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INTERNET: PER L'AFRICA NON È ANCORA ORA di Stefano Moro    


La diffusione di Internet e della connettività nel mondo continua ad essere estremamente differenziata e discontinua, a riprova che il digital divide non pare risolversi né migliorare su scala mondiale. Se l’Italia di oggi, pur registrando un miglioramento rispetto agli anni scorsi, accede ancora alla rete con volumi paragonabili, in proporzione, a quelli degli Stati Uniti di fine anni ‘90, per l’Africa davvero non si vedono miglioramenti e non decollano i programmi di sviluppo tecnologico.
Sono anni che vediamo foto di Internet Cafè africani nel deserto e sentiamo parlare di rilancio del continente proprio a partire dalle nuove tecnologie, eppure ancora oggi è solo il 4% degli Africani ad avere l’accesso a Internet, per non parlare dello scarso numero di linee fisse e della minima diffusione della banda larga. Si tratta di un vero e proprio isolamento tecnologico e culturale, che vede il continente africano in gran parte escluso dalla vita della rete, dalle community e dall’informazione che in questi anni hanno fatto avvicinare e confrontare cittadini di tutto il mondo. Per centinaia di milioni di Africani non hanno significato parole come Wikipedia, blog, YouTube, Flickr, MySpace… E purtroppo, com’è noto, non è l’unico, né il primo, problema africano, se si considera la mancanza di acqua, elettricità ed infrastrutture, la diffusione di malattie e la percentuale di poveri “cronici” superiore al 40%.
Il quadro fotografato dai tanti studi sul digital divide e sullo stato tecnologico dell’Africa è davvero cupo, nonostante iniziative e finanziamenti periodicamente sbandierati da ONU, Banca Mondiale o grandi aziende private. Un ulteriore testimonianza dello stato del continente è la costante fuga di cervelli, come si evince da un recente studio dell’organismo del Ministero degli Esteri Cooperazione Italiana allo Sviluppo, in cui si legge che “un terzo degli intellettuali africani vive all’estero e almeno 23.000 universitari (tra ricercatori e docenti) e oltre 50.000 quadri superiori lasciano il continente ogni anno”. Il rischioè che l’isolamento e la scarsa diffusione di know how nel continente possano portare ad uno stato di “colonizzazione tecnologica” più che al superamento del digital divide. E in questo hanno forte responsabilità sia gli organismi internazionali, incapaci di adottare iniziative efficaci, che i governi locali africani, spesso poco democratici e poco interessati a investire in tecnologia e sviluppo.
Chiudiamo con un barlume di speranza sull’iniziativa, di certo non risolutiva ma sicuramente interessante, di Nicholas Negroponte e altri membri del Media Lab del MIT (Massachussets Institute of Technology). Si tratta del famoso laptop per i bambini del terzo mondo, un pc portatile low cost, mirato a facilitare l’alfabetizzazione informatica (e non solo) dei Paesi in via di sviluppo, proprio a partire dai bambini. Azionato da una manovella, può funzionare ad energia solare o mediante una pompa a pedale ed utilizza un sistema operativo basato su Linux. Costa meno di 200 dollari e se prima poteva essere acquistato solo dai governi dei Paesi in via di sviluppo, oggi può essere acquistato da chiunque su www.xogiving.org, a patto di offrirne uno a un bambino del Terzo Mondo. Nel frattempo auspichiamo che gli organismi internazionali e i programmi di cooperazione allo sviluppo facciano tutto il resto.

Stefano Moro

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