La diffusione di Internet e della connettività nel
mondo continua ad essere estremamente differenziata
e discontinua, a riprova che il digital
divide non pare risolversi né migliorare
su scala mondiale. Se l’Italia di oggi,
pur registrando un miglioramento rispetto agli
anni scorsi, accede ancora alla rete con volumi
paragonabili, in proporzione, a quelli degli
Stati Uniti di fine anni ‘90, per l’Africa
davvero non si vedono miglioramenti e non decollano
i programmi di sviluppo tecnologico.
Sono anni che vediamo foto di Internet Cafè africani nel deserto e sentiamo
parlare di rilancio del continente proprio a partire dalle nuove tecnologie,
eppure ancora oggi è solo il 4% degli Africani ad avere l’accesso
a Internet, per non parlare dello scarso numero di linee fisse e della minima
diffusione della banda larga. Si tratta di un vero e proprio isolamento tecnologico
e culturale, che vede il continente africano in gran parte escluso dalla vita
della rete, dalle community e dall’informazione che in questi anni hanno
fatto avvicinare e confrontare cittadini di tutto il mondo. Per centinaia di
milioni di Africani non hanno significato parole come Wikipedia, blog, YouTube,
Flickr, MySpace… E purtroppo, com’è noto, non è l’unico,
né il primo, problema africano, se si considera la mancanza di acqua,
elettricità ed infrastrutture, la diffusione di malattie e la percentuale
di poveri “cronici” superiore al 40%.
Il quadro fotografato dai tanti studi sul digital divide e sullo stato
tecnologico dell’Africa è davvero cupo, nonostante iniziative e
finanziamenti periodicamente sbandierati da ONU, Banca Mondiale o grandi aziende
private. Un ulteriore testimonianza dello stato del continente è la costante
fuga di cervelli, come si evince da un recente studio dell’organismo del
Ministero degli Esteri Cooperazione Italiana allo Sviluppo, in cui si legge che “un
terzo degli intellettuali africani vive all’estero e almeno 23.000 universitari
(tra ricercatori e docenti) e oltre 50.000 quadri superiori lasciano il continente
ogni anno”. Il rischioè che l’isolamento e la scarsa diffusione
di know how nel continente possano portare ad uno stato di “colonizzazione
tecnologica” più che al superamento del digital divide.
E in questo hanno forte responsabilità sia gli organismi internazionali,
incapaci di adottare iniziative efficaci, che i governi locali africani, spesso
poco democratici e poco interessati a investire in tecnologia e sviluppo.
Chiudiamo
con un barlume di speranza sull’iniziativa,
di certo non risolutiva ma sicuramente interessante,
di Nicholas Negroponte e altri membri del
Media Lab del MIT (Massachussets Institute
of Technology). Si tratta del famoso laptop per
i bambini del terzo mondo, un pc portatile low
cost, mirato a facilitare l’alfabetizzazione
informatica (e non solo) dei Paesi in via
di sviluppo, proprio a partire dai bambini.
Azionato da una manovella, può funzionare
ad energia solare o mediante una pompa a
pedale ed utilizza un sistema operativo basato
su Linux. Costa meno di 200 dollari e se
prima poteva essere acquistato solo dai governi
dei Paesi in via di sviluppo, oggi può essere
acquistato da chiunque su www.xogiving.org,
a patto di offrirne uno a un bambino del
Terzo Mondo. Nel frattempo auspichiamo che
gli organismi internazionali e i programmi
di cooperazione allo sviluppo facciano tutto
il resto.
Stefano Moro |