Cutici, frontiera romena. Con una lenta
frenata, il treno si ferma: salgono i gendarmi.
Fuori è un gran sventolio di bandiere
blu, gialle e rosse. Un immenso cartello recita: “Republica
Romana”. Eppure, i nostri compagni di
viaggio non sembrano granché entusiasti.
Per un romeno, il rientro in patria non è mai
una passeggiata: “I finanzieri ci invidiano.
Noi lavoriamo all'estero, guadagniamo molto
più di loro”, ci spiega Marija.
Marija ha 42 anni, e fa la badante a Treviso.
Suo marito abita a Lugoj, nel Banato: si vedono
quattro volte l'anno. “Ora, ci tocca
pagare”, avverte sorridendo. Per un romeno,
la mazzetta confinaria è d’obbligo.
Io e Alessandro, il mio compagno d'avventura,
mostriamo i documenti, e tanto basta. Marija,
miracolosamente, se la cava con un'aspra battuta,
a noi incomprensibile. Chi non se la cava,
invece, è Marko, muratore, da tre anni
trapiantato a Linz. Deve alzarsi, uscire dallo
scompartimento, e seguire i poliziotti fin
nella ritirata. Lì si consuma il baratto.
Quando se ne torna, ha le lacrime agli occhi.
Fuori, il paesaggio è piuttosto monotono: campi, prati, stradine di campagna,
qualche carretto trainato da cavalli. Niente auto. Ogni tanto, il treno lambisce
enormi colate di cemento, adorne di ciclopiche ciminiere. “Fabbrica?”,
chiedo a Marija. “No, centrale nucleare”, risponde lei, sfoderando
un gran sorriso. Sembra entusiasta. Marija è gentile, ha le braccia paurosamente
irsute, e un modo tutto suo di vedere le cose. Bucarest? “È come
Milano”, mi informa. E poi, subito aggiunge: “Ma noi abbiamo l'arcul
e triumf, l'arco di trionfo. Voi no”.
Il treno ferma ad Arad. Leggo sulla guida: “187.000 abitanti, Arad è situata
in una lussureggiante regione. Vanta eleganti edifici del tardo Ottocento”.
Ma il finestrino non mostra nulla di tutto ciò. Grandi palazzacci grigi,
gente mezzo svestita, polvere e sporcizia ovunque: l’impatto non è dei
migliori. Davanti alla stazione, vediamo seduti una decina di ragazzini. Sorridendo,
ci fanno “ciao ciao” con le mani. Poi, uno di loro estrae di tasca
un piccolo sacchetto di plastica colorata. Il sacchetto passa di mano in mano,
e ciascuno, con incredibile calma, ci ficca dentro il naso. E’, aurolac:
vernice. La droga dei poveri: “coca delle fogne”, così la
chiamano. Marija fa finta di non vedere. Il treno riparte.
Timisoara
Al tramonto, arriviamo a Timisoara, la “little
Italy” della Romania. Vi abitano
circa 10.000 italiani, c'è la Geox
più altre 1.200 aziende a capitale
tricolore. Esiste anche una mafia locale,
tutta di origine nostrana, e piuttosto
attiva. Non sono rari, pare, i conflitti
a fuoco.
Troviamo posto al “Nord Hotel”,
proprio di fronte alla stazione. Non sarà un
albergo di lusso, ma poco ci manca: costa
13 euro a notte. Intanto, si è fatta
sera. Io e Alessandro decidiamo di mangiare
fuori. Così, prendiamo un taxi:
ci facciamo portare oltre il fiume Bega,
al politecnico, nel quartiere dei giovani.
Anche qui, gli edifici sono piuttosto fatiscenti.
Il campus consiste in una serie di palazzetti
scrostati, dall'aria abbastanza inquietante.
Qua e là, qualche ragazzino siede
a terra, con in grembo l'inseparabile sacchettino
colorato. Finalmente, in Aleea Studentilor,
scoviamo una specie di selfservice. Si
chiama “Complex 3F”, che starebbe
per “Fantastic fast food”: è piccolo,
sporco e molto affollato.
In Romania, se si è italiani, la
prima regola è: non far mai capire
che si è italiani. Non è cosa
facile, e ovviamente noi non ci riusciamo.
Appena entrati nel locale, subito veniamo
individuati. Bastano poche parole. Immediatamente,
gli altri avventori, tutti giovanissimi,
e rigorosamente autoctoni, cominciano a
fissarci. La situazione è poco piacevole.
In compenso, scopriamo che il cibo è veramente
a buon mercato: un euro e mezzo per un
piatto di carne, patate e una birra. Molti
romeni non potrebbero permetterselo: qui,
lo stipendio medio è di 70 euro
al mese.
Verso Bucarest
Il giorno dopo, di nuovo in treno: si parte
per Bucarest. La capitale dista soli
530 chilometri da Timisoara. Ma, per
coprire il tragitto, il treno impiega
più di otto ore. Costo del biglietto:
600.000 lei, 17 euro. Il caldo è soffocante.
Corneliu, nostro compagno di viaggio,
gronda grottescamente di sudore. Ha 52
anni, di professione ingegnere minerario:
la sua destinazione è Craiova.
Non parla né inglese, né italiano.
Ma ci si capisce lo stesso. La conversazione è zoppicante,
ricca di gesti e di disguidi. Corneliu
ci racconta del proverbiale odio romeno
nei confronti dell'Ungheria. Io ricordo
di aver letto qualcosa a proposito ne “La
Tregua” di Primo Levi. Anche Corneliu
conosce Levi, e nutre un vero e proprio
culto personale nei confronti di Gian
Maria Volontè. “La classe
operaia va in paradiso”, mi biascica
sorridente.
Sull’eterno convoglio è quasi
impossibile non attaccar bottone con qualcuno.
Petru ci nota fin da subito. “Italiani?”,
chiede. Evidentemente, il nostro mimetismo
va ancora perfezionato. Lui sembra felice,
e ci abbraccia con calore. Sospettiamo
sia ubriaco. “Tutti fratelli”,
urla: “Io prete, amico, prete”.
Poi, un po’ a gesti e un po’ a
parole, ci racconta la sua storia. Lui
era soldato: stava nell'esercito, ai tempi
di Ceaucescu. “Securitate?”,
gli domando. “Nu, geniu: genio militare”,
precisa indignato. Dunque: il 21 dicembre
del 1989 il popolo di Bucarest si rivoltò contro
la dittatura del Partito Comunista, e quella
notte stessa, il reparto di Petru fraternizzò con
gli insorti: “Ceaucescu voleva fuggire.
Così, sabotammo i ponti sul Danubio”,
ci spiega. Poi, fieramente, simula lo svitamento
di un bullone. I presenti sembrano tutti
molto impressionati, e annuiscono computi.
Petru, a mò di conclusione, mi abbraccia
gongolante: è proprio ubriaco.
Bucarest
Bucarest ci accoglie con la più immensa
delle periferie. Sono le undici di sera,
e la Gara de Nord si presenta in tutto
il suo paradossale squallore. Usciamo dalla
stazione. Poi, però, dobbiamo rientrare:
perché il bancomat è all'interno,
e abbiamo quasi finito i soldi. Ma non
si può: “Dovete pagare. Costa
10 bani”, ci ingiunge una signora
dall'aspetto marziale, con tanto di fascia
rossa al braccio. Un ban equivale a un
centesimo di lei: 10 bani son dunque letteralmente
nulla. L’irrisorio balzello pare
abbia lo scopo di tener lontani barboni
e mendicanti. Ovviamente, lo stratagemma
non funziona. Ovunque, tra un binario e
l’altro, formicolano i clochard,
mentre gli sniffatori di colla siedono
negli angoli, a gruppetti di due o tre.
Hanno lo sguardo smarrito, quasi incosciente.
Qualcuno dorme col viso sul selciato. Altri,
vagano per le strade. In piena calea Victoriei,
il nostro taxi rischia di investirne uno.
E’ molto giovane, e indossa solo
un paio di pantaloncini blu. E’ lui
che ci viene addosso. Ha gli occhi spiritati,
e urla, urla come un ossesso. Lo scansiamo
per un pelo. Il tassista sembra non dargli
troppa importanza: “Un drogato”,
ci informa con noncuranza.
A Bucarest finisce
il nostro viaggio. La città è enorme, ed ha un fascino
tutto suo. Visitiamo la Casa Poporului, fatta
costruire da Ceaucescu a metà anni
Ottanta. E’ il secondo edificio più grande
al mondo, dopo il Pentagono. Dal suo tetto,
si narra, Michael Jackson salutò i
fan romeni con un clamoroso quanto involontario: “Ciao,
Budapest”. Intorno al palazzo, si accalcano
ingenue comitive di turisti: sono i primi
che vediamo, da che siamo in Romania. Viaggiano
in gruppo, dentro a grandi pullman colorati.
Scendono di fronte ai monumenti, osservano,
fotografano, e poi se ne ripartono. Sono
tedeschi, perlopiù, ma c’è anche
qualche italiano. Uno di loro si chiama Alfredo
e viene da Bologna. “Qui tutto è molto
folkloristico”, ci avverte. Poi, con
orgoglio, mostra il proprio souvenir: una
maglietta col volto di Ceaucescu, e la scritta “der
rote Vampir”, il vampiro rosso. Impressionante.
Più tardi, scopriamo che Bucarest
significa “città dell’allegria”:
dal rumeno “bucurie”, gioia.
Forse, per qualcuno è vero. In Romania,
anche la toponomastica ha un proprio sarcasmo.
Andrea Sceresini |