sale si rinforzano le poltrone: le vibrazioni causate dalle risate degli spettatori sono troppo forti. Stipendio incredibile: diecimila dollari la settimana. Nasce Charlot. Decine di pellicole. Il vagabondo con bombetta e bastone di bambù, maldestro e sempre nei guai, in lotta contro le convenzioni, conquista il pubblico. Nel ’18, contratto astronomico: un milione di dollari. L’anno dopo, con Douglas Fairbanks, David Wark Griffith e Mary Pickford, fonda la United Artists. Nascono capolavori dove si sommano ironia e risvolti sociali: Vita da cani, Charlot soldato (nel 1918; antimilitarista) o Il monello, suo primo lungometraggio, largamente autobiografico, presentato nel ’21.
Alcuni film successivi - come Il pellegrino (1923), La febbre dell’oro (1925), Il circo (1928) e Luci della città (1931) - suscitano discussioni. Non sulle sue doti d’attore-regista: le sale sono sempre “tutto esaurito”. Ma perché lui (strapagato) “fotografa” la società con l’occhio del “realista” (ante-litteram) o con quello del censore. Perché, certo, in quegli anni l’America, e non solo, sta vivendo la “grande depressione”, post crollo borsistico di Wall Street nel 1929. Ma a certi americani, guai a toccargli l’America, anche se è Charlot a farlo.
Il dubbio è risolto nel ’36 con un esito negativo. Nelle sale, infatti, si proietta Tempi moderni: Charlot, operaio meccanico, compie gesti ripetitivi sulla catena di montaggio, tra ingranaggi che quasi lo ingoiano. Una storia che passa alla storia. Non soltanto del cinema. Immancabili gli applausi dei lavoratori-spettatori. Immancabili, e altrettanto prevedibili, le critiche del “sistema”. Già, perché con questo film lui, Charlie Spencer Chaplin, dopo aver girato il mondo in lungo e largo, proprio lui - straricco, che non rinuncia alle comodità e alle donne - si permette di biasimare il sistema sociale (pur causa di milioni di disoccupati) e di suggerire una redistribuzione dei redditi a favore dei meno abbienti. Proprio lui, cittadino inglese “ospite” negli Usa, si permette di fare un film destinato anche all’estero - e quindi, di rilanciare altrove la provocazione -, dove critica il “dogma” della produttività, del fordismo, della catena di montaggio, in una parola del profitto, che ha fatto (e settant’anni dopo, continua a fare) la fortuna degli “stars & stripes”.
Poi, le donne. I benpensanti (e non solo) gli rimproverano la vita amorosa. In effetti, in 87 anni, il nostro ha quattro mogli (e varie “scappatelle”), tutte molto più giovani di lui. E quasi tutte, oltre ad avergli dato undici figli riconosciuti, gli hanno creato problemi. Nel 1920, per esempio, spedisce al fratello una copia de “Il monello”, nel timore che gli venga sequestrato dai legali della prima moglie, Mildred Harris, sposata nel 1918, quando lei ha 16 anni e lui 29 (e lasciata pochi mesi dopo). La seconda, Lita Grey, è maritata nel 1924: lei 16, lui 35. La terza, Paulette Goddard, convola nel ’33: ventidue anni di differenza, e anche questa esperienza dura poco. La quarta, Oona O’ Neil, è sposata nel 1944: lei 19, lui 55 (“soltanto” 36 anni di più). Con lei, che gli dà otto figli, vive sereno sino alla fine.
Nel frattempo, il regista-attore riesce a farsi altri nemici. Nel 1940 realizza Il grande dittatore, eccezionale sberleffo di Hitler (quanto somiglianti i baffetti!) e del nazismo. Per inciso: Chaplin ironizza anche sugli ebrei, ma quando, dopo la guerra, viene a conoscere il dramma della Shoah, lui stesso dichiara che avrebbe preferito non fare quel film. Nel ’47, altra critica al capitalismo, con Monsieur Verdoux: per curare la moglie malata e il figlio, un uomo finge di amare e poi uccide ricche zitelle, per intascarne il patrimonio.
Gli States ricambiano a modo loro. In un periodo (abbastanza comprensibilmente) antisovietico, nel ’47, per le sue simpatie alle idee di sinistra, è accusato di filo-comunismo. E cinque anni dopo, mentre è in Gran Bretagna, con la scusa che lui è sempre rimasto cittadino inglese, gli ritirano il permesso di tornare negli Usa. Risultato: nel ’53 la famiglia Chaplin sceglie l’esilio volontario e si stabilisce in Svizzera, a Vevey. Produce altri film: Un re a New York (1957) e La contessa di Hong Kong (1967), dove dirige nientemeno che Marlon Brando e Sophia Loren, nelle parti rispettivamente di un diplomatico statunitense e una nobile russa.
Poi, arrivano i riconoscimenti. Tardivi. Che hanno il sapore del meglio tardi che mai. Nel 1972 torna negli Stati Uniti - l’“atmosfera” è cambiata - per ritirare un Oscar speciale alla carriera “per l’incalcolabile contributo dato alla trasformazione del cinema nell’arte del nostro secolo” (per inciso: non ha mai vinto un Oscar come attore o come regista). Nel ’75, la regina Elisabetta II lo nomina baronetto. Muore nel sonno, nella villa di Vevey, il 25 dicembre del 1977, a 88 anni. Ironia della sorte, lo costringono a muoversi anche da morto: il 3 marzo successivo la tomba è trovata vuota. La bara, forse trafugata per un riscatto, è recuperata dopo due mesi. E da quel momento, come in chiusura dei film, si può scrivere “The End”.
A noi oggi non resta che rivedere ancora una volta le sue pellicole e attraverso il suo ruolo di clown - per certi aspetti simile a quello degli antichi giullari - scoprire comportamenti ingiusti, se non ipocriti, che pervadono ancora i rapporti umani: l’amore egoistico, il perbenismo, la rincorsa al successo e al profitto. E dopo il sorriso e l’applauso al maestro, impegnarci anche noi, ciascuno per la sua parte, a costruire un mondo migliore di come l’abbiamo trovato. Proprio come ha fatto, a suo modo, con le sue capacità, Charles Spencer Chaplin.

Lorenzo Boschetto

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