In questo numero
RUMENI, GLI ALTRI LATINI di Andrea Sceresini    

Sbattuti in prima pagina,
visti quasi come una iattura,
i Romeni sono cittadini europei come noi.
Appartengono al ceppo latino
e amano moltissimo l’Italia.
Siamo andati a vedere come vivono
e cosa è per loro la Romania.


Cutici, frontiera romena. Con una lenta frenata, il treno si ferma: salgono i gendarmi. Fuori è un gran sventolio di bandiere blu, gialle e rosse. Un immenso cartello recita: “Republica Romana”. Eppure, i nostri compagni di viaggio non sembrano granché entusiasti. Per un romeno, il rientro in patria non è mai una passeggiata: “I finanzieri ci invidiano. Noi lavoriamo all'estero, guadagniamo molto più di loro”, ci spiega Marija. Marija ha 42 anni, e fa la badante a Treviso. Suo marito abita a Lugoj, nel Banato: si vedono quattro volte l'anno. “Ora, ci tocca pagare”, avverte sorridendo. Per un romeno, la mazzetta confinaria è d’obbligo. Io e Alessandro, il mio compagno d'avventura, mostriamo i documenti, e tanto basta. Marija, miracolosamente, se la cava con un'aspra battuta, a noi incomprensibile. Chi non se la cava, invece, è Marko, muratore, da tre anni trapiantato a Linz. Deve alzarsi, uscire dallo scompartimento, e seguire i poliziotti fin nella ritirata. Lì si consuma il baratto. Quando se ne torna, ha le lacrime agli occhi.
Fuori, il paesaggio è piuttosto monotono: campi, prati, stradine di campagna, qualche carretto trainato da cavalli. Niente auto. Ogni tanto, il treno lambisce enormi colate di cemento, adorne di ciclopiche ciminiere. “Fabbrica?”, chiedo a Marija. “No, centrale nucleare”, risponde lei, sfoderando un gran sorriso. Sembra entusiasta. Marija è gentile, ha le braccia paurosamente irsute, e un modo tutto suo di vedere le cose. Bucarest? “È come Milano”, mi informa. E poi, subito aggiunge: “Ma noi abbiamo l'arcul e triumf, l'arco di trionfo. Voi no”.
Il treno ferma ad Arad. Leggo sulla guida: “187.000 abitanti, Arad è situata in una lussureggiante regione. Vanta eleganti edifici del tardo Ottocento”. Ma il finestrino non mostra nulla di tutto ciò. Grandi palazzacci grigi, gente mezzo svestita, polvere e sporcizia ovunque: l’impatto non è dei migliori. Davanti alla stazione, vediamo seduti una decina di ragazzini. Sorridendo, ci fanno “ciao ciao” con le mani. Poi, uno di loro estrae di tasca un piccolo sacchetto di plastica colorata. Il sacchetto passa di mano in mano, e ciascuno, con incredibile calma, ci ficca dentro il naso. E’, aurolac: vernice. La droga dei poveri: “coca delle fogne”, così la chiamano. Marija fa finta di non vedere. Il treno riparte.

Timisoara
Al tramonto, arriviamo a Timisoara, la “little Italy” della Romania. Vi abitano circa 10.000 italiani, c'è la Geox più altre 1.200 aziende a capitale tricolore. Esiste anche una mafia locale, tutta di origine nostrana, e piuttosto attiva. Non sono rari, pare, i conflitti a fuoco.
Troviamo posto al “Nord Hotel”, proprio di fronte alla stazione. Non sarà un albergo di lusso, ma poco ci manca: costa 13 euro a notte. Intanto, si è fatta sera. Io e Alessandro decidiamo di mangiare fuori. Così, prendiamo un taxi: ci facciamo portare oltre il fiume Bega, al politecnico, nel quartiere dei giovani. Anche qui, gli edifici sono piuttosto fatiscenti. Il campus consiste in una serie di palazzetti scrostati, dall'aria abbastanza inquietante. Qua e là, qualche ragazzino siede a terra, con in grembo l'inseparabile sacchettino colorato. Finalmente, in Aleea Studentilor, scoviamo una specie di selfservice. Si chiama “Complex 3F”, che starebbe per “Fantastic fast food”: è piccolo, sporco e molto affollato.
In Romania, se si è italiani, la prima regola è: non far mai capire che si è italiani. Non è cosa facile, e ovviamente noi non ci riusciamo. Appena entrati nel locale, subito veniamo individuati. Bastano poche parole. Immediatamente, gli altri avventori, tutti giovanissimi, e rigorosamente autoctoni, cominciano a fissarci. La situazione è poco piacevole. In compenso, scopriamo che il cibo è veramente a buon mercato: un euro e mezzo per un piatto di carne, patate e una birra. Molti romeni non potrebbero permetterselo: qui, lo stipendio medio è di 70 euro al mese.

Verso Bucarest
Il giorno dopo, di nuovo in treno: si parte per Bucarest. La capitale dista soli 530 chilometri da Timisoara. Ma, per coprire il tragitto, il treno impiega più di otto ore. Costo del biglietto: 600.000 lei, 17 euro. Il caldo è soffocante. Corneliu, nostro compagno di viaggio, gronda grottescamente di sudore. Ha 52 anni, di professione ingegnere minerario: la sua destinazione è Craiova. Non parla né inglese, né italiano. Ma ci si capisce lo stesso. La conversazione è zoppicante, ricca di gesti e di disguidi. Corneliu ci racconta del proverbiale odio romeno nei confronti dell'Ungheria. Io ricordo di aver letto qualcosa a proposito ne “La Tregua” di Primo Levi. Anche Corneliu conosce Levi, e nutre un vero e proprio culto personale nei confronti di Gian Maria Volontè. “La classe operaia va in paradiso”, mi biascica sorridente.
Sull’eterno convoglio è quasi impossibile non attaccar bottone con qualcuno. Petru ci nota fin da subito. “Italiani?”, chiede. Evidentemente, il nostro mimetismo va ancora perfezionato. Lui sembra felice, e ci abbraccia con calore. Sospettiamo sia ubriaco. “Tutti fratelli”, urla: “Io prete, amico, prete”. Poi, un po’ a gesti e un po’ a parole, ci racconta la sua storia. Lui era soldato: stava nell'esercito, ai tempi di Ceaucescu. “Securitate?”, gli domando. “Nu, geniu: genio militare”, precisa indignato. Dunque: il 21 dicembre del 1989 il popolo di Bucarest si rivoltò contro la dittatura del Partito Comunista, e quella notte stessa, il reparto di Petru fraternizzò con gli insorti: “Ceaucescu voleva fuggire. Così, sabotammo i ponti sul Danubio”, ci spiega. Poi, fieramente, simula lo svitamento di un bullone. I presenti sembrano tutti molto impressionati, e annuiscono computi. Petru, a mò di conclusione, mi abbraccia gongolante: è proprio ubriaco.

Bucarest
Bucarest ci accoglie con la più immensa delle periferie. Sono le undici di sera, e la Gara de Nord si presenta in tutto il suo paradossale squallore. Usciamo dalla stazione. Poi, però, dobbiamo rientrare: perché il bancomat è all'interno, e abbiamo quasi finito i soldi. Ma non si può: “Dovete pagare. Costa 10 bani”, ci ingiunge una signora dall'aspetto marziale, con tanto di fascia rossa al braccio. Un ban equivale a un centesimo di lei: 10 bani son dunque letteralmente nulla. L’irrisorio balzello pare abbia lo scopo di tener lontani barboni e mendicanti. Ovviamente, lo stratagemma non funziona. Ovunque, tra un binario e l’altro, formicolano i clochard, mentre gli sniffatori di colla siedono negli angoli, a gruppetti di due o tre. Hanno lo sguardo smarrito, quasi incosciente. Qualcuno dorme col viso sul selciato. Altri, vagano per le strade. In piena calea Victoriei, il nostro taxi rischia di investirne uno. E’ molto giovane, e indossa solo un paio di pantaloncini blu. E’ lui che ci viene addosso. Ha gli occhi spiritati, e urla, urla come un ossesso. Lo scansiamo per un pelo. Il tassista sembra non dargli troppa importanza: “Un drogato”, ci informa con noncuranza.
A Bucarest finisce il nostro viaggio. La città è enorme, ed ha un fascino tutto suo. Visitiamo la Casa Poporului, fatta costruire da Ceaucescu a metà anni Ottanta. E’ il secondo edificio più grande al mondo, dopo il Pentagono. Dal suo tetto, si narra, Michael Jackson salutò i fan romeni con un clamoroso quanto involontario: “Ciao, Budapest”. Intorno al palazzo, si accalcano ingenue comitive di turisti: sono i primi che vediamo, da che siamo in Romania. Viaggiano in gruppo, dentro a grandi pullman colorati. Scendono di fronte ai monumenti, osservano, fotografano, e poi se ne ripartono. Sono tedeschi, perlopiù, ma c’è anche qualche italiano. Uno di loro si chiama Alfredo e viene da Bologna. “Qui tutto è molto folkloristico”, ci avverte. Poi, con orgoglio, mostra il proprio souvenir: una maglietta col volto di Ceaucescu, e la scritta “der rote Vampir”, il vampiro rosso. Impressionante. Più tardi, scopriamo che Bucarest significa “città dell’allegria”: dal rumeno “bucurie”, gioia. Forse, per qualcuno è vero. In Romania, anche la toponomastica ha un proprio sarcasmo.

Andrea Sceresini

www.timeandmind.com